"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

A Davos si parlerà di repressione delle ong e di populismo, meno di economia. Ora vi è chiaro?

di Mauro Bottarelli

La prossima settimana si terrà l’annuale World Economic Forum di Davos, simposio dove storicamente si elaborano teorie economiche fallaci ma ammantate di potenzialità salvifiche, vista l’alta presenza di premi Nobel e politici di rango. Quest’anno non ci sarà Angela Merkel, alle prese con un restyling del suo cancellierato (il popolo non ama particolarmente i circoli alla Davos e la Frau a settembre ha le elezioni) ma per il resto, la piccola località svizzera si tramuterà per qualche giorno nel centro del mondo, tra misure di sicurezza da far impallidire la sede della CIA e confische forzate di edifici.

La parte più interessante, però, è data dal pre-meeting, ovvero dalla pubblicazione del Global Risks Report, i cui input chiave sono inseriti nel Global Risks Perception Survey (GRPS), pubblicato l’altro giorno, il quale mette insieme diverse prospettive attraverso gruppi di varie fasce d’età, nazioni e settore. Quest’anno il report si focalizza su cinque cambiamenti chiave che il mondo sta affrontando, due soli dei quali con tematiche rigorosamente economiche.

Ma, guarda guarda, se la disparità di ricchezza viene posta come un delle chiavi di lettura più importanti per decodificare e determinare gli sviluppi globali dei prossimi dieci anni (l’originalità li contraddistingue da sempre), ecco che a Davos hanno messo in agenda qualcos’altro, legandolo direttamente al tema della crescita economica: l’avanzata dei movimenti anti-establishment! Ecco un passo: “Il crescente stato d’animo di populismo contrario all’establishment ci suggerisce che potremmo aver superato la fase in cui la crescita economica da sola possa porre rimedio a una società fratturata: occorre aggiungere all’agenda la riforma del capitalismo di mercato”. Niente meno, il tutto in tre giorni di meeting, fra tartine e coffee break. Ma questo è niente, è una cazzata sesquipedale ma innocua.

Il peggio arriva dopo, leggendo ancora qualche riga dal report: “Con le sorprese elettorali del 2016 e con la crescita dei partiti che pongono l’accento sulla sovranità nazionale e i valori tradizioni in Europa e non solo, i trend delle società legati a un aumento della polarizzazione e intensificazione del sentimento nazionale sono nella top five delle priorità. Ed ecco la prossima sfida: affrontare l’importanza dell’identità e della comunità. Rapidi cambi di attitudine in aree quali il gender, l’orientamento sessuale, la razza, il multiculturalismo, la protezione ambientale e la cooperazione internazionale hanno spinto molti elettori – particolarmente quelli vecchi e meno educati – a sentirsi lasciati indietro dalle loro stesse nazioni. I risultanti scismi culturali stanno testando la coesione politica e sociale e potrebbero amplificare molti altri rischi, se non risolti”. O soliti prostatici rompicoglioni e con la terza media, come per il Brexit.

Davos, misure di sicurezza

A parte che sembra un comunicato delle Brigate Rosse 2.0 per come è scritto, vi paiono tematiche chiave per un simposio che si chiama World Economic Forum? Cosa c’entrano multiculturalismo, gender, sovranità nazionale e movimenti anti-establishment con un forum originariamente dedicato all’economia? Non è che i grandi della terra hanno un’agenda un pochino più politica e meno economica da mettere in moto in tempi rapidi, magari prima del voto in Olanda, Francia e Germania? Non so voi ma a me pare un po’ troppo omnicomprensivo e orwelliano come framework per un convegno sull’economia, per quanto di livello mondiale. Ma non basta. Nel capitolo dedicato ai cambiamenti sociali e politici, si estrapolano tre principali rischi conseguenti alla crisi dei partiti tradizionali, vista come una crisi ancor più profonda del concetto stesso di democrazia. Si tratta dell’impatto dei rapidi cambiamenti economici e politici, l’approfondirsi della polarizzazione culturale e, rullo di tamburi, l’emergere del dibattito politico sulla cosiddetta “post-verità”.

Nel programma forum di Davos

Per i soloni del Forum, “queste sfide al processo politico mettono in evidenza questioni politiche come rendere più inclusiva la crescita economica e come riconciliare il crescente nazionalismo identitario con società diverse”. Insomma, sarà un forum politico e sociologico, un misto tra il cineforum di Fantozzi e una riunione della Trilateral. L’economia la si vedrà con il binocolo: visti i risultati degli altri anni, forse è meglio così ma quando determinati ambienti smettono di parlare di Pil e cominciano a parlare di gender e “post-verità”, a me vengono un po’ i brividi. E, forse, la mia non è paranoia ma qualche anno di esperienza e il fatto che, oramai, siamo giunti a un punto tale di parossismo del politicamente corretto che certe cose non si cerca nemmeno più di nasconderle o dissimularle.

Per il Forum, infatti, “il secondo rischio da evidenziare è anch’esso legato al funzionamento della società e della politica. Ovvero, come le organizzazione della società civile e gli attivisti individuali stiano conoscendo un aumento della repressione governativa del loro spazio civico, con provvedimenti che vanno dalle restrizioni del finanziamento estero alla sorveglianza delle attività digitali e fino alla violenza fisica. Nonostante la finalità statutarie e ufficiali di queste misure siano tipicamente di proteggere la società da minacce alla sicurezza, gli effetti sono stati sentiti profondamente da accademici, filantropi e entità con scopo umanitario e hanno il potenziale di erodere la stabilità sociale, politica ed economica”.

Dunque, uno dei principali forum economici al mondo ha tra le sue priorità in discussione la repressione statale verso ong e “movimenti” vari, soprattutto l’annoso problema del finanziamento estero delle ong e le difficoltà che queste restrizioni creano ai “filantropi”: vi viene in mente il profilo di qualcuno, sentendo questa parola e vedendo evidenziato il problema di poter finanziare dall’estero ong e movimenti di piazza e sociali? Insomma, potrebbero sottotitolare il Forum di quest’anno “Salvate il soldato Soros”.

George Soros

Il dubbio sorge anche perché ieri il governo ungherese, la madre patria del finanziere, ha reso noto attraverso Szilard Nemeth, vice-presidente del partito di governo, che “userà tutti i mezzi a sua disposizione per scopare fuori le ong fondate da Soros, le quali servono il capitalismo globale e sostengono il politicamente corretto a danno dei governi nazionali. Penso che l’elezione di Donald Trump abbia creato un opportunità per questo, a livello internazionale”. A breve, il Parlamento magiaro comincerà a dibattere su una legge che consentire alle autorità di tenere degli audits dei responsabili delle varie ong operanti nel Paese. Che fascisti, vogliono addirittura decidere chi non può sobillare le masse nel Paese con agende mondialiste, roba da matti!

Siamo alla follia totale, viviamo nel mondo dell’emergenza permanente per il “rischio terrorismo”, ci tritano gli zebedei tutti i giorni con misure di sicurezza e limitazioni della libertà come male necessario e a Davos, belli belli, decidono che il problema più grande sono i governi, magari come quello russo o ungherese o siriano, che limitano lo scorrazzare indisturbato degli agitatori prezzolati di Soros. Ebbene sì, le esclusive Alpi svizzere quest’anno ospiteranno un simposio sulla libertà di rivoluzione colorata, magari con simpatici intermezzi di flash-mob e dimostrazione pratica di utilizzo dei social media per sobillare la gente contro il “dittatore” di turno.

Siamo all’elitarismo della sovversione, al disvelamento plateale del connubio tra grande capitale finanziario e utili idioti in nome dei diritti e delle libertà civili: chissà, magari ci sarà un gruppo di lavoro su Maidan, me lo vedo Krugman che segue appassionato un seminario dal titolo “Golpe e altre attività ricreative”. Una cosa è chiara, se si arriva a questo punto è perché si ha paura. Paura in primis che la gente non se la beva più, che impari a ragionare con la sua testa e, soprattutto, ad informarsi attraverso più fonti e sempre meno istituzionali e controllabili. Paura che lo scontro in atto nell’apparato di potere Usa finisca male, molto male e che venga a mancare la centrale della destabilizzazione.

Da un certo punto di vista, il programma di Davos di quest’anno è una vittoria per chi, come il sottoscritto e penso molti di voi, non vuole morire in un mondo dove si utilizza la scusa della post-verità anche per giustificare la rottura dello sciacquone del cesso e che rivendica fieramente la sua identità: nazionale, politica, valoriale e sociale. Siamo caccole, occorre prenderne atto, citando “Fight club” posso dire che siamo la danzante e canticchiante merda del mondo. O, forse, il granello di sabbia di Brecht che blocca l’ingranaggio micidiale.

Perché, intanto, lorsignori hanno cominciato a dover applicare la censura sui social, a inventarsi le fake news, a smuovere i pezzi da novanta per non farsi travolgere in una battaglia che è prima di tutto e sopra ogni cosa, politica e culturale. Temo che il livello dello scontro, con l’approssimarsi del voto in Europa, si alzerà. E di parecchio. Occorre decidere da che parte stare e quanto si è disposti ad esporsi, a proseguire un cammino faticoso di sistematico ribaltamento di false realtà e falsi miti: altrimenti il poco ottenuto finora, cristallizzato dal report del World Economic Forum, non sarà servito a niente. Se non a generare in molti di noi, un ennesimo rimpianto. Forse il più grande di tutti.

Fonte: Rischio Calcolato

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  1. Giorgio 8 mesi fa

    Questo forum, Davos, sarebbe una farsa se non fosse una tragedia.
    Mi piacerebbe che Trump espellesse Soros dagli USA, quest’ultimo dove riparerebbe?
    D’altronde la vulgata recita: “Chi semina vento raccoglie tempesta”.

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    1. Walter 8 mesi fa

      Potrebbe piantare una tenda canadese nel giardino di Poroshenko e andare a vendere lupini in piazza Maidan.

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  2. mimmo 8 mesi fa

    mi chiedo…ma quelle misure di sicurezza sono giustificate dal rischio di una sommossa popolare o cosa altro?

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    1. Citodacal 8 mesi fa

      Per certi versi, oltre a motivi di sicurezza ordinaria o straordinaria, potrebbero anche servire per indurre nelle menti semplici la suggestione che l’impegno dell’establishment sia completo ed esaustivo, poiché una grave minaccia incombe sulle nostre teste e i responsabili stanno facendo ogni cosa per tutelarci (insomma, una versione teatrale del noto “stiamo lavorando per voi”), così tendendo alla classica fava coi due piccioni: perché montare una sommossa, quando ci preoccupiamo di difendervi? Una variante del Beppe nazionale, che invoca l’opposizione dei Rettiliani quando fa fiasco nel cercare di rendere più fattiva la vicinanza e l’affinità coi medesimi…

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    2. Walter 8 mesi fa

      Secondo me, le (ipotetiche) sommosse popolari fanno (molto) meno paura della imprevedibilità dei popoli e delle difficoltà nel manipolare le menti e i comportamenti (sociali ed economici) dei cittadini. Se i cittadini pensano e fanno cosa pare loro, magari in direzione opposta a quella voluta dall’establishment, non è più possibile fare previsioni e progetti sulla loro (nostra) pelle. E’ questa, secondo me, la più grande paura dei “grandi potentati”: non avere più strumenti efficaci per manipolare e orientare le masse.

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