di  Salvo Ardizzone Haftar prende il controllo dei terminal petroliferi della Libia; Serraj in difficoltà. Arriva un contingente italiano. In Libia, alla fine della scorsa settimana, con un attacco improvviso, le milizie del generale Haftar hanno preso il controllo dei terminal petroliferi di Es Sider, Brega e Ras Lanuf, gli sbocchi sul Mediterraneo del greggio della Cirenaica. Il controllo del porto di Zueitina è ancora incerto, violenti combattimenti erano in corso a inizio settimana. I porti e le raffinerie conquistate erano in grado di produrre fra i 400 e i 600mila b/g, tuttavia da tempo funzionavano solo in parte sia per i danneggiamenti a seguito degli scontri fra milizie, sia per il drastico rallentamento delle attività estrattive nei campi petroliferi dell’interno.

di Salvo Ardizzone La richiesta del premier libico Al-Serraj per ottenere la protezione internazionale sul petrolio e sulle piattaforme di estrazione in mare, anche se menzionava il pericolo dell’Isis, in realtà aveva tutt’altro obiettivo, assai più concreto delle scalcinate milizie del “califfo” evocate solo per convenienza: proteggere i campi dalle mire del generale Haftar e dell’Egitto, dietro cui sono schierati Arabia Saudita, Emirati e la Francia, che al momento fa un gioco ambiguo a tutto vantaggio dei propri interessi e della Total. La telefonata con cui Serraj ha chiesto copertura a Renzi, proprio prima che il Premier italiano volasse al G5 di Hannover, tendeva a questo: tramite l’Italia, a cui ufficialmente è stata affidata la gestione del problema libico, portare il problema dinanzi alle Potenze che manovrano per spartirsi la Libia, denunciando il tentativo di far saltare i patti già stretti.

Quando nell'anno 2011 in Libia scoppiò l'insurrezione (pilotata di servizi di intelligence USA e GB) contro il governo di Muammar Gheddafi, suo figlio, Seif Al Islam, rilasciò in quei giorni una intervista in cui espresse le sue previsioni dettagliate sul futuro politico, sociale ed economico del paese, indovinando quasi in tutto quello che sarebbe poi accaduto. Nel Febbraio del 2011, nella parte orientale della Libia scoppiarono forti proteste contro Muammar Gheddafi, cinque giorni dopo comparve sulla TV statale Seif Al Islam Gheddafi, figlio ed erede favorito dell'allora leader del paese arabo, per spiegare alla nazione quello che stava accadendo, lo ricorda Al Monitor, portale informativo sulle notizie del Medio Oriente con sede a Washington.

di Fulvio Scaglione Niente da fare, non se ne esce. La strategia è sempre la stessa. Prendi uno Stato che ti interessa, diciamo la Libia, lo scardini a suon di bombe, lasci che i pezzi vadano alla deriva, poi decreti: non c’è nulla da fare, bisogna spezzettarlo. E prepari un’altra guerra o un’occupazione militare. Strategia illuminata, come dimostrano le condizioni del Medio Oriente in genere e, in particolare, dei Paesi come l’Iraq dove essa è stata applicata. Ma tant’è, si continua imperterrriti e indisturbati. Il caso della Libia, se tale strategia fosse davvero applicata, potrebbe persino diventare più inquietante. Intanto, perché c’è il solito buo nero politico da rimontare. Una volta fatto cadere e ammazzare Gheddafi, ci siamo precipitati a riconoscere il Governo di Tobruk, perché più “laico” e soprattutto perché dotato di un’armata, quella guidata dal generale Khalifa Belqasim Haftar che è un vecchio amico degli Usa: già arruolato negli anni Ottanta ne tentativo di rovesciare il regime di Gheddafi, Haftar fu poi riscattato, portato in America, dotato di cittadinanza americana e nel 2011 riportato in Libia per dare un leader all’insurrezione contro Gheddafi. Nel 2015 è stato nominato ministro della Difesa e capo di Stato maggiore appunto dal Governo di Tobruk.

di Thierry Meyssan La Russia ha sollevato la questione del futuro della Turchia, rimettendo al Consiglio di sicurezza una relazione d’intelligence sulle attività di sostegno di quel paese a favore dei jihadisti. Il documento include una decina di rivelazioni che mettono in questione il comportamento del MIT. Il problema è che ciascuna delle operazioni citate si riferisce ad altre operazioni in cui gli stessi attori hanno lavorato con gli Stati Uniti o i loro alleati contro la Russia. Queste indicazioni d’intelligence si aggiungono a quelle già disponibili sui legami personali del presidente Erdoğan con il banchiere di Al-Qa’ida e sulla ricettazione da parte di suo figlio del petrolio rubato da Daesh. [caption id="attachment_15851" align="alignleft" width="300"]Rapporto russo Rapporto russo[/caption] La Russia ha fatto circolare presso i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU un rapporto di intelligence sulle attività della Turchia in favore dei jihadisti che operano in Siria [1]. Questo documento consegna una decina di fatti che - presi uno per uno - violano una o più risoluzioni del Consiglio.

di Pedro Canales I governi dei paesi del Nord Africa, in particolare quelli di Tunisia, Algeria ed Egittto, si trovano in stato di allerta massima di fronte alla posssibilità di un intervento militare che sta preparando il Pentagono in Libia ed hanno inviato messaggi urgenti a Washington ed alla NATO per dissuadereli, con l'argomento che, un eventuale intervento provocherebbe uno scenario come in Siria e destabilizzerebbe il Magreb provocando massicce ondate di rifugiati, secondo le informazioni che provengono dai servizi di intelligence di questi paesi. Tuttavia esiste il fatto che l'Europa vuole evitare che lo Stato Islamico ed Al Qaeda si prendano il controllo del petrolio libico. Le giustificazioni con cui si scherniscono i paesi occidentali hanno a che vedere con la sicurezza europea ed il flusso delle forniture del petrolio libico, vitale per le economie  europee che attraversano una crisi strutturale sempre più vicina al collasso finanziario.