di Luciano Lago Mentre gli avvenimenti incalzano con la duplice guerra in Medio Oriente (Iraq e Siria) a cui si potrebbe aggiungere lo stato di caos e guerra civile in Libia ed il conflitto in Palestina (Gaza) che in questo momento sembra oscurato dai media, l'opinione pubblica occidentale chiede a gran voce un intervento contro le barbarie dei tagliatori di teste del Califfato dello Stato Islamico (ISIS) ma pochi hanno compreso che la guerra in Medio Oriente contro l'ISIS è solo una parte di quello che appare come un conflitto ormai generalizzato che sta investendo, con modalità nuove e non convenzionali, un'area che va dal Medio Oriente all'Europa, all'Asia, al Sud America. Molti analisti internazionali  (da Paul C. Roberts, a Thierry Meyssan, Alfredo Jalife, ed altri) definiscono ormai apertamente questo conflitto come la "terza guerra mondiale" già iniziata.

di Marco Della Luna Notoriamente, se un’affermazione, per quanto falsa, viene ripetuta decine di migliaia di volte soprattutto dalla Tv, alla fine la gente la sentirà come vera. Sfruttando tale principio, i regimi inculcano così dogmi, insiemi di dogmi, costituenti un senso comune artificiale, utile alla gestione del corpo sociale, a far accettare alla gente come giustificate le operazioni che si compiono sulla sua testa, sulle sue tasche, sulla sua vita, sui suoi diritti. Ma anche sulla società come tale. Un senso comune che produce quindi consenso (legittimazione democratica) e ottemperanza popolare (compliance). I dogmi riguardano soprattutto l’economia, la legittimazione del potere, l’interpretazione e la valutazione della storia. Chi osa uscire criticamente dal recinto dei dogmi e della dialettica consentita tra i paletti, viene etichettato come antagonista, estremista, antisociale, populista, eccetera, e viene delegittimato culturalmente, emarginato – finché i fatti e le realtà censurate non rompono l’incantesimo del sistema dogmatico.

Riceviamo e pubblichiamo da Marcella Guidoni Gli articoli pubblicati da molti siti Internet e dai giornali italiani mainstream sulla Corea del Nord non contengono alcuna concreta informazione. Leggendone qualche esempio, è facile rendersi conto che in essi non c’è nessuna volontà di far conoscere il Paese da un punto di vista culturale, sociale o storico: essi sono mossi solo dalla necessità di servire una propaganda che si basa sul dogma che siamo il migliore dei mondi possibili e i paladini dei diritti umani, della libertà e della democrazia. Nessun luogo al mondo, più della Corea del Nord, col suo modello di vita antitetico al nostro, può meglio servire a questo scopo. L’inconsistenza delle argomentazioni è data a volte dalla superficialità, altre volte dalla contraddittorietà, in altri casi ancora dall’evidente falsità delle notizie riportate.

di Eugenio Orso Nel mondo capitalistico precedente e in quello attuale, più correttamente definibile neocapitalistico, è possibile l’esistenza di una società a socio unico. Tale situazione, ossia l’unicità del socio nella società, può essere transitoria, in attesa di ricostituire la pluralità dei soci, oppure stabile, come accade, ad esempio da noi, per le S.p.A. possedute interamente da un ente pubblico. Com’è noto, economia e “aziendalismo” nella prevalenza su ogni altra cosa (legami comunitari, tradizioni, specificità culturali, aspetti religiosi) hanno trasferito i loro criteri di funzionamento in ogni aspetto della vita sociale e umana, cosicché possiamo parlare di “capitalismo assoluto”, oppure, se vogliamo, di capitalismo assolutamente egemone. Allora non è un caso se in paesi come l’Italia, in cui l’”esperimento” di transizione al neocapitalismo finanziario assoluto e globale (espressione mia) è in una fase avanzata, vi sia stato il “transfert” nella cosiddetta vita democratica del paese delle peggiori pulsioni assolutiste e aziendaliste, tali da contraddire ciò che dovrebbe essere la democrazia, almeno su un piano teorico e propagandistico, azzerandone i presupposti.

di Thierry Meyssan Se si segue passo passo il discorso anti-terrorismo di Washington e dei suoi alleati del Golfo, chiunque capisce che si tratta soltanto di una giustificazione retorica per una guerra che persegue altri fini. Gli Stati Uniti affermano di voler distruggere l’Emirato Islamico che essi stessi hanno creato, e che esegue per loro la pulizia etnica necessaria al piano di rimodellamento del "Medio Oriente allargato". Ancora più strano, essi affermano di volerlo combattere in Siria con l’opposizione moderata, che è composta dagli stessi jihadisti dell’Emirato. Infine, gli USA hanno distrutto a Rakka degli edifici che erano stati evacuati due giorni prima proprio dall’Emirato Islamico. Per Thierry Meyssan, dietro a queste apparenti contraddizioni prosegue la guerra del gas. La campagna aerea degli Stati Uniti in Iraq e in Siria lascia perplessi: è impossibile distruggere un gruppo terroristico esclusivamente con degli attacchi aerei. In Iraq, gli Stati Uniti e il CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) hanno abbinato le proprie azioni con quelle a terra delle truppe irachene o curde. In Siria, non dispongono di alcuna forza in grado di lottare seriamente contro l’Emirato Islamico.

Di Tony Cartalucci L'obiettivo degli USA a Hong Kong è chiaro: trasformare l'isola nell'epicentro della sovversione finanziata dall'estero, con il quale infettare tutta la Cina più direttamente. I manifestanti del movimento "Occupy Central" urlano slogan famigliari e usano tattiche già viste nel resto del globo come parte dell'immensa campagna statunitense di destabilizzazione politica e cambio di regime. Identificare i leader, seguire i soldi ed esaminare come la stampa occidentale tratta questi avvenimenti rivela con certezza che ancora una volta Washington e Wall Street sono all'opera per rendere l'isola di Hong Kong il più difficile possibile da governare per Pechino. Facciamo i nomi: chi c'è dietro "Occupy Central"?

di Luciano Lago Dopo l'avvenuto referendum per l'autonomia della Scozia, benche' questo si sia concluso in senso negativo per gli autonomisti scozzesi con la vittoria del no, non è bastato ad  acquietare  la richiesta sempre più diffusa e pressante di autonomia da parte di altre regioni in Europa, vuoi la Catalogna, a cui è stato opposto il veto dal governo di Madrid come incostituzionale ed "antidemocratica" (sic) la stessa  celebrazione del referendum, vuoi il Belgio, dove i fiamminghi da molto tempo richiedono l'autonomia da Bruxelles, vuoi il Veneto in Italia con il legittimo desiderio dei veneti di affrancarsi dalla penalizzante macchina statale di Roma, lo stesso accade in Francia quanto ai bretoni, ceppo etnico distinto dal resto della Francia, la Corsica ed i suoi residenti,  regioni che da molto richiedono autonomia da Parigi ed in tanti altri casi che sarebbe lungo enumerare. Vedi: "oltre la Scozia il patchwork degli indipendentisti europei" L'indipendentismo regionale ed il recupero delle sovranità locali sono di fatto una forma di rivendicazione delle proprie tradizioni e peculiarità culturali da parte di una folto gruppo di popolazioni (se ne contano circa 40 in Europa) rispetto non soltanto al centralismo degli Stati nazionali ma anche come risposta al totalitarismo amministrativo, economico e culturale dell'oligarchia europea di Bruxelles.

di Andrew Korybko Con una mossa monumentale, la Russia ha appena chiuso un accordo con i suoi vicini affacciati sul Mar Caspio per delineare i contesi confini marittimi. ( 5 Caspian Sea nations hammer out resources-sharing deal in Russia  ). Questa mossa ha un enorme significato geopolitico, e tra i risultati principali possiamo annoverare: -La leadership russa: la Russia ha dimostrato di saper guidare un gruppo regionale di attori diversi verso un'intesa che nemmeno l'ONU e la sua Convenzione sul Diritto Marittimo era riuscita ad ottenere dopo oltre 20 anni (e per la quale Azerbaijan e Iran erano quasi entrati in guerra nel 2001).

Tra debito e garanzia dei diritti fondamentali ai propri cittadini, il diritto internazionale è molto chiaro su chi deve prevalere di Cesare Sacchetti Che l’austerity fosse profondamente sbagliata sotto il profilo economico e desse risultati ancora peggiori nell’ammontare del debito pubblico è stato più volte ricordato e gli effetti nocivi li vediamo sotto i nostri occhi. L’aspetto che va più messo in luce è quello di uno stato sovrano funzionante con specifici limiti alle sue obbligazioni, nella fattispecie debiti contratti con altri stati e/o compagnie private straniere. Tradotto: può uno Stato per ottemperare al pagamento di un debito negare sé stesso e rinunciare a tutti i servizi essenziali che ad esso sono connaturati e irrinunciabili, come la sanità, la sicurezza pubblica, la tutela dell’ambiente e le politiche occupazionali instaurando uno stato di anarchia?

di Sebastiano Caputo L’enraciment (Il radicamento), Simone Weil, avrebbe potuto pubblicarlo oggi e invece lo scrisse nello storico Café Flor di Parigi. Era il 1943. Con sessant’anni di anticipo raccontava la Francia dei nostri giorni, quella urbana, metropolitana, cosmopolita, post-industrializzata. La trasformazione delle grandi città – Parigi, Marsiglia, Lione -, la nascita delle banlieues (quartieri periferici), la distruzione dei bistrot e delle botteghe tradizionali. E’ la parabola di tutte metropoli d’Occidente dal Piano Marshall (1945) passando per il Sessantotto (1968), dove la città diviene sempre meno rappresentativa dello spirito profondo della nazione. In Francia però, questo snaturamento, appare più evidente che altrove in Europa.