di Max Parisi ZURIGO - E' finita. L'euro è crollato, no, non è disceso dei cambi come da più parti si chiedeva in Europa. E' proprio precipitato a suolo. La Banca centrale svizzera questa mattina senza alcun avviso precedente - se non piccole tracce di discussione che sembravano solo teoriche tra addetti ai lavori - la tolto il blocco del cambio con l'euro, che era stato fissato a 1,2 CHF per 1 euro. Ed è stato come avesse fatto esplodere una bomba sotto una diga: alluvione immediata nel mercato mondiale dei cambi. Immediata, infatti, è stata la reazione sui mercati valutari del Forex, con il rapporto di cambio euro/franco svizzero che scivola -14,17% a CHF 1,0307 e il rapporto dollaro/franco svizzero che collassa anche del -27% a CHF 0,7457. C'è da ricordare che il tasso minimo di cambio di 1,20 CHF contro 1 euro era stato imposto nel 2011 per proteggere l'economia svizzera dalla crisi dei debiti sovrani dell'Eurozona e difendere i gruppi esportatori da rafforzamento - giudicato letale - della valuta nazionale.

di Sebastiano Caputo I fatti di Parigi segnano un clima di anteguerra. Il nostro dovere è quello di far dialogare, prima che sia troppo tardi, il vero Islam con l'Europa profonda, rifiutando le categorie ufficiali dello "scontro di civiltà". L’uomo in mezzo alla folla, che sia reale o virtuale, diviene irrazionale, istintivo, violento, ingenuo, eroico, manipolabile, così a differenza dell’individuo isolato, si lascia facilmente impressionare e corrompere da parole, simboli, immagini fino a commettere azioni contrarie ai suoi interessi. È quello che si è potuto verificare nei giorni successivi alla strage di Parigi. Dallo slogan delirante Je Suis Charlie alla marcia grottesca con i capi di Stato staccati dal corteo, passando dalle dichiarazioni fuori luogo dell’iper-classe politico-mediatica, si sta arrivando progressivamente al restringimento delle libertà individuali. A fronte di questo attentato terroristico, privo di una versione ufficiale dei fatti ma prontamente paragonato all’11 settembre, si assisterà a una rapida estensione del controllo sociale alimentata da una strategia mediatica della tensione.

Pubblichiamo una interessante analisi di uno studioso del mondo arabo ed islamico ll  “wahabo-takfirismo”, il grande imbroglio per rimbecillire e dominare di Djerrad Amar Per aggirare i precetti dell’islam, che vieta di fare la guerra santa contro altri mussulmani o di uccidere senza un motivo certificato, valido e giustificato, i “wahabiti” hanno trovato coi “takfiriti” l’alleanza ideale e il mezzo adatto per combattere tutti i paesi mussulmani che non si adeguano Il wahabismo è una dottrina molto rigorista che fa riferimento a Ibn Abdelwahab (1703-1792), che ne è il fondatore. Essa combatte tutti i mussulmani che non vi si sottomettano, considerandoli al pari degli apostati. Dopo essere stato condannato, scappò a Dariya, dove venne accolto dai ben Saud. Questi ultimi trovarono in lui e nella sua ideologia uno strumento per combattere le tribù e assoggettarle al loro potere politico e religioso. Fu così che si formò il Regno dell’Arabia Saudita e il suo sistema che perdura fino a oggi.

di Enrico Galoppini Tutto questo accalorarsi sulla “libertà di espressione” e “di satira” sta assumendo dei connotati davvero… comici. Quest’oggi è stato arrestato l’umorista francese (di padre camerunense e madre bretone) Dieudonné M’Bala M’Bala. Il “reato”? Ha scritto su Facebook, dopo la manifestazione “oceanica” parigina in difesa della “libertà di espressione” e “di satira” (e per i “nostri valori” di “libertà” eccetera) di sentirsi “Charlie Coulibaly”. Cosa voleva intendere il comico che, non più idolo “di colore” degli apologeti del “mondo a colori”, ha fatto sbellicare dalle risate milioni di francesi sulle più svariate “contraddizioni” (eufemismo) della politica e della cultura francesi? Evidentemente, come da lui stesso spiegato, intendeva rimarcare, con un accostamento “scandaloso” ed “esagerato”, la differenza di trattamento riservata, dalle “autorità”, alla sua satira e a quella del Charlie Hebdo (anche prima della strage).

di Paul Craig Roberts La vicenda Charlie Hebdo ha molte caratteristiche di un'operazione false-flag. L'attacco all'ufficio dei vignettisti è stato professionale e disciplinato, come quelli delle forze speciali altamente addestrate; eppure i sospettati poi catturati e uccisi sembravano imbranati e non professionali. Sono come due tipi di persone diversi. Di solito i terroristi mussulmani sono pronti a morire nell'attacco; eppure i due professionisti che hanno colpito Charlie Hebdo erano determinati a fuggire e ci sono riusciti: un'impresa sorprendente. La loro identità sarebbe stata stabilita dal fatto che hanno convenientemente lasciato per le autorità le loro carte d'identità nell'auto usata per la fuga. Un simile errore è in contraddizione con la professionalità dell'attacco e mi ricorda il passaporto miracolosamente trovato intatto tra le rovine delle torri del World Trade Center e usato per stabilire l'identità dei presunti dirottatori dell'11 settembre.

di Luciano Lago Negli uffici di Washington in questi giorni gli osservatori segnalano un andirivieni di "advisors" esperti in questioni europee i quali hanno il compito di assessorare il Presidente sulle situazioni che stanno svolgendosi in Europa che sono fra le prime preoccupazioni del Presidente e dei suoi collaboratori in questo momento. Secondo informazioni attendibili sono state convocate varie riunioni, nello studio del Presidente Obama, alle quali erano presenti fra gli altri il segretario di Stato John Kerry , il vicepresidente Joe Biden, Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed altri personaggi dello stretto entourage presidenziale. Ci sono questioni molto importanti alla luce degli ultimi avvenimenti in Francia, con gli screzi registrati con alcuni paesi, relativamente al problema delle sanzioni alla Russia, ove si registra la ritrosia di alcuni paesi europei (prima fra tutti l'Ungheria, seguita della Serbia, dalla Repubblica Ceka e dalla Slovacchia), con anche la necessità di tenere sotto controllo la politica del governo tedesco, a volte troppo ondeggiante e condizionata da una opposizione interna crescente.

di Tyler Durden Meno di 48 ore fa il primo ministro turco Ahmet Davutoglu marciava a Parigi per rendere omaggio alle 17 persone uccise nell'attacco a Charlie Hebdo.  Poi, quasi appena tornato, le cose sono cambiate e il presidente turco ha assunto un tono di confronto. L'ex primo ministro e attuale presidente del paese NATO, Recep Erdogan, ha fatto l'impensabile: ha accusato l'Occidente, in particolare i francesi, di aver organizzato il massacro al Charlie Hebdo con lo scopo di incolparne i mussulmani.  Contemporaneamente  Melih Gokcek,  sindaco di Ankara, del partito di governo AK,  ha affermato: "Il Mossad è sicuramente dietro all'accaduto... sta fomentando l'odio verso l'Islam", collegando l'attacco alle mosse francesi per il riconoscimento della Palestina.

Pubblichiamo una interessante analisi di Giuseppe  Cirillo Da quando la crisi economica del 2007-2008 ha costretto gli Stati Uniti a ricorrere al Quantitative Easing per sostenere la propria economia, da più parti si è detto che il dollaro andava incontro alla sua fine, che il collasso era imminente, che l’oro o il bitcoin o l’euro o lo yuan lo avrebbero sostituito e via dicendo. Il Quantitative Easing è finito ed attualmente addirittura gli USA annunciano una crescita del 5% (anche se questa gravemente manipolata dall’Obamacare e non supportata dal calo dei consumi, dal dato sul tasso di occupazione, dalla sfiducia al governo e da proteste e criminalità dilagante). Questo effettivamente potrebbe bastare a smontare definitivamente la tesi che il dollaro si avvii verso il suo collasso, dato che invece si sta rafforzando e gli USA sono in una presunta forte ripresa, ma noi ora vogliamo dimostrare il contrario.

di Federico Zamboni Sbatti il mostro in prima pagina… e incassa il più possibile. Vero o falso che sia, quel mostro, la strumentalizzazione è immediata, metodica, dilagante. Alimentata col massimo spiegamento di mezzi e finalizzata a raccogliere il massimo consenso, mescolando i concetti alle emozioni: il singolo avvenimento diventa lo spunto, o il pretesto, per una identificazione collettiva su vastissima scala, che ambisce a essere onnicomprensiva e permanente. NOI siamo stati aggrediti. NOI siamo i buoni. NOI abbiamo tutte le ragioni, ed è appunto per questo che i cattivi – quelli del momento e ogni altro che li ha preceduti o che li seguirà – non ne hanno nessuna. Lo schema è lo stesso dell’Undici settembre, che del resto viene rievocato a destra e a manca dopo la strage di mercoledì scorso a Parigi. Ovviamente il parallelo del mainstream è declinato al positivo, incentrandolo sugli Stati e sui popoli che dalle due sponde dell’Atlantico si stringono accanto alle vittime di turno e alla loro nazione di appartenenza: nel 2001 gli USA, oggi la Francia. Allora la parola d’ordine, ossia lo slogan, fu «siamo tutti americani»; adesso si trasforma nel risonante «je suis Charlie». In entrambi i casi, però, il messaggio sotteso è quest’altro: «siamo tutti occidentali». E in quanto occidentali, dunque, tenuti a schierarci come un sol uomo a difesa dei valori dell’Occidente.

di Manuel Freytas Nella scacchiera strategica di quell'esperto scacchiere russo dallo sguardo gelido, convivono, in forma disuguale e combinata, tre fronti simultanei di guerra. Si tratta di conflitti decisivi per l'edificazione di un nuovo ordine mondiale inter capitalista che andrà a ridisegnare ed a marchiare (come sintesi) il nuovo destino e la nuova era dell'umanità. La guerra finale per il potere mondiale che potrebbe porre fine al pianeta terra nell'incendio nucleare o ridisegnare un nuovo mondo capitalista al di sopra delle rovine. Conflitti strategici, di alta definizione, attivi, per adesso" freddi" ma in in potenziale stato di sviluppo e di deflagrazione.