Bene, direi che ci siamo, è il redde rationem

di Andrea Zhok

La Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe ha accolto in parte, ma una parte decisiva, il ricorso che era chiamata a valutare.

I giudici tedeschi dicono essenzialmente tre cose:

1) Viene contestata come inadeguatamente motivata l’iniziativa per cui la BCE ha deviato dal principio di proporzionalità nei suoi acquisti di titoli (acquistandone di più dai paesi con maggior debito pubblico, per calmierarne gli interessi). La Corte tedesca sostiene che questo può diventare un finanziamento monetario del deficit, che non è consentito dai trattati vigenti né dalle leggi tedesche.

2) I giudici di Karlsruhe respingono la precedente sentenza della Corte di giustizia europea, affermando che in nessun caso la Bce (tramite le banche centrali nazionali) può detenere più del 33% del debito di ciascuno stato.

3) Essi infine contestano il fatto che la Bce si stia muovendo come un organo con autonomia politica, al di fuori del suo mandato, che la vincola a compiti di sorveglianza monetaria.

Se entro tre mesi la Bundesbank non darà adeguate e convincenti risposte essa sarà obbligata a ritirarsi dagli interventi della Bce, rendendoli di fatto impossibili.

In sostanza i giudici costituzionali tedeschi hanno messo nero su bianco quello che tutti sapevano, ma nessuno voleva ammettere.
L’Unione Europea e il suo apparato normativo, a partire dallo statuto della Bce, incarnano un progetto neoliberista nato negli anni ’80, che intendeva esplicitamente minimizzare i margini di intervento degli stati in termini di politica economica, e che promuoveva (e promuove) un sistema di pura concorrenza economica, non di solidarietà, né di cooperazione.

Ciò che dicono i giudici costituzionali tedeschi è sacrosanto e irrefutabile dal punto di vista legale (anche se ha il difettuccio di venir fuori proprio in un momento in cui robuste politiche economiche statali sono tassative ed inevitabili).

Angela e Ursula, le due tedesche che comandano in Europa

Ciò che è stato fatto ripetutamente nel corso degli anni è stato di allentare o aggiustare vari meccanismi istituzionali introducendo surrettiziamente una dimensione politica che non appartiene affatto al ‘progetto europeo’.
Lo si è fatto sia per venire incontro alle aspirazioni di leadership della Germania stessa, sia per l’evidente necessità di non poter fare a meno di una politica economica in qualche modo comune, nel momento in cui sono in comune la moneta e le regole del mercato europeo.

Tutto ciò è stato fatto forzando, interpretando, distorcendo i trattati in vigore, che a seconda degli accordi e dei rapporti di forza potevano essere tagliole implacabili o cordiali suggerimenti, divieti o permessi i più variegati.

Questo gioco ha anche permesso a numerosissimi politici, in Italia ma non solo, di giocare al gioco degli Stati Uniti d’Europa, un simpatico gioco di società in cui si fa credere alla plebe che proprio lì dietro l’angolo ci sia il nuovo mondo coraggioso dove saremo tutti una grande famiglia europea, con una politica economica comune, regole comuni, salari comuni, tasse comuni, una politica estera comune.

Il problema di fondo, tuttavia, è che nessuno, mai, ha realisticamente pensato che questa prospettiva fosse davvero in tavola.

Questi spettri multicolori queste apparizioni suggestive avevano sostanzialmente un’unica funzione, ovvero quella di permettere ai candidati (progressisti) per il Parlamento Europeo di vendersi in campagna elettorale come parte del ‘grande progetto degli Stati Uniti d’Europa’, quel progetto che – state sereni – avrebbe migliorato le sorti di tutti ed in particolare del popolo.

La sentenza della corte di Karlsruhe mette giù con apprezzabile brutalità teutonica la cruda verità: l’Unione Europea non ha, né ha mai avuto, niente a che vedere con una struttura destinata ad avere una politica economica comune (viatico per una politica comune in senso generale).
Al contrario essa è un’istituzione che serve a mettere in competizione gli stati, creando condizioni ottimali per reprimere ogni rivendicazione da parte delle classi lavoratrici all’interno di ciascuno stato, e per fornire garanzie ai rentiers.

Non ho nessun dubbio che continueremo a sentire i nostri politici cianciare ancora di ’70 anni di pace’, del ‘sogno europeo’, della famosa ‘solidarietà europea’, degli ‘aiuti europei’, ecc. Bisogna capirli. Se fossero chiamati davvero a prendere le redini dello stato non saprebbero da che parte cominciare. Speravano, e sperano ancora, che essere governati in remoto da Francoforte li esentasse da assumersi responsabilità; dopo tutto bastava fare un po’ i simpatici a Bruxelles e qualche briciola spendibile sul fronte interno come grande vittoria arrivava comunque.

Ora però la sentenza tedesca minaccia di tagliare bruscamente anche l’approvvigionamento di quelle briciole.

E con un debito al 160% del PIL, senza una banca centrale che monetizzi (tacitamente o dichiaratamente) il debito, il default del debito pubblico italiano è matematicamente certo.
Possiamo girarci attorno finché vogliamo, ma quella è l’unica direzione in cui la pallina può cadere.

Non ci sono margini per avviare un ‘programma di austerity’ per ridurre il debito pubblico: era già impossibile con il debito al 120%, ma ora sarebbe una prospettiva lunare. Qualunque programma ‘lacrime e sangue’, in un paese che era mezzo morto già prima della pandemia e che ora è con un piede nella fossa, non farebbe che avviare un avvitamento recessivo terminale.

Qualunque patrimoniale sulle liquidità che non fosse in grado di intercettare tutti i capitali detenuti all’estero e/o in paradisi fiscali sarebbe largamente insufficiente (e avrebbe ripercussioni sulla fiducia nel risparmio peggiori di qualunque haircut). Una patrimoniale sull’immobiliare distruggerebbe l’ultima base di sopravvivenza del paese, distruggendo causa svendita i valori immobiliari (e con essi anche i collaterali di banche e assicurazioni).

Dunque direi che le opzioni teoricamente sul tavolo sono ora solo tre:

a) un magico colpo di reni europeo, che, d’un tratto riscopre un spirito di fratellanza e solidarietà, e nell’arco di qualche mese mette in comune i debiti, e cambia i trattati, imponendo alla Bce di fare espressamente politica economica di carattere anticiclico e con l’obiettivo della piena occupazione;

b) una monetizzazione del debito italiano in proprio (che significa un’uscita dall’eurozona e dai trattati vigenti);

c) un default del debito pubblico.

Come spesso accade, le probabilità delle tre opzioni sono in proporzione inversa alla loro desiderabilità.

A titolo di chiarimento sui rapporti gerarchici tra il Grundgesetz tedesco e i trattati europei, un passo chiarificatore dell’amico Alessandro Somma:

<<La Carta fondamentale tedesca è stata modificata in occasione della ratifica del Trattato di Maastricht, per affermare il principio secondo cui le cessioni di sovranità sono ammissibili solo se il livello sovranazionale realizza le finalità prima perseguite dal livello nazionale: solo se Bruxelles opera nell’interesse di Berlino. Una disposizione precisa ora che «la Repubblica federale tedesca collabora allo sviluppo dell’Unione europea» nella misura in cui quest’ultima «si vincola ai princìpi democratici, dello Stato di diritto, sociale e federativi e assicura una tutela dei diritti fondamentali sostanzialmente comparabile a questa Legge fondamentale». Aggiunge poi che occorrono maggioranze particolarmente qualificate per determinare o rendere possibile una nuova modifica o integrazione costituzionale stimolata dal livello europeo. Precisa infine che l’esecutivo deve assicurare al parlamento «la possibilità di prendere posizione prima di partecipare alla produzione normativa europea» (art. 23). (…) La Corte costituzionale tedesca ha (…) rilevato come le cessioni di sovranità siano ammissibili solo se il livello nazionale resta «il Signore dei Trattati», ovvero conserva «la capacità di progettare dal punto di vista politico e sociale e in modo responsabile e autonomo le proprie condizioni di vita». E ciò equivale a dire che il Parlamento tedesco «in quanto rappresentante del popolo», così come l’esecutivo da esso supportato, deve mantenere «un influsso costitutivo sullo sviluppo politico della Germania».
(…)
In questo modo la sovranità popolare viene tutelata in modo sostanziale, e la sovranità statale riconfermata nel suo ruolo di sfondo ineliminabile per produrre un simile risultato, anche e soprattutto dal punto di vista delle scelte sulla spesa pubblica: è nuovamente la Corte di Karlsruhe a precisare che l’appartenenza alla costruzione europea non deve in alcun modo menomare il potere del parlamento tedesco di esercitare un «controllo sulle scelte fondamentali in materia di politica fiscale e di bilancio» (sent. 7 settembre 2011, 2 BvR 987/10). Il tutto anche e soprattutto perché il livello europeo non potrà mai avallare soluzioni in contrasto con l’impostazione «sperimentata nell’ordinamento tedesco e dimostrata sul piano scientifico» (sent. 12 ottobre 1993, 2 BvR 1877/97). Questo perché la Banca centrale europea persegue l’obiettivo della stabilità dei prezzi, così come stabilito dal Trattato di Maastricht e certificato dalla Carta fondamentale tedesca in una formula destinata a fondare, e allo stesso tempo condizionare, il trasferimento a quell’istanza dei compiti prima affidati alla Banca centrale nazionale (art. 88).

È stato opportunamente osservato che si tratta di un modo davvero irrituale di presidiare i fondamenti dell’Unione economica e monetaria, che si potranno ritoccare solo modificando la Legge fondamentale tedesca.

Un modo che se non altro mette in luce come la sensibilità tedesca per la sovranità sia a senso unico, mossa cioè dall’intento di assicurare alla Germania la qualifica di Signora dei Trattati, anche se questo comporta il sacrificio della sovranità degli altri paesi.” >>

Fonte: Andrea Zhok

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