Salvo sorprese dell’ultimo minuto, tutti i sette gruppi del Parlamento Europeo voteranno oggi una mozione surreale con la quale (fra l’altro) l’Assemblea: - “Condanna energicamente la politica aggressiva ed imperialista della Russia, che costituisce una minaccia per l’unità e l’indipendenza dell’Ucraina e rappresenta una minaccia potenziale per l’Unione Europea.” (punto 5); - “Richiede la continuazione dell’odierno regime sanzionatorio dell’Unione Europea in particolare in occasione dell’imminente incontro del Consiglio del marzo 2015, dal momento che la Russia non rispetta e manca di aderire pienamente alle obbligazioni assunte, e sollecita la Commissione ad individuare strumenti per aumentare la solidarietà degli stati membri in caso di cronicizzarsi della crisi con la Russia.” (punto 6); - “Ricorda che il 16 luglio il Consiglio dell’Unione Eurioea ha revocato l’embargo di armi nei confronti dell’Ucraina e che, conseguentemente, al momento non ci sono riserve, e nemmeno restrizioni legali, a che gli Stati Membri forniscano armi difensive all’Ucraina, il che potrebbe essere basato su un accordo di affitti e prestiti.” (punto 11);

di Enrico Galoppini Tutto questo accalorarsi sulla “libertà di espressione” e “di satira” sta assumendo dei connotati davvero… comici. Quest’oggi è stato arrestato l’umorista francese (di padre camerunense e madre bretone) Dieudonné M’Bala M’Bala. Il “reato”? Ha scritto su Facebook, dopo la manifestazione “oceanica” parigina in difesa della “libertà di espressione” e “di satira” (e per i “nostri valori” di “libertà” eccetera) di sentirsi “Charlie Coulibaly”. Cosa voleva intendere il comico che, non più idolo “di colore” degli apologeti del “mondo a colori”, ha fatto sbellicare dalle risate milioni di francesi sulle più svariate “contraddizioni” (eufemismo) della politica e della cultura francesi? Evidentemente, come da lui stesso spiegato, intendeva rimarcare, con un accostamento “scandaloso” ed “esagerato”, la differenza di trattamento riservata, dalle “autorità”, alla sua satira e a quella del Charlie Hebdo (anche prima della strage).

di Paul Craig Roberts La vicenda Charlie Hebdo ha molte caratteristiche di un'operazione false-flag. L'attacco all'ufficio dei vignettisti è stato professionale e disciplinato, come quelli delle forze speciali altamente addestrate; eppure i sospettati poi catturati e uccisi sembravano imbranati e non professionali. Sono come due tipi di persone diversi. Di solito i terroristi mussulmani sono pronti a morire nell'attacco; eppure i due professionisti che hanno colpito Charlie Hebdo erano determinati a fuggire e ci sono riusciti: un'impresa sorprendente. La loro identità sarebbe stata stabilita dal fatto che hanno convenientemente lasciato per le autorità le loro carte d'identità nell'auto usata per la fuga. Un simile errore è in contraddizione con la professionalità dell'attacco e mi ricorda il passaporto miracolosamente trovato intatto tra le rovine delle torri del World Trade Center e usato per stabilire l'identità dei presunti dirottatori dell'11 settembre.

di Luciano Lago Negli uffici di Washington in questi giorni gli osservatori segnalano un andirivieni di "advisors" esperti in questioni europee i quali hanno il compito di assessorare il Presidente sulle situazioni che stanno svolgendosi in Europa che sono fra le prime preoccupazioni del Presidente e dei suoi collaboratori in questo momento. Secondo informazioni attendibili sono state convocate varie riunioni, nello studio del Presidente Obama, alle quali erano presenti fra gli altri il segretario di Stato John Kerry , il vicepresidente Joe Biden, Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed altri personaggi dello stretto entourage presidenziale. Ci sono questioni molto importanti alla luce degli ultimi avvenimenti in Francia, con gli screzi registrati con alcuni paesi, relativamente al problema delle sanzioni alla Russia, ove si registra la ritrosia di alcuni paesi europei (prima fra tutti l'Ungheria, seguita della Serbia, dalla Repubblica Ceka e dalla Slovacchia), con anche la necessità di tenere sotto controllo la politica del governo tedesco, a volte troppo ondeggiante e condizionata da una opposizione interna crescente.

di Tyler Durden Meno di 48 ore fa il primo ministro turco Ahmet Davutoglu marciava a Parigi per rendere omaggio alle 17 persone uccise nell'attacco a Charlie Hebdo.  Poi, quasi appena tornato, le cose sono cambiate e il presidente turco ha assunto un tono di confronto. L'ex primo ministro e attuale presidente del paese NATO, Recep Erdogan, ha fatto l'impensabile: ha accusato l'Occidente, in particolare i francesi, di aver organizzato il massacro al Charlie Hebdo con lo scopo di incolparne i mussulmani.  Contemporaneamente  Melih Gokcek,  sindaco di Ankara, del partito di governo AK,  ha affermato: "Il Mossad è sicuramente dietro all'accaduto... sta fomentando l'odio verso l'Islam", collegando l'attacco alle mosse francesi per il riconoscimento della Palestina.

Pubblichiamo una interessante analisi di Giuseppe  Cirillo Da quando la crisi economica del 2007-2008 ha costretto gli Stati Uniti a ricorrere al Quantitative Easing per sostenere la propria economia, da più parti si è detto che il dollaro andava incontro alla sua fine, che il collasso era imminente, che l’oro o il bitcoin o l’euro o lo yuan lo avrebbero sostituito e via dicendo. Il Quantitative Easing è finito ed attualmente addirittura gli USA annunciano una crescita del 5% (anche se questa gravemente manipolata dall’Obamacare e non supportata dal calo dei consumi, dal dato sul tasso di occupazione, dalla sfiducia al governo e da proteste e criminalità dilagante). Questo effettivamente potrebbe bastare a smontare definitivamente la tesi che il dollaro si avvii verso il suo collasso, dato che invece si sta rafforzando e gli USA sono in una presunta forte ripresa, ma noi ora vogliamo dimostrare il contrario.

di Federico Zamboni Sbatti il mostro in prima pagina… e incassa il più possibile. Vero o falso che sia, quel mostro, la strumentalizzazione è immediata, metodica, dilagante. Alimentata col massimo spiegamento di mezzi e finalizzata a raccogliere il massimo consenso, mescolando i concetti alle emozioni: il singolo avvenimento diventa lo spunto, o il pretesto, per una identificazione collettiva su vastissima scala, che ambisce a essere onnicomprensiva e permanente. NOI siamo stati aggrediti. NOI siamo i buoni. NOI abbiamo tutte le ragioni, ed è appunto per questo che i cattivi – quelli del momento e ogni altro che li ha preceduti o che li seguirà – non ne hanno nessuna. Lo schema è lo stesso dell’Undici settembre, che del resto viene rievocato a destra e a manca dopo la strage di mercoledì scorso a Parigi. Ovviamente il parallelo del mainstream è declinato al positivo, incentrandolo sugli Stati e sui popoli che dalle due sponde dell’Atlantico si stringono accanto alle vittime di turno e alla loro nazione di appartenenza: nel 2001 gli USA, oggi la Francia. Allora la parola d’ordine, ossia lo slogan, fu «siamo tutti americani»; adesso si trasforma nel risonante «je suis Charlie». In entrambi i casi, però, il messaggio sotteso è quest’altro: «siamo tutti occidentali». E in quanto occidentali, dunque, tenuti a schierarci come un sol uomo a difesa dei valori dell’Occidente.

di Manuel Freytas Nella scacchiera strategica di quell'esperto scacchiere russo dallo sguardo gelido, convivono, in forma disuguale e combinata, tre fronti simultanei di guerra. Si tratta di conflitti decisivi per l'edificazione di un nuovo ordine mondiale inter capitalista che andrà a ridisegnare ed a marchiare (come sintesi) il nuovo destino e la nuova era dell'umanità. La guerra finale per il potere mondiale che potrebbe porre fine al pianeta terra nell'incendio nucleare o ridisegnare un nuovo mondo capitalista al di sopra delle rovine. Conflitti strategici, di alta definizione, attivi, per adesso" freddi" ma in in potenziale stato di sviluppo e di deflagrazione.

Di Gordon Duff Sarà Parigi la goccia che fa traboccare il vaso? Abbiamo prove incontrovertibili che almeno un aspetto dell'attacco terroristico è stato messo in scena. [...] L'attacco è semplicemente "non credibile". I sospettati, la carta d'identità in macchina, i bersagli "facilmente sacrificati", puzzano di terrorismo false-flag. Dopotutto, l'Europa ha dimenticato il massacro di 77 persone per opera di Breivik, nel 2011, una pura operazione del Mossad per punire un gruppo politico coinvolto nel movimento di boicottaggio a Israele. Il giornale francese Le Point ha già assegnato la responsabilità all'ISIS. Pare che nessuno abbia notato che l'ISIS è l'organizzazione islamica più "amica di Israele" del mondo. Che sia perché Israele fornisce passaggio sicuro ai jihadisti, assistenza medica, armi, logistica e intelligence al gruppo che attacca solo i nemici di Israele?

Mentre il presidente Poroshenko partecipava anche lui alla marcia di Parigi, le sue truppe bombardavano la popolazione civile della Novorussia "Je suis Charlie" gridava alto e forte anche il presidente ucraino Poroshenko durante la marcia di Parigi, in solidarietà con le vittime del terrorismo, nel frattempo però, attraverso il suo telefono satellitare, ordinava al comando dell'Esercito di Kiev di iniziare l'offensiva contro i separatisti del Donbass con il bombardamento indiscriminato delle abitazioni civili, delle scuole, degli ospedali di Donetsk. Tuttavia queste azioni, per lui e gli strateghi della NATO che lo sostengono, non si devono considerare terrorismo ma "operazione di sicurezza", i “terroristi” , secondo Poroshenko, sono gli altri, gli ucraini di etnia russa che difendono la loro terra, le loro famiglie dall’aggressione dell’Esercito di Kiev e dalla pulizia etnica iniziata dalle formazioni paramilitari come il “battaglione Azov” costituito da elementi neo nazisti con tanto di simboli e croci uncinate ( fotografati e documentati ma oscurati dalla stampa e dai media filo atlantisti perché non si deve sapere chi sono in realtà gli “impresentabili” alleati della NATO in Ucraina).