"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

“CAPIRE LA RUSSIA”, INTERVISTA A PAOLO BORGOGNONE

A cura di Roberto Scarcia Amoretti

1) Perché hai scritto questo libro Capire la Russia?

Ho scritto “Capire la Russia” perché intendevo, con la pubblicazione di questo libro, contribuire a sfatare la vulgata russofobica che in Occidente è, nei secoli, una sorta di ideologia ufficiale di Stato a sostegno e legittimazione del capitalismo e dell’imperialismo. Inoltre, credo di potermi definire uno studioso piuttosto preparato delle correnti politiche e spirituali della Russia storica per cui ho cercato, con il libro in questione, di dar seguito a quelli che erano i miei studi e interessi consolidati nel tempo.

2) Che cosa si deve capire della Russia e che cosa hai capito tu?

Io credo che della Russia, e dei russi, si debba capire innanzitutto la struttura nazionale, eurasiatica e pertanto peculiare e caratteristica di un Continente-Nazione plurietnico, multilinguistico e multireligioso. Il caleidoscopio russo è tenuto insieme dall’idea di costituire un polo nazionale e continentale dotato di peculiarità proprie, per molti aspetti, non solo geopolitici, radicalmente alternativi ai tentativi dell’Occidente di colonizzare, a immagine e somiglianza del capitalismo liberale e della società di mercato, il mondo intero. Io penso di aver capito che la Russia costituisce, oggi, il principale baluardo internazionale, geopolitico e per molti aspetti culturali, nei confronti della globalizzazione unipolare (americana).

3) Che cosa devono capire i russi stessi della Russia e che cosa non hanno capito?

I russi, alcuni russi, sanno essere, se vogliono, più russofobi degli americani. I russi di ceto medio-alto (la nuova classe media privata moscovita) hanno capito nulla della Russia perché, opponendosi a Putin in nome dei “valori liberali europei”, cioè dell’ideologia del denaro e dell’individualismo liberale, dimostrano di essere completamente indifferenti alla struttura nazionale russa, che per definizione è patriottica, comunitaria e collettivista. La Russia “profonda”, rurale, tradizionale, respinge l’individualismo e i moduli culturali simbolici della postmodernità.

4) Che cosa devono capire i russi dei russofili come noi?

Innanzitutto la nostra buona fede e il fatto che la nostra attenzione nei confronti della Russia, della sua storia, delle sue tradizioni e del suo ruolo nel mondo, è disinteressata e mossa esclusivamente da fattori di vicinanza a quelli che sono i presupposti politico-culturali alla radice della struttura nazionale russa.

5) Perché non dovrebbero diffidare dopo la fregatura che hanno preso tentando di aiutare il mondo intero, durante l’epoca rivoluzionaria e sovietica?

Penso che la Russia dovrebbe fare di più per aiutare i suoi sostenitori nel mondo e credo che esiti in questo senso per varie ragioni: 1) la Russia, diversamente dagli Usa, e dai sionisti, non ha ambizioni di dominio globale, non vuole essere una superpotenza, perché crede che ciò comporterebbe, per il Paese, un prezzo troppo cospicuo da pagare, uno sforzo notevole che potrebbe anche culminare, sulla scorta del 1991, con una nuova sconfitta epocale. Ricordiamo infatti che la Russia è un Paese da poco tempo risollevatosi, e forse non ancora completamente, dalla catastrofe economico-sociale degli anni Novanta e dal crollo identitario del 1991. La Russia si muove, in ambito internazionale, con prudenza per evitare possibili passi falsi che potrebbero costarle nuove sconfitte. Tuttavia, le vicende siriane ci insegnano che la Russia ha finalmente superato la “sindrome dell’Afghanistan”, ha ricominciato a impegnare uomini e mezzi militari all’estero per difendere i propri interessi geopolitici (lo aveva già fatto in Georgia nell’agosto del 2008) e ciò è un dato inequivocabilmente positivo. La Russia ha spezzato il monopolio degli Usa come unica potenza politico-militare ed economica capace di influire sui destini del mondo ma non possiamo chiedere alla Russia di essere, o diventare, ciò che non è, cioè una riedizione dell’URSS. La Russia è una potenza pragmatica, non ideologica.

6) Come hai proceduto metodologicamente per scrivere questo libro?

Il volume “Capire la Russia”, come del resto quasi tutti i miei libri, è innanzitutto una critica dei presupposti ideologici all’origine del concetto occidentale, liberale, di “società aperta”, ossia di società pronta, poiché preparata a questo scopo da decenni di propaganda televisiva martellante, a introiettare dentro di sé gli anti-valori del capitalismo politico e dell’individualismo culturale. Nel libro ho descritto le correnti politiche che, in Russia, accettano o si oppongono al concetto di “società aperta”. Inoltre, ho voluto a più riprese specificare come sia inutile cercare di analizzare e comprendere la struttura russa basandosi sulla prospettiva eurocentrica fondata sulla dicotomia sinistra/destra. In Russia, infatti, questa dicotomia non esiste, o non ha alcuna importanza. In Russia esiste, tra coloro i quali si interessano di politica e votano, un conflitto che si articola tra i sostenitori e gli oppositori della “società aperta”. Tuttavia, mentre in Occidente i comunisti e la sinistra, salvo alcune eccezioni, si collocano tra i fautori dei presupposti culturali tipici della “società aperta”, ovvero tra i sostenitori, più o meno consapevoli, del globalismo imperialista e del capitalismo politico-culturale, in Russia il Partito comunista (KPRF) è un tenace oppositore della mondializzazione e della sopraccitata open society. La Russia non è Occidente, è un Continente-Nazione a vocazione eurasiatica. Probabilmente, quando gli intellettuali progressisti europei riusciranno a comprendere questo assunto di fondo, sarà più facile per loro rapportarsi in maniera empatica con i russi e, di conseguenza, deporre le armi della russofobia e del pregiudizio. Purtroppo, però, per i liberali e per una parte assai consistente della sinistra, è davvero difficile rinunciare al narcisismo e iniziare a pensare in termini di valori e non di astratti “diritti di libertà” caratteristici di un individuo-consumatore modellato attorno agli stereotipi individualistici ed edonistici propri della TV commerciale.

7) Accompagnaci passo a passo nel tuo libro.

In “Capire la Russia”, così come in altri miei libri, specificamente in un testo cui sto lavorando in questi mesi, e che sarà pronto nel 2018, ho dedicato ampio spazio all’eurasiatismo e alla figura politico-intellettuale di Aleksandr Dugin, insigne filosofo e geopolitico tradizionalista. Dugin è tra i pensatori più temuti e diffamati in Occidente, poiché la Quarta Teoria Politica da lui delineata respinge la modernità liberale, cioè il fondamento politico-antropologico del capitalismo contemporaneo.

Alexander Dugin

Dugin e l’eurasiatismo sono i principali nemici dei teorici della “società aperta” e degli apologisti della modernità-liquida. La Quarta Teoria Politica è stata definita dal sociologo italiano Roberto Pecchioli, che vi ha dedicato un importante saggio pubblicato sul sito Geopolitika.ru, «un’idea nuova per il Terzo Millennio». In “Capire la Russia” ho poi analizzato, in maniera piuttosto dettagliata, il pensiero politico e filosofico di Gennadij Zjuganov, presidente del Partito comunista della Federazione russa (KPRF) e figura originale, poiché perfettamente inserita nell’ambito della struttura nazionale e ideologica russa ed eurasiatica, nel contesto della tradizione marxista-leninista nel suo complesso. Zjuganov, infatti, tra il 1992 e il 1994 attuò un vero e proprio cambio di paradigma, o cambio di pietre miliari, che contribuì a integrare il comunismo russo nella tradizione dei popoli d’Eurasia, e a elaborare una critica finalmente onnicomprensiva, cioè anche culturale e non soltanto economicistica, del capitalismo liberale. Nel libro, poi, conferisco ampio spazio alle correnti di pensiero che appoggiano il presidente Putin, un leader patriottico e pragmatico, la cui popolarità in patria è indiscutibile, così come i suoi meriti di governo.

Processione a Mosca

Vale la pena elencare, in questa sede, alcuni dei traguardi raggiunti, in ambito economico soprattutto, dalla Russia a partire dal 2000, ovvero l’anno in cui Putin fu eletto presidente dopo il catastrofico decennio eltsiniano. Nel 1999, ultimo anno della disastrosa amministrazione Eltsin, il PIL russo ammontava a 195 miliardi di $ Usa. Nel 2015, con Putin, il PIL russo era di 2.308 miliardi di $ Usa. Nel 1999, l’inflazione in Russia era del 36,5 per cento, nel 2015 era scesa al 6,5 per cento. Nel 1999 il PIL pro-capite russo era appena di 1.320 $ Usa l’anno, mentre nel 2015 ammontava a 25.248 $ Usa, attestandosi pertanto, almeno nelle grandi metropoli del Paese, attorno agli standard europei. Nel 1999 la Russia deteneva riserve in oro e valuta estera per 12,6 miliardi di $ Usa, un’inezia. Nel 2015 le riserve russe in oro e valuta estera ammontavano a 511 miliardi di $. Infine, nel 1999 il debito pubblico russo era al 78 per cento del PIL, nel 2015 risultava tra i più contenuti al mondo, appena il 12 per cento del PIL. I risultati ottenuti dal governo di Putin in ambito economico hanno permesso alla Russia di ritornare competitiva sulla scena geopolitica, consentendole di poter recitare un ruolo da protagonista, sullo scacchiere internazionale, come contraltare degli Stati Uniti e per la costruzione di un sistema di relazioni estere improntato al multipolarismo. Chi in Occidente, tra il ceto politico, intellettuale ed economico liberale è contrario al fatto che gli Usa possano in qualche modo vedere inficiata la loro posizione di superpotenza globale incontrastata, è particolarmente scontento della ripresa economica e sociale russa. I liberali infatti interpretano la Russia come un grande bazar da saccheggiare, sull’esempio di quanto avvenne a seguito del crollo dell’URSS e del varo della privatizzazione e del governo indiretto degli oligarchi filoamericani (Khodorkovskij, Berezovskij, ecc.) e hanno simpatia esclusivamente per quei “russi” russofobi che intendono fare affari con le multinazionali occidentali a tutto discapito degli interessi nazionali del proprio Paese.

Il libro “Capire la Russia” parla anche di questi settori del ceto medio urbano benestante, upper class moscovita, così graditi ai media liberali occidentali poiché sedicenti “democratici” in lotta contro il presunto “autoritarismo” di Putin. Nel libro svelo il ruolo di Quinta Colonna americana, liberal, di questa “giovane borghesia” moscovita occidentalizzata e in realtà composta da un pugno di opportunisti avidi di dollari e bramosi di ottenere, qui e ora, un surplus di accesso indiscriminato all’industria americana dell’entertainment. Il libro “Capire la Russia”, infine, è stato oggetto di numerose discussioni in Italia. Alcuni gruppi di sinistra settaria, marginale e marcatamente controrivoluzionaria lo hanno attaccato brutalmente sui loro siti e bollettini. Il libro è stato invece molto apprezzato dalle menti più brillanti del Paese, tanto che il filosofo Diego Fusaro, tra i più preminenti studiosi italiani (ed europei) di Fichte, Hegel e Marx, lo ha definito, sul suo blog: «Il libro più esaustivo e completo che mi sia capitato di leggere sulla Russia post-1989». E ciò mi ha reso onore e fatto molto piacere.

8) Qual è lo spazio operativo che dovrebbe emergere dal tuo libro? Detto brutalmente cosa dobbiamo fare?

Dobbiamo cominciare, rinunciando a qualsivoglia tentazione narcisistica e idiosincrasia ideologica di sorta, a guardare la Russia per ciò che è e non per ciò che vorremmo che fosse. La Russia non è l’Unione Sovietica, non è uno Stato ideologico, è un Paese pluralistico e, soprattutto, a regime economico interno capitalistico. La Russia è però, in alcune sue componenti sociali interne, un Paese profondamente legato alla propria memoria storica e tradizione, e ciò la rende meno permeabile, rispetto ai Paesi della Ue, agli stili di vita, di consumo e di pensiero liberal di importazione occidentale. Un modo a mio avviso interessante di avvicinarsi alla Russia senza pregiudizi di sorta è quello di studiarne la storia della cultura, della letteratura e della religione. La Russia è infatti un Paese dove l’Ortodossia, ma anche l’Islam tradizionale sufi (in Russia vivono infatti almeno 15 milioni di musulmani e non sono immigrati, ma cittadini russi di etnia più svariata che vivono lì da secoli), possono ricoprire, tra le masse, il ruolo di sostituto ideologico rispetto al marxismo-leninismo, irrimediabilmente venuto meno con il 1991 e lo smantellamento dell’URSS.

9) Tutti parlano di guerra dell’informazione. A me sembra che l’informazione sia come il cibo, troppo poco sei troppo debole per combattere, troppo sei troppo grasso. In un caso come nell’altro non ti muovi. Ma tutto sto sforzo di RT e compagnia sta dando, secondo te, dei risultati che valgono la pena dell’investimento in tempo, energia e denaro?

Credo che RT sia in qualche modo riuscita a rompere il monopolio americano delle breaking-news, e che faccia reportage di grande qualità. Certo, gli americani, o meglio, i liberali, detengono ancora il primato della produzione immateriale, della produzione flessibile. D’altronde, sono i liberali (qualcuno direbbe i “neoliberali”) che hanno inventato il concetto di produzione immateriale e, di conseguenza, il capitalismo di consumo e di desiderio. La Russia stenta a sottrarsi all’egemonia della nuova classe media americana e a distaccarsi dall’agenda politico-culturale dettata dai professionisti dei media statunitensi perché non è uno Stato ideologico e, diversamente dagli Usa, non ha una teologia-ideologia di Stato che vuole esportare. La Russia è un Paese normale, mentre gli Usa rappresentano, con il loro messianismo liberale, una pericolosa anomalia imperialista.

10) Chi sono le quinte colonne? Filiazione diretta dalla nomenclatura bolscevica o per via indiretta di conversione sionista? Crescono, diminuiscono, che fanno?

Le Quinte Colonne sono costituite da gruppi oligarchici, da professionisti del ceto medio moscovita, pienamente occidentalizzato nei suoi strati superiori, e da studenti nichilisti, individualisti e gadgettizzati ma privi di valori e valore. Credo che i sostenitori dell’Occidente in Russia siano residuali, perlopiù concentrati nei quartieri ricchi di Mosca e San Pietroburgo e poco credibili, con le loro proposte politiche iper-liberali, al resto della popolazione della Federazione russa, comprendente milioni di persone. Gli oligarchi russi, venuti alla ribalta dopo il 1991, erano per la maggior parte sionisti ma questo dato di fatto viene completamente ignorato dai media.

Il sionismo e il grande capitale oligarchico costituirono un’alleanza di ferro in Russia dopo il 1991. Uno dei più controversi e discussi tra gli oligarchi del periodo, Boris Berezovskij, grande sostenitore di Eltsin e, in seguito, nemico giurato di Putin (dopo esserne stato, in prima battuta, un prezioso alleato e sponsor politico), disponeva addirittura del doppio passaporto russo-israeliano. E Berezovskij non era un “oligarca qualsiasi”, bensì il padrone di una fetta sostanziosa dell’economia e della politica russe. Era un uomo influente, potentissimo, tra i più ricchi e temuti in Russia. Il ruolo del sionismo nella transizione al capitalismo oligarchico-speculativo in Russia è riconosciuto dal presidente del Partito comunista della Federazione russa (KPRF), Gennadij A. Zjuganov che, sin dagli anni Novanta del XX secolo, disse a riguardo: «[…] la nostra gente non è cieca. Essa non può fare a meno di vedere che la diffusione del sionismo nel governo dello Stato russo è una delle ragioni dell’attuale condizione catastrofica del Paese, dell’impoverimento di massa e del processo di estinzione del suo popolo». Zjuganov riconobbe apertamente «il ruolo distruttivo del capitale sionista nel collasso dell’economia russa e nelle ruberie di beni nazionali». Le parole di Zjuganov costarono al presidente del KPRF l’accusa, del tutto immeritata, di “antisemitismo” e Boris Berezovskij chiese addirittura, nel 1998, lo scioglimento del Partito comunista della Federazione russa poiché, a suo parere, questa forza politica (tra l’altro, all’epoca, la più numerosa nel Paese per consensi elettorali e numero di iscritti) stava «diventando un partito nazista». Le dichiarazioni di Berezovskij erano tendenziose e insensate. Equiparare la critica del sionismo come ideologia all’antigiudaismo come forma di razzismo è l’alibi preferito di chi non dispone di argomenti per difendere l’indifendibile.

Forze russe in Siria

11) Chi sono i patrioti russi e perché non sono uniti?

I patrioti russi sono coloro i quali difendono la sovranità del proprio Paese da ogni ingerenza esterna e dai processi di occidentalizzazione che rappresentano, nei fatti, un tentativo degli USA di colonizzare la Russia. In Russia vi sono patrioti di diversa estrazione politico-ideologica, dai liberal-patrioti di Russia Unita agli eurasiatisti, passando per i comunisti del KPRF e i nazional-populisti di Zhirinovskij. Queste forze politiche non possono e non debbono unirsi poiché sono espressione di piattaforme politico-programmatiche diverse. Per esempio, ritengo Putin un nazional-globalista piuttosto coerente, mentre Zjuganov è un comunista sostenitore dello Stato. Non vi sono possibilità di intesa, in politica economica, tra i nazional-globalisti di Russia Unita e i comunisti (che rappresentano la principale forza di opposizione parlamentare con il 13 per cento dei voti) ma tutte le forze politiche presenti alla Duma condividono, a grandi linee, l’idea che la Russia debba mantenere una politica estera improntata alla salvaguardia della propria indipendenza nazionale e al multipolarismo. Se poi vogliamo scendere nei dettagli, ma qui il discorso si farebbe lungo e occorrerebbe un vero e proprio libro per poterlo estrinsecare con compiutezza, vi sono divisioni e frazionismi di ogni genere tra i patrioti russofoni che difendono il Donbass. I patrioti del Donbass sono frammentati per varie ragioni, compresa la difficoltà oggettiva di costruire Stati nazionali un minimo funzionanti (le repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk) laddove sussiste una condizione di guerra latente e di necessità, venutasi a creare nel 2014, di dotarsi in maniera tempestiva di strutture e infrastrutture pubbliche, politico-economiche e militari in tempi ristretti e alla presenza di condizioni belliche interne spaventose.

12) Possiamo/dobbiamo o no formare quinte colonne filorusse dappertutto in Europa?

Assolutamente no. Il termine Quinte Colonne è uno spregiativo che mi riservo di affibbiare a coloro i quali, per interessi economici o statutari, o anche solo per stupidità, recitano il ruolo, in ogni dove, ovvero in Russia come in Cina o in Iran, di sostenitori delle politiche americane improntate al colonialismo e alla dottrina dell’esportazione della “società aperta” all’estero. Quello che dobbiamo fare è, invece, il costituirci, il più numerosi possibili, come studiosi seri e competenti della storia, della lingua, delle tradizioni religiose e spirituali, della cultura e dell’evoluzione sociale dei popoli che sentiamo, in qualche modo, più affini al nostro modo di pensare e di essere. Sul piano della prassi, invece, è nostro compito organizzarci, salvaguardando le specificità ideologiche di ciascuno ma ponendo in comune ciò che ci unisce e relegando in secondo piano gli argomenti che ci dividono, per spezzare il monopolio politico, in Europa, delle forze liberali e russofobiche.

13) Previsioni e scenari futuri sia in Russia sia tra di noi nella galassia russofila.

Il futuro è imprevedibile per definizione ed è impossibile delineare scenari certi. Per quel che riguarda la Russia, credo che l’attuale situazione in Siria, con una spartizione de facto del territorio, dello Stato, su linee etnoconfessionali, ponga le basi per una nuova offensiva americana, saudita e sionista nella regione, a partire dagli avamposti che gli Usa si sono costruiti in alcune aree strategiche siriane, soprattutto a nord (Kurdistan siriano) e a sud (ossia, ai confini con la Giordania). Per quel che concerne la Russia propriamente detta, invece, penso che l’espansione di una classe media urbana interna culturalmente orientata agli standard di vita, di consumo e di desiderio occidentali, cioè americani, potrebbe risultare un fattore di rischio per la stabilità del Paese. I problemi, per Putin e per i suoi successori, arriveranno nel momento in cui, tra la gente, comincerà a svanire il ricordo per le difficoltà e la miseria caratteristiche degli anni Novanta del secolo scorso. Quando i ceti medi urbani russi saranno abbastanza sazi e annoiati del benessere raggiunto nella cosiddetta èra di Putin e vorranno desiderare sempre di più e sempre più stravaganze e beni di consumo effimeri per soddisfare il proprio narcisismo, allora inizieranno a invocare il liberalismo e una nuova ondata di americanizzazione, ponendo in crisi la leadership pragmatica e non ideologica che tuttora guida la Federazione russa a fronte di un consenso pubblico maggioritario. Il mio auspicio è che il patriottismo dei russi profondi, i ceti popolari e la borghesia nazionale urbana (e provinciale) dello sterminato Continente-Impero eurasiatico, alla fine prevalga, disarmando sul nascere le velleità dei liberali. Compito di tutti coloro i quali si dichiarano estimatori della Russia, anche a livello internazionale, è lavorare per far sì che l’albero del patriottismo continui a germogliare a dare buoni frutti, in modo che la Russia possa disporre, ancora a lungo, della forza e degli uomini necessari a preservare la propria indipendenza e la ricchezza della sua storia e della sua cultura.

Questa intervista è’ stata pubblicata sul sito spagnolo “Euskal-Rus Vesta

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  1. Backward 3 settimane fa

    “Quando i ceti medi urbani russi saranno abbastanza sazi e annoiati del benessere raggiunto nella cosiddetta èra di Putin e vorranno desiderare sempre di più e sempre più stravaganze e beni di consumo effimeri per soddisfare il proprio narcisismo, allora inizieranno a invocare il liberalismo e una nuova ondata di americanizzazione”

    Appunto. Per questo è un controsenso dare i voti a Putin in base ai soliti parametri illusori: PIL, debito pubblico o riserve auree. Il nemico non sono gli USA, è la modernità. E i programmi di “sviluppo” di Cina o Russia non fanno che portare ulteriore modernità.

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  2. Fabrice McFab 3 settimane fa

    Libro assolutamente da comprare!!

    Salute.

    Fabrice

    PS da notare che l’80% dei bolscevichi era di origine ebraica, la stragrande maggioranza degli oligarchi che fece carne di porco della Russia post URSS negli anni 90 era pure di origine ebraica, e siccome non c’è due zenza tre, magari dopo l’era Putin ci riprovano un altra volta a incasinare la Russia!!

    Ma loro sono “The God’s Chosen People”, per cui, tutti con le bocche cucite e a pecora…..!!

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