L’Arabia Saudita non si rassegna al fallimento della sua strategia per rovesciare il regime laico e socialista di al Assad in Siria e sta procedendo a costituire due battaglioni costituiti da 40.000  miliziani, mercenari provenienti da vari paesi, formati ed addestrati con l’aiuto del Pakistan, della Giordania, degli Emirati Arabi Uniti e del governo francese di Hollande. Secondo la rivista statunitense Foreign Policy, questi due battaglioni dovrebbero partire per la Siria e vengono addestrati in questi giorni in Pakistan e in Giordania. L’Arabia Saudita provvede al finanziamento di questi  battaglioni incluso il pagamento dei salari ai miliziani, i militari pakistani provvedono all’addestramento.

Negli avvenimenti verificatisi in Medio Oriente nell’arco degli  ultimi mesi, se c’è un chiaro sconfitto, questo è il regime della monarchia saudita che ha visto il fallimento di tutti i suoi obiettivi di egemonia ed un rigetto da parte di altri paesi della regione   della politica attuata dai sauditi per perseguire i propri interessi. Il disegno dei sauditi è quello di promuovere i conflitti settari in Siria, in Iraq ed  in Libano con il fine di opporsi alle fazioni sciite e filo iraniane. In particolare in Siria i sauditi hanno investito risorse enormi per appoggiare i gruppi integralisti  salafiti collegati ad Al Quaeda, utilizzati nella guerra contro il regime di Damasco. Allo stesso tempo i sauditi si sono impadroniti della “coalizione nazionale della Siria” imponendo un loro uomo di fiducia, Ahmad Yarba, come suo presidente.

NEW YORK – Il New York Times contro la Casa Bianca sulla gestione dello scandalo spionaggio ai danni di molti leader mondiali e delle loro popolazioni, su cui Washington non ha fornito risposte convincenti, ma “un patetico mix di rassicurazioni, di stereotipi sul bisogno di sicurezza e di una bizzarra difesa del presidente, che non sapeva” dei controlli sul telefono del cancelliere tedesco, Angela Merkel. “E’ davvero meglio per noi credere che ogni attività di spionaggio possa essere fatta e che nessuno abbia pensato di informare il presidente Obama su quelle riguardanti uno degli alleati americani più importanti?” si chiede il quotidiano, in un editoriale.

L’ex ministro degli esteri britannico Jack Straw, durante un dibattito parlamentare,  ha dichiarato che “i fondi illimitati di cui dispone l’AIPAC (una delle più importanti lobby pro Israele presente negli USA) sono da considerare il maggior ostacolo per la pace in Medio Oriente”. Straw ha aggiunto che “questo denaro viene utilizzato di fatto per controllare la politica statunitense nella regione e per influenzare ed intimidire i politici americani.”  Al fallimento del processo di pace tra Israele ed i suoi vicini arabi, in primo luogo con i palestinesi, secondo Straw, ha contribuito anche la ossessione della Germania nel difendere Israele sempre e comunque, atteggiamento questo  che rappresenta un ostacolo al processo di pace. Queste dichiarazioni hanno provocato l’ira dei politici filo israeliani ed una reazione rabbiosa dei media di Israele.

L’Amministrazione USA rivede i suoi piani in Siria nella prospettiva di un prossimo collasso delle milizie  ribelli anti Assad ed in particolare del così detto “esercito libero di Siria” Questo risulta da un dispaccio inviato dal Dipartimento di Stato USA, riservato ma  intercettato il 10 di  Giugno, nel quale si prevedeva una sconfitta delle forze dei miliziani ribelli in Siria. In questo messaggio si fa riferimento ad una informativa della CIA che aveva rilevato come le truppe dell’esercito nazionale siriano stavano recuperando terreno nelle zone già sottoposte al controllo dei miliziani ribelli.

Enrico Letta Ha dichiarato: “Bisogna saper dire dei NO………………..” Si riferiva alle richieste di parti sociali (sindacati di regime e confindustria) per le eventuali variazioni alla nuova legge di stabilità  emanata dal suo governo e della quale si sente anche “fiero”. Bene per una volta possiamo dare ragione a mr. Letta, bisogna saper dire di NO ma non agli interlocutori di cui lui parla, troppo facile, bensì dire di NO alla frau Merkel, al  commissario europeo Olli Rehn, al Manuel Barroso, al Mario Draghi ed agli altri componenti della “troika” europea che impongono le direttive al governo italiano in tema di bilancio, di politica economica e fiscale.  Sono quelle direttive che, in adempimento dei trattati europei fatti firmare ai governi collaborazionisti, hanno affossato totalmente l’Italia, il suo sistema industriale , apportando flussi finanziari nelle casseforti delle banche tedesche e francesi mediante il salasso fiscale dei contribuenti italiani.

Si è svolta recentemente a Durban (26/27 marzo), senza molto clamore e quasi ignorata dai media in Italia, la riunione dei paesi appartenenti al gruppo dei  cosi detti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) ovvero il gruppo dei paesi emergenti la cui importanza economica, industriale e politica avanza di anno in anno sulla scena globale. Questi  cinque Paesi del gruppo BRICS  si propongono di fatto come una alternativa al predominio unipolare  degli USA e dei paesi occidentali (OCSE) ed  alle istituzioni economiche e geopolitiche globali esistenti. Il volume di scambi tra le cinque potenze emergenti ha toccato lo scorso anno i 282 miliardi di dollari contro i 27 miliardi del 2002 ed esiste una  previsione che questo possa arrivare a 500 miliardi entro i prossimi due anni.

di F. William Engdahl, Fonte: Global Research Nel 2011, quando Muammar Gheddafi si rifiutò di lasciare tranquillamente il governo della Libia, l’amministrazione Obama, nascondendosi dietro le sottane dei francesi, lanciò una feroce campagna di bombardamenti e una “no-fly zone” sul Paese per supportare i cosiddetti combattenti per la democrazia. Gli Stati Uniti mentirono a Russia e Cina, con l’aiuto del filo-USA Consiglio di cooperazione del Golfo, per la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Libia, utilizzata per giustificare una guerra illegale. La dottrina della “responsabilità di proteggere” fu anche usata, la stessa dottrina che Obama vuole utilizzare in Siria. E’ utile guardare alla Libia due anni dopo l’intervento umanitario della NATO.