di Max Parisi Francoforte - Il presidente della Bce ha annunciato ieri azioni specifiche della Bce per contrastare sia la deflazione che la crisi economica che si riassumono in due principali punti. Il primo: la Bce varerà un programma di acquisto di titoli di stato delle nazioni dell'eurozona per l'importo di 60 miliardi di euro al mese fino al 2016 come minimo, ma anche dopo se non ci saranno miglioramenti. Il totale complessivo dell'operazione è di mille e cento miliardi di euro al minimo, di più in maniera indefinita se il quantitative easing dovesse continuare oltre il 2016. Il secondo: il rischio sull'acquisto sarà solo marginalmente della Bce, cioè condiviso fra tutti gli stati che usano l'euro, il rischio principale è a carico delle singole banche centrali nazionali, con una percentuale dell'80% a carico di queste ultime e solo il 20% a carico della Bce. Questo significa che la "copertura" del valore dei titoli acquistati tramite questa colossale operazione di quantitative easing sarà per l'80% a carico delle nazioni i cui titoli di stato sono stati acquistati.

La guerra economica. Gli Stati Uniti si scavano la propria tomba: il crudo a basso prezzo acuisce il deficit di bilancio. Il brusco crollo dei prezzi del petrolio e del gas hanno accentuato il deficit di bilancio di varie amministrazioni statunitensi, lo avverte la rivista digitale U.S. News World Report. Le conseguenze della caduta del prezzo del crudo e del gas sul mercato mondiale per l'economia statunitense possono essere numerose, sostiene l'analista politico Jason Gold nell'articolo pubblicato su U.S. News World Report.

di Nino Galloni Sta passando senza grandi commenti o come un fatto positivo che la BCE, Banche Centrali e governi, favoriscano e spingano banche di piccole e medie dimensioni verso la trasformazione in Spa per essere quotate in borsa ovvero altri tipi di aggregazioni e concentrazioni. È solo una parte dell’ultimo previsto passo della grande finanza internazionale verso il controllo totale iniziato nella seconda metà degli anni ‘70 e che ha visto, nell’ordine:

di Tyler Durden A novembre, prima di capire quanto grave fosse il crollo del greggio (e di quanto sarebbero diventate enormi le implicazioni), scrivemmo “Come i petrodollari morirono senza che nessuno lo notasse“, perché per la prima volta in quasi vent’anni i Paesi esportatori di energia si ritireranno dal mercato mondiale dei “petrodollari” nel 2015. La morte empirica dei petrodollari segue anni di fortuna per esportatori di petrolio come Russia, Angola, Arabia Saudita e Nigeria. Gran parte di quel denaro finì nei mercati finanziari, contribuendo alla spinta dei prezzi delle attività e mantenendo basso il costo del denaro, riciclando i cosiddetti petrodollari. Aggiungemmo che nel 2014 “i produttori di petrolio effettivamente importeranno capitali per 7,6 miliardi di dollari. In confronto ne hanno esportato 60 miliardi nel 2013 e 248 miliardi nel 2012, secondo il grafico della BNP Paribas“:

di Max Parisi ZURIGO - E' finita. L'euro è crollato, no, non è disceso dei cambi come da più parti si chiedeva in Europa. E' proprio precipitato a suolo. La Banca centrale svizzera questa mattina senza alcun avviso precedente - se non piccole tracce di discussione che sembravano solo teoriche tra addetti ai lavori - la tolto il blocco del cambio con l'euro, che era stato fissato a 1,2 CHF per 1 euro. Ed è stato come avesse fatto esplodere una bomba sotto una diga: alluvione immediata nel mercato mondiale dei cambi. Immediata, infatti, è stata la reazione sui mercati valutari del Forex, con il rapporto di cambio euro/franco svizzero che scivola -14,17% a CHF 1,0307 e il rapporto dollaro/franco svizzero che collassa anche del -27% a CHF 0,7457. C'è da ricordare che il tasso minimo di cambio di 1,20 CHF contro 1 euro era stato imposto nel 2011 per proteggere l'economia svizzera dalla crisi dei debiti sovrani dell'Eurozona e difendere i gruppi esportatori da rafforzamento - giudicato letale - della valuta nazionale.

Pubblichiamo una interessante analisi di Giuseppe  Cirillo Da quando la crisi economica del 2007-2008 ha costretto gli Stati Uniti a ricorrere al Quantitative Easing per sostenere la propria economia, da più parti si è detto che il dollaro andava incontro alla sua fine, che il collasso era imminente, che l’oro o il bitcoin o l’euro o lo yuan lo avrebbero sostituito e via dicendo. Il Quantitative Easing è finito ed attualmente addirittura gli USA annunciano una crescita del 5% (anche se questa gravemente manipolata dall’Obamacare e non supportata dal calo dei consumi, dal dato sul tasso di occupazione, dalla sfiducia al governo e da proteste e criminalità dilagante). Questo effettivamente potrebbe bastare a smontare definitivamente la tesi che il dollaro si avvii verso il suo collasso, dato che invece si sta rafforzando e gli USA sono in una presunta forte ripresa, ma noi ora vogliamo dimostrare il contrario.

di Antonio Maria Rinaldi Mentre i mercati s’interrogano quali strategie, aldilà degli slogan elettorali, saranno poi effettivamente perseguite nel caso di successo delle forze politiche d’opposizione in Grecia, traspare sempre più la volontà del leader di Syriza, Alexis Tsipras, di procedere con un programma “accomodante” per la permanenza del paese nell’area euro. La stessa auspicata rimodulazione concordata del debito pubblico in una nuova versione rivista e corretta dei precedenti haircut, non produrrebbe infatti gli effetti sperati così come puntualmente evidenziato dall’economista tedesco Hans-Werner Sinn, presidente dell’Ifo (Istituto per la ricerca economica, maggiore think-tank tedesco sulle tematiche di politica economica) il quale ha fatto giustamente presente che “solo uscendo dall’euro la Grecia può evitare il fallimento”. Qualsiasi intervento sul debito significherebbe solamente procrastinare i problemi dell’economia greca e non risolverli, aggravando il già disastrato paese ellenico da ulteriori vincoli determinati da prestiti internazionali e da tutele sempre più pressanti nella gestione economica domestica.

di J.C. Collins Dal 1944 il mondo finanziario era stato centralizzato attorno al dollaro americano unipolare, ma sta ora passando per una forma di temporaneo decentramento con l'implementazione della Banca per lo Sviluppo dei BRICS e l'Intesa sulla Riserva di Evenienza, a guida orientale. Il dollaro unipolare era supportato soprattutto da istituzioni che a prima vista sembravano controllate dagli USA, ma che a ben guardare erano dirette dagli stessi interessi bancari dietro alle istituzioni dei BRICS. Queste istituzioni occidentali sono: la Federal Reserve, la Banca Mondiale, l'Organizzazione Mondiale per il Commercio e il Fondo Monetario Internazionale. A queste si possono aggiungere la Banca per lo Sviluppo dei BRICS e l'Intesa sulla Riserva di Evenienza, quali strumenti economici dei medesimi interessi bancari.

"Rifiuto questa onorificenza perchè ritengo che non spetti al Governo decidere chi sia onorabile e chi no", afferma l'autore del libro" Il Capitale nel XXI secolo". A suo tempo molto vicino all'attuale presidente della Repubblica, l'economista ha alzato ultimamente il tono delle sue critiche contro la politica dei tagli attuata da Valls. Thomas Piketty, considerato il guru francese dell'economia, autore del "Il Capitale nel XXI secolo", ha annunciato questo Giovedì che si rifiuta di ricevere la massima onorificenza civile che un cittadino francese possa ricevere, la Legion d'Onore. Rifiuto questo riconoscimento perchè non ritengo che spetti al governo decidere chi è onorabile e chi no", ha afermato Piketty nelle sue polemiche dichiarazioni rilasciate all'agenzia AFP. "Farebbero meglio a concentrarsi su come risuscitare la crescita economica in Francia ed in Europa", ha aggiunto l'economista.

di Marco Mori Il 24 settembre, Mario Draghi, governatore di BCE e primo artefice delle politiche volte allo smantellamento della democrazia in Europa, dichiarava quanto segue: “In Eurozona non c’è rischio deflazione”. A pronta smentita della sua assurda profezia pubblicavo questo articolo che vi invito a rileggere. Vedi: Draghi dice che in Europa non c’è rischio deflazione e intanto Renzi agisce per abbattere i salari. Draghi, ancora tre mesi fa, dunque negava apertamente l’evidenza ed, in manifesta malafede, ribadiva che l’austerità non avrebbe portato l’Europa in deflazione. In realtà è ovvio, come era ovvio tre mesi fa, che la deflazione arriverà ovunque in Europa e, dove già c’è, aumenterà esponenzialmente. Siamo, infatti, in una situazione di palese rarefazione monetaria, causata dalle politiche recessive che vengono imposte ad oltranza alle nazioni (si tassa più di quanto si spende). Manca moneta (che ricordiamolo: si crea dal nulla senza alcuna contropartita), serve più spesa, ma invece che immetterla si fa l’esatto opposto. Questo per l’ormai acclarato disegno criminoso di utilizzare la crisi come leva per cancellare le sovranità nazionali di ogni singolo paese UE.