"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

UberPop e la deflazione tecnologica

di G.Cirillo

Normalmente non mi occupo di questioni di politica economica e di lavoro ma il recente caso della chiusura dell’applicazione UberPop è interessante per ragionare sulla deflazione tecnologica. Per chi non lo sapesse UberPop è un’applicazione per mettere in contatto persone che hanno bisogno di un passaggio con autisti privati, pagando attraverso l’applicazione, che si incassa una sua percentuale per il fatto di aver fatto da tramite.

E’ un servizio simile a Blablacar ma più sofisticato e con pagamento all’intermediario (con Blablacar invece si paga direttamente l’autista) e diversamente da quest’ultimo, UberPop ha delle tariffe che possono consentire un guadagno e non solo il rimborso spese. Questa applicazione consente ovviamente di ottenere dei passaggi più economici rispetto ai Taxi e questo ha fatto infuriare la lobby dei tassisti che sono ricorsi alla giustizia ed hanno ottenuto la chiusura dell’App. Mi sento di dire con tranquillità che i tassisti hanno ragione e la giustizia ha chiuso un’applicazione che favoriva la concorrenza sleale. Al tempo stesso, però, ci rimettono tutti i consumatori che dovranno continuare a sorbirsi un servizio obsoleto ed eccessivamente costoso.

Come normalmente accade, il caso divide in due l’Italia tra favorevoli e contrari all’App. Tra i favorevoli annotiamo la strana (ma non troppo) sintonia tra socialdemocratici e liberali e libertari filo-capitalisti (sintonia non troppo strana dato che alla fine socialismo e capitalismo coincidono, sono entrambi dei regimi che concentrano il potere), i primi favorevoli all’App ovviamente perché favorisce i consumatori quindi il popolo, sfavorendo solo una lobby, i secondi favorevoli perché sostenitori del libero mercato sempre più totale; e ci sono i contrari, ovviamente tutti i tassisti ma anche buona parte del ceto medio che capisce la sofferenza nel vedere scippato il proprio lavoro e il valore della propria licenza.

Il blog Rischio Calcolato, tra i più all’avanguardia in Italia nell’analisi e nella comprensione della deflazione tecnologica, ha ampiamente dibattuto del caso Uber offrendo anche una soluzione (vedi qui e seguenti). La sua visione è tendenzialmente ultraliberale anche se comunque offre una soluzione per salvaguardare in parte i tassisti e consentire al tempo stesso l’esistenza della App. Ora, invece, cercheremo di offrire la nostra visione e la nostra soluzione che cerca di seguire il concetto di Democrazia Integrata che considera l’individuo e non solo il beneficio e il volere della maggioranza.

Prima facciamo una premessa: la licenza del taxi, ottenuta alla fonte gratuitamente, diventa de facto un monopolio grazie alla politica corporativa dello Stato italiano che non ha più emesso un numero sufficiente di licenze. Di conseguenza, come tutti beni rari, la licenza del taxi ha ottenuto un incremento del proprio valore, data appunta la scarsità di licenze. Praticamente è divenuto un capitale e il tassista un piccolo capitalista. Come tutti i beni capitali il valore dello stesso scaturisce da due caratteristiche: il diritto di proprietà e i benefici da esso garantiti e possiamo fare alcuni esempi per chiarire:
Immobili: il diritto di proprietà è il diritto, riconosciuto dallo stato, di poter abitare e di usufruire della propria abitazione; i benefici sono la possibilità di scambiare e vendere questo diritto, la possibilità di locarlo e/o il risparmio rispetto al vivere in una casa in affitto. Denaro contante o liquidità: il diritto di proprietà è la possibilità di possedere un credito verso la comunità (che deve accettarlo obbligatoriamente come mezzo di scambio); i benefici sono la possibilità di utilizzarlo liberamente, la possibilità di prestarlo e di godere di eventuali interessi. Licenza del taxi: il diritto di proprietà è la possibilità di svolgere l’attività di tassista; i benefici sono quello di godere di un mercato protetto a concorrenza ridotta e la possibilità di vendere la licenza.

Come vedete il capitale può avere un valore grazie al diritto di proprietà e ai benefici che questo comporta, ma al tempo stesso può esistere il diritto di proprietà senza benefici e questo creerebbe un capitale privo di valore quindi una semplice proprietà e questo può essere il caso di beni che non possono essere rivenduti o di concessioni o permessi personali come ad esempio un parcheggio su strada pubblica per un disabile. La proprietà acquisisce valore solo se fornisce un beneficio scambiabile con una certa permanenza temporale, più o meno quantificabile. Quindi, il valore è una sovrastruttura, non è la proprietà. Sono due cose separate.

Lo Stato, però, garantendo anche dei benefici oltre al semplice diritto di proprietà, ha favorito la creazione di un valore artificiale. Quindi, in parziale disaccordo con Rischio Calcolato, è proprio il Dio Stato il maggior garante del capitalismo, del valore e della proprietà. Non esiste capitale slegato dallo Stato. Nessuno in realtà è proprietario di nulla, tutte le nostre proprietà esistono perché lo Stato dove viviamo o altri Stati ne riconoscono la validità, ne riconoscono il diritto di proprietà. Una proprietà pura sarebbe qualcosa di nostro, che abbiamo costruito o di cui ci siamo impossessati, che difendiamo con le nostre forze. Credo che a parte rare eccezioni, siano pochissimi gli individui in possesso di proprietà che non riconoscono tributi a nessun stato o mafia o clan, totalmente indipendenti. In tutti gli altri casi, è lo Stato, comunità, clan, tribù o come la si voglia chiamare a riconoscere la proprietà di qualcosa. L’unica proprietà veramente e assolutamente nostra, siamo noi stessi e le nostre capacità, niente di materiale o finanziario che per esistere dipende dal riconoscimento degli altri.

Detto questo, cioè l’illusione che esista un capitalismo senza Stato o slegato dallo Stato, tornando ai taxisti, si potrebbe a questo punto dire che UberPop non sta minacciando la proprietà della licenza dei tassisti, che continuerebbero liberamente ad esercitare, ma sta minacciando i benefici che questa proprietà fornisce e di conseguenza il valore della stessa che calerebbe drasticamente. Di conseguenza, la collettività, cioè lo Stato, non ha nessun obbligo di difendere il valore di una proprietà, ma solo la proprietà stessa e questa non è in pericolo, in pericolo c’è solo il valore del capitale chiamato licenza, ma questo non è un problema per lo Stato ma di chi ha creduto in quel valore.

Questa strada porterebbe a fregarsene dei tassisti, a consentire UberPop e quindi fare sparire il capitale che loro possedevano attraverso le loro licenze. Nella realtà dei fatti però, c’è anche da dire, che quella licenza e i benefici allegati erano garantiti dallo Stato e non garantirli da un giorno all’altro annullandone di fatto il valore è evidentemente qualcosa di ingiusto. Certo, un servizio come UberPop è meglio, riduce i costi e forse aumenta l’efficienza, oltre ad allargare la base degli addetti ai lavori e quindi la maggioranza non può non esserne favorevole ma al tempo stesso una minoranza, cioè i tassisti, viene gravemente danneggiata se non distrutta, pensiamo ad esempio a molti ragazzi che si sono indebitati comprando la licenza da poco. Quanti tassisti finiranno in depressione, falliti o addirittura suicidi? Lo so che al ragionamento della legge del più forte, questo sistema economico e politico, ci ha, purtroppo, abituato, ma la Democrazia Integrata deve andare oltre e la minoranza deve essere tutelata anche dalla dittatura della maggioranza.
E inoltre distruggere improvvisamente una categoria, a favore di un beneficio collettivo, crea comunque del capitale umano negativo, cioè degli individui disadattati, disoccupati, arrabbiati e depressi che diventano un costo per la società nel suo complesso soprattutto in una situazione di perenne crisi e stagnazione economica.

Al tempo stesso, non siamo contrari alle innovazioni che portano alla deflazione tecnologica, che ricordiamo essere un bene per la maggioranza, essendo tutti noi consumatori, però i danni per le categorie coinvolte negativamente dalla stessa devono, a mio avviso, essere limitati il più possibile. In questo caso specifico, la categoria dei tassisti, oltre ad essere danneggiata, perde anche un capitale consistente. Se al danneggiamento del proprio lavoro a causa della deflazione tecnologica non si può far nulla, si può però risolvere perlomeno la perdita di valore del proprio capitale, che vogliamo sottolineare, in caso UberPop fosse legale o in caso di una totale liberalizzazione del settore, dipenderebbe da una scelta statale o non da una semplice evoluzione del mercato. E questo rende il discorso totalmente diverso da quello di alcune attività chiuse dai cambiamenti tecnologici o sociali, in quel caso è il mercato “naturalmente” a mettere fine ad un settore (ed anche qui sarà necessario sempre più studiare come attutire i colpi della deflazione tecnologica), in questo caso, invece, sarebbe una scelta governativa (che però non c’è stata dato che hanno vinto i tassisti, per ora.)

Come detto prima, noi, non vogliamo rinunciare ad applicazioni come Uber, che rendono la vita migliore e meno costosa, però non possiamo assolutamente fregarcene di chi ha creduto in un particolare diritto che era garantito dallo Stato. La soluzione, a mio avviso, dovrebbe essere questa e cerchiamo di spiegarla qui di seguito: il tassista, dopo aver comprato la licenza, ha percepito e percepisce tre tipologie principali di utile che sono unite ma che in realtà sono teoricamente separate: l’utile per il proprio lavoro, la rendita per il capitale dell’automobile e la rendita per il capitale della licenza ( che ricordiamo fa beneficiare i tassisti di un mercato a concorrenza ridotta con prezzi più elevati).

Facciamo un esempio per chiarire meglio le idee. Ipotizziamo un tassista che abbia comprato la licenza dieci anni fa al costo di 100.000 euro ( tutte le cifre sono casuali a titoli di esempio), questo dal giorno in cui ha iniziato a fare il tassista ha iniziato a guadagnare i tre redditi di cui parlavamo prima. Ipotizziamo che a fine anno riesca ad avere un utile complessivo annuo netto di 20.000 euro e ipotizziamo che invece un tassista di un paese dove i taxi sono in libera concorrenza, guadagni, in proporzione alla propria economia nazionale, l’equivalente di 15.000 euro annui. Questo ci farebbe dedurre che la rendita della propria licenza equivale a 5.000 euro annui. Di conseguenza, il nostro tassista, in dieci anni, avrebbe avuto una rendita del proprio capitale di 50.000 euro. Una rendita dovuta alla propria posizione di tassista in un regime corporativo, quindi una rendita che non deriva dal proprio lavoro ma che è garantita dal capitale, qualcosa creato grazie allo Stato. Quindi, per calcolare l’eventuale rimborso da offrire al tassista, nel caso di completa liberalizzazione del settore, bisognerebbe rivalutare il valore del prezzo pagato della licenza in dieci anni, ipotizziamo venga fuori 120.000 euro e sottrarre la rendita beneficiata negli anni (rendita non spettante dal proprio lavoro ma derivata dal capitale licenza), quindi 50.000 euro. Il rimborso sarebbe di 70.000. Per un tassista che ha appena comprato la licenza (magari pure indebitandosi) il rimborso sarebbe totale, mentre ad un tassista anziano, che magari ha lavorato trenta o quaranta anni, probabilmente non spetterebbe nessun rimborso, avendo goduto per molti anni della rendita della propria licenza che è stata ampiamente ripagata. Al rimborso così calcolato si dovrebbe aggiungere per tutti i tassisti (sia nuovi che vecchi) un’indennità teorica di disoccupazione di un anno (tipo 8-10.000 euro) e invece sottrarre il beneficio, calcolato in base agli anni dell’aspettativa di vita, di un mercato dei trasporti privati più economico (anche i tassisti in vacanza prendono il taxi e anche loro lo pagherebbero meno), beneficio che comunque sarebbe economicamente irrisorio in questo caso.

Chi dovrebbe pagare il rimborso così calcolato? A nostro avviso sono le tre le strade:1) creare un limbo di due o cinque anni, in cui convivono i tassisti tradizionali con quelli nuovi però sempre con il regime delle licenze che verrebbero in parte regalate ai tassisti tradizionali che così potrebbero venderle, ovviamente con un valore ridotto, a quelli nuovi che vorranno comunque esercitare la professione negli anni della transizione dal regime corporativo a quello libero, soluzione prospettata da Rischio Calcolato in questo articolo; 2) creare sempre un limbo di transizione, in cui i passaggi “Liberalizzati” subirebbero una sovrattassa che servirà per fornire gradualmente i rimborsi ai tassisti e che verrà abolita automaticamente appena i rimborsi saranno totalmente eseguiti (sovrattassa tale da non rendere più cari i passaggi liberalizzati rispetto a quelli corporativi); 3) Lo Stato si fa carico totalmente dei rimborsi per consentire i benefici immediati della deflazione tecnologica (fidatevi sarebbero soldi ben spesi rispetto a come li spende normalmente lo Stato).
A nostro avviso, una misto della tre soluzioni potrebbe essere l’ideale. Questa soluzione è in linea con il nostro concetto di Democrazia Integrata, dove una maggiore libertà deve essere acquistata e una sofferenza o una minore libertà deve essere rimborsata.

Fonte: Hescaton

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