Esattamente 11 anni dopo Calipari, un'altra tragedia intorno a questioni di ostaggi italiani e una sporca guerra sullo sfondo. Un ambasciatore loquace, un governo silente. di Vincenzo Brandi La tragica vicenda - ancora misteriosa - dei due tecnici italiani uccisi in Libia ci induce a qualche riflessione in libertà, non basata su dati certi (che mancano), ma su considerazioni logiche e domande che chiunque abbia un minimo di raziocinio può porsi. I tecnici italiani erano stati rapiti mesi fa da bande di jihadisti - criminali -mercenari (le tre cose non sono affatto in contraddizione nel panorama nordafricano e mediorientale dei paesi devastati dalle guerre di questi anni), ritenute vicine allo Stato Islamico, nella città di Sabrata, posta a circa 60 Km ad ovest di Tripoli, verso la frontiera tunisina.

Il presidio di 5 giorni davanti alle sedi del Consiglio d’Europa (EC) della Corte Europea dei diritti umani (ECHR) e della Commissione europea per la prevenzione della tortura è giunto al terzo giorno. Al presidio promosso da KCD-E (Congresso delle società democratiche curde europee) e da TJKE (Movimento delle donne curde europee) si sono uniti centinaia di giovani provenienti dalla Svizzera,dalla Francia,dall’Olanda,dalla Germania e dal Belgio.

La Terza Guerra Mondiale? Ci siamo già dentro: ed è cominciata l’11 settembre del 2001, con l’attacco alle Torri Gemelle e quindi le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Da allora, solo guerra. Non c’è davvero altro modo per definire lo scenario di inarrestabile e devastante destabilizzazione globale, con milioni di morti e popoli in fuga, in un’aera vastissima: dall’Asia Centrale al Medio Oriente, all’Africa, fino al terrorismo finto-islamista che minaccia l’Europa. La buona notizia – l’unica – è che un 20-30% dell’umanità di sta “risvegliando”, e ha capito che non si può più fidare del sistema mainstream, politico e finanziario, economico e mediatico.

Neanche il verdetto di una commissione delle Nazioni Unite è riuscito a cambiare la posizione del Regno Unito e della Svezia rispetto al giornalista ed informatico, Julian Assange, rifugiato da anni in una sede diplomatica,  posizione criticata da tempo da parte di vari paesi, istituzioni ed organizzazioni della società civile. Un comitato del Gruppo di Lavoro dell'ONU ha appena considerato arbitraria la detenzione subita dall'australiano nell'ambasciata dell'Ecuador nella nazione britannica, come risultato di azioni illegali da parte dei governi di Stoccolma e di Londra. Subito dopo il governo della Svezia ha reagito ed ha dichiarato che Assange è libero di abbandonare l'ambasciata in qualunque momento, un argomento in realtà insostenibile perché si sa che se Assange osasse mettere un piede fuori dalla missione diplomatica, questo significherebbe per lui un arresto immediato.

di Pino Cabras Quando nel 2013 alcuni scienziati svizzeri trovarono livelli di Polonio-210 diciotto volte più elevati del normale nella salma, riesumata, del primo presidente dell'Autorità Palestinese, Yasser Arafat, la notizia non aprì le edizioni dei telegiornali occidentali come invece è stato ieri per il delitto della spia russa Aleksandr Litvinenko. Preferivano bacchettare chi osasse alludere a quelle potenti strutture che avrebbero potuto procurarsi un veleno così difficile da maneggiare. Allora no, non si doveva parlare di "avvelenamento di Stato".

Il presidente iraniano Hassan Rohani sarà lunedì e martedì a Roma, poco più di due mesi dopo avere annullato la sua visita prevista il 14 e 15 novembre, a seguito dei sanguinosi attentati di Parigi. Resta, oggi, come allora, la soddisfazione per la scelta dell'Italia come prima meta europea dopo l'entrata in vigore dell'accordo sul nucleare, con conseguente revoca delle sanzioni. Lunedì il presidente iraniano avrà un incontro con il presidente Mattarella e dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Nella giornata di martedì si recherà in visita da Papa Francesco e parteciperà all'Iran Business Forum. Al termine della sua tappa romana, Rohani partirà per la Francia, dov'è atteso da Francois Hollande all'Eliseo.

Donald Trump: Il mondo sarebbe più sicuro senza le ingerenze degli USA (Se lo dice lui gli possiamo credere) Il precandidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sottolineato, nel corso di una intervista ad una rete TV, che le politiche di ingerenza del suo paese nel Medio Oriente e nel nord Africa hanno avuto l'effetto di estendere l'insicurezza e l'instabiità in tutto il mondo.

di Enrico Galoppini Il classico dei classici è la “rabbia palestinese”. L’esercito israeliano o qualche “colono” armato ammazzano dei palestinesi e “la notizia” diventa: “I palestinesi giurano vendetta”. Il grave e sanguinoso antefatto, invece, passa allegramente in cavalleria. Quando due razzi artigianali vengono sparati dalla Striscia di Gaza, “la notizia” è quella e stop: “Attacco a Israele!”. La reazione israeliana, regolarmente sproporzionata e ben oltre il “10 per 1” dei nazisti, viene presentata dai “media” come comprensibile e giustificata. D’altronde sono sempre i palestinesi a “cominciare”, no?

di Soeren Kern La paura per l'escalation di crimini commessi dai migranti in tutto il paese – tra cui stupri ai danni di donne e ragazze tedesche che oramai hanno raggiunto livelli sconcertanti, aggressioni fisiche, accoltellamenti, effrazioni, furti e rapine – sta facendo registrare un boom nella vendita di armi. Le autorità tedesche, tuttavia, si danno molto da fare per argomentare che l'improvviso interesse da parte della cittadinanza per la legittima difesa non ha nulla a che fare con la migrazione di massa nel paese, nonostante esistano ampie prove in senso contrario. L'ondata di crimini violenti commessi dai migranti è stata corroborata da un rapporto confidenziale di polizia trapelato alla stampa, che rivela che nel 2014 ben 38.000 richiedenti asilo furono accusati di aver commesso crimini in tutto il paese. Gli analisti ritengono che questa cifra record – più di 100 al giorno – sia solo la punta di un iceberg, perché molti reati non vengono denunciati.

Impossibile separare i due grandi attentati di Parigi e la guerra in Siria, visto che hanno un vistoso denominatore in comune, e cioè l'ISIS. di Massimo Mazzucco Il 2015 si è aperto con gli attentati di Parigi a Charlie Hebdo, nel mese di gennaio, e si è concluso con gli attentati di Parigi del Bataclan, nel mese di novembre. In realtà questi due episodi, estremamente gravi di per sé, fanno solo da contenitore a tutto ciò che si è svolto al loro interno, e cioè l'escalation della guerra in Siria, che è diventata, nell'arco di pochi mesi, un conflitto di livello internazionale.