"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Una critica al movimentismo militante per una nuova strategia politica

Alcuni italiani non si arrendono

Pubblichiamo una interessante analisi sul “movimentismo” scritta da Lorenzo Vitelli

La politica, sempre intesa come identificazione di un nemico, quindi anche assunzione di una propria identità e come vivificazione del reale conflitto vigente, deve trovare una nuova forma di espressione che non abbia più connotazioni ideologiche e settarie. Per questo stesso motivo l’azione politica deve essere “spoliticizzata”, e deve trasferirsi interamente nella cultura, nella garanzia di accessibilità che questa offre, al di là delle fazioni e degli schieramenti, come rete unitaria, come impianto organico, attraverso l’adesione ad un progetto unico, non delineato, non scritto, non manifestato, che non sia programmatico né schematico, ma che sia in medias res, che non frammenti secondo la contrattualistica di un accetto o non accetto i termini, perché non vi sono condizioni, né obblighi di identificazione formale o oggettuale, ma la sola criticità nei confronti dell’ordine costituito attraverso cui ripensare nuovi modi di organizzazione dell’esistente. Lo scopo è quello di legare direttamente cultura e produzione alternativa.

Quello odierno è un panorama politico-sociale che dietro un apparente immobilismo può fornire a chiunque ne senta la necessità gli strumenti di ricerca e di comprensione, parallelamente ad una possibilità di mobilitazione, nei confronti del corso degli eventi. A partire dalla crisi economica del 2008, la base popolare del Paese si è costellata di associazioni, collettivi e movimenti a cui sono seguite ampie adesioni dovute ad una sostanziale sfiducia nelle istituzioni. Questo processo ha avuto la singolare efficacia di introdurre, nel dibattito pubblico, al di là del circo mediatico, una serie di tematiche, marginalizzate dal mainstream, che invece colgono il centro problematico dell’ultima dicotomia rimasta: lo scontro verticale in cui si oppongono mondialismo e anti-mondialismo.

In questo scenario l’impegno, la rabbia e la forza di molti giovani si sono canalizzate nel movimentismo e nella militanza, come se la politica avesse sentito il bisogno di trovare una forma di espressione nuova che si ponesse oltre uno Stato incapace di esserne il garante. Le istituzioni si sono burocratizzate al punto di perdere la dimensione schmittiana del politico e, di fatto, i partiti tradizionali non hanno più una pretesa conflittuale, almeno sostanzialmente, neanche in rapporto all’ala opposta del Parlamento.

Se quindi la politica non si estingue mai del tutto – mentre muore invece la struttura partitica (pensiamo alla desolazione di comizi e dei congressi di Partito) – potrebbe essere vera l’idea che il nostro è un tempo potenzialmente rivoluzionario.

Nei primi decenni del Novecento lo Stato si trovava svuotato della politica, e divenne la società civile, radunatasi nei diversi movimenti, sindacati, e organizzazioni collettive a rappresentare la politicizzazione in reazione alla burocratizzazione statale, il conflitto rispetto all’immobilismo, la politica assoluta rispetto all’istituzionalizzazione totale. Così anche oggi la politica ha attuato un processo di decentramento e si è collocata nei vicoli discontinui della società civile. La differenza con gli anni rivoluzionari del primo Novecento però, è che oggi l’azione politica intesa come tensione tra idealità e prassi, pur traslandosi in una dimensione prettamente popolare e perciò accessibile, non mette più in crisi il monopolio di forza dello Stato, da un lato perché non viviamo più nell’epoca della ribellione delle masse, che sono masse frammentate in individualità, e dall’altro perché questo monopolio è altrove, è sovranazionale. Lo Stato non è che un intermediario, un orpello del più grande apparato decisionale, quello economico.

A questo punto se è vero che il movimentismo militante attualmente svolge un ruolo politico nel senso in cui si rende portatore di un’identità, animatore di un conflitto, nonché identificatore di un nemico, e perciò vivifica la tensione, è anche vero che non viola nessun monopolio di forza e non organizza l’azione collettiva, ma piuttosto cede alla banalità della dimostrazione e della manifestazione settaria.

I problemi del movimentismo militante sono sostanzialmente due: il primo è il radicale e accecante spirito di parte, che spesso si risolve nell’erronea identificazione del nemico; il secondo, che ne consegue, è la relativa chiusura in sé stesso del movimento, che da mezzo diventa fine. Questo tipo di organizzazione, che sia di destra o di sinistra, è una realtà che finisce per essere semi-sacralizzata. Il militante esaurisce le sue potenzialità esistenziali nel movimento isolato, e l’attivismo oltre ad essere il solo fine, è la risoluzione stessa dell’azione politica, che non si rivolge più all’esterno, ma si scopre compiuta nel solo atto partecipativo. L’immediata conseguenza è l’inattuabilità del cambiamento dello status quo, dovuta ad un’impotenza della funzione politica della militanza. Il movimentismo paradossalmente si è immobilizzato e si è burocratizzato nel suo linguaggio e nella sua identità, divenendo una forma chiusa che non provoca riscontri sul lungo termine. Da qui nasce anche l’impossibilità per il militante di radicarsi permanentemente all’interno del movimento che non crea, fortunatamente, sbocchi istituzionali come in passato (pensiamo al Pci o al riciclaggio dei componenti dei gruppi extraparlamentari dagli anni 60′ sino agli 90′) e che non permette allo stesso tempo un mutamento dell’assetto organizzativo della società. La militanza, non potendo permettere il prolungato sostentamento del militante, si termina col finire degli studi o con l’accesso nel mondo del lavoro, rimanendo una passione passeggera, un’allettante superstizione, uno svago adolescenziale, quando questa deve poter rappresentare una propensione durevole.

La domanda rimane sempre la stessa: che fare? E’ sicuramente necessario trovare una strategia di azione radicalmente diversa che, abbandonando un’arretrata morfologia militante, possa dare vita non alla pacatezza della “dimostrazione” ma all’azione collettiva. La politica, sempre intesa come identificazione di un nemico, quindi anche assunzione di una propria identità e come vivificazione del reale conflitto vigente, deve cercare una nuova forma di espressione che non abbia più connotazioni ideologiche e settarie. Per questo stesso motivo l’azione politica deve essere “spoliticizzata”, e deve trasferirsi interamente nella cultura, nella garanzia di accessibilità che questa offre, al di là delle fazioni e degli schieramenti, come rete unitaria, come impianto organico, attraverso l’adesione ad un progetto unico, non delineato, non scritto, non manifestato, che non sia programmatico né schematico, ma che sia in medias res, che non frammenti secondo la contrattualistica di un accetto o non accetto i termini, perché non vi sono condizioni, né obblighi di identificazione formale o oggettuale, ma la sola criticità nei confronti dell’ordine costituito attraverso cui ripensare nuovi modi di organizzazione dell’esistente.

Lo scopo è quello di legare direttamente cultura e produzione alternativa. Questo complesso di forze unite, che deve essere pubblico ma non statale, immerso nella realtà della vita quotidiana, clandestino nei confronti delle istituzioni, deve organizzare la rete di contatti tra i suoi diversi componenti: spazi liberi, autonomi e convertiti alle finalità del progetto. Ma questa conversione deve garantire anche la sussistenza economica di queste attività “convertite”, proprio per rendere la lotta durevole. Che siano esse librerie, teatri, radio, giornali, riviste, associazioni, aziende agricole, imprese artigianali, istituti di credito speciali, o qualsivoglia attività utile ai fini di concepire un’alternativa ai rapporti di forza e di produzione dominanti, questi esercizi necessitano di essere sincronizzati e promossi per diventare il primo mezzo in cui far confluire risorse umane ed economiche, di modo da svincolarci dalla sudditanza nei confronti dei grandi monopoli di Stato e dei mercati internazionali.

Di rimando, proprio attraverso questi spazi liberi, si potranno prendere le mosse per immettere le radici di una nuova cultura profondamente antimoderna, quando per modernità intendiamo la progressiva rovina antropologica attuata dallo sviluppo capitalistico, e – citando Junger – per “organizzare la rete di informazioni, il sabotaggio, la diffusione delle notizie tra la popolazione”. Il concetto chiave è quello di conversione delle attività da una modalità operativa ad un’altra, che sia alternativa e che possa creare sinergicamente una rete logistica che baypassi lo Stato e che non faccia più riferimento alle istituzioni, ma per il proprio sostentamento culturale ed economico si richiami esclusivamente alle sue specifiche risorse. Si può partire dalle librerie slegate dai circuiti di distribuzione della grande editoria, dalla creazione di giornali e radio che medino la connessione delle attività, dalla creazione di comunità agricole collettivizzate, a piccole imprese autogestite, alla creazione di istituti di credito autonomi su base partecipativa e slegati dall’attività speculativa in cui si pratichino tassi di interesse bassissimi, sul modello della Banca del popolo di Pierre Jospeh Proudhon, o dalle società di assicurazioni mutualiste. Un’azione politica valida deve dunque dare vita a questi spazi irregolari, coordinati in un unico progetto, in cui far convergere le risorse umane ed economiche che altrimenti si perdono nell’anonimato internazionale del mercato capitalistico alimentandone la dominazione. Si deve quindi necessariamente rivolgere la tensione tra idealità e prassi verso la creazione di una nuova dialettica tra cultura e produzione che ci liberi dalla sovrastruttura ideologica dell’ordine costituito e dalla sua pretesa in-trasformabilità per modificare parallelamente l’organizzazione capitalistica del reale.

Lorenzo Vitelli

Tratto da:  L’Intellettuale Dissidente

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