"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Trattati di libera dominazione

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La seconda fase della globalizzazione. Nuove forme di colonialismo attraverso una lettura politica dei nuovi trattati internazionali TTIP e TPP. Anche l’Italia si ritroverà a veder competere i propri prodotti su un mercato complesso, con Stati, soprattutto quelli asiatici, con valute differenti e incomparabilmente più vantaggiose.

di Simone Sauza

È nota la sentenza di Karl Marx. La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. C’era una volta la globalizzazione, una narrazione dominante che ha raggiunto l’apice negli anni novanta ed è entrata in crisi intorno al 1999, l’anno di Seattle e delle grandi manifestazioni contro il vertice del WTO. Il suo effetto si è giocato su due binari: da una parte vi è stato un effettivo trasferimento di ricchezza dai paesi cosiddetti ricchi verso paesi poveri; dall’altro, nei paesi ricchi, la ricchezza è stata trasferita violentemente e in maniera verticale dalle classi povere e medie verso una ristretta fetta della popolazione che è andata a costituire i super-ricchi, non solo in termini prettamente economici, ma soprattutto di peso politico: è l’élite di potere che gravita nel mondo delle multinazionali, dei banchieri e dell’alta finanza.

Questo è ormai storia nota. I nuovi detentori del capitale hanno operato negli anni verso l’erosione della dimensione comunitaria e nazionale degli Stati nel tentativo di realizzare, da una parte, una violenta uniformazione culturale funzionale ad un regime di commercio unificato, dove cultura ricopre un’accezione ampia comprendente anche forme di vita locali, mode, colonizzazione del pensiero e dell’immaginario; dall’altra, una circolazione a circuito chiuso – vale a dire di trasferimento illimitato e reciproco – dei flussi di capitale tramite i nuovi strumenti finanziari. Il successo ottenuto da tali oligarchie si è lentamente rivelato un effetto boomerang: quel primo trasferimento di ricchezza verso alcuni paesi poveri, necessario a convincere parte dell’opinione pubblica della bontà dell’operazione, non ha fatto altro che creare gli attuali competitors degli Stati Uniti, vale a dire quelle economie emergenti, come India, Cina, Russia, che il linguaggio internazionale oggi denomina come BRICS.

Nell’ultimo quindicennio, gli Stati Uniti hanno progressivamente perso sia quell’egemonia politica sull’universo-mondo, sia il credito dell’opinione pubblica sull’onda del dopo-Seattle, del moltiplicarsi di movimenti no-global e dei libri-inchiesta di giornalisti come Naomi Klein. In altre parole: i nuovi assetti geopolitici degli ultimi anni hanno messo in discussione lo strapotere di quelle oligarchie finanziare e degli Stati Uniti come custodi planetari.

I nuovi trattati bilaterali/multilaterali (TTIP e TPP) si inscrivono in quella che corrisponde ad una vera e propria seconda fase della globalizzazione neoliberista. Da tempo, l’Europa vive supinamente la condizione di cinquantesimo stato fantasma degli Stati Uniti. USA e UE, insieme, costituiscono il 46,98% del PIL mondiale. Ciò costituirebbe la condizione ideale per tornare ad una centralizzazione dei flussi economici facente perno sugli Stati Uniti come protagonista dominante del sistema globale.

Qui subentrato i nuovi accordi internazionali. Il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) è stato presentato come un macro-accordo di libero scambio tra UE e Stati Uniti. Una gigantesca area di deregolamentazione mirante a tutelare esplicitamente investitori e capitale privato, diminuendo i controlli, ad esempio, su alimenti e agricoltura. In altri termini, le multinazionali assurgerebbero a ruolo di competitori parigrado agli stati membri del trattato; si pensi, ad esempio, alla possibilità delle società private, in caso di controversia, di portare in tribunale uno stato accusato di influenzare negativamente il mercato ostacolando il profitto.

Il TTIP si configura come l’ampliamento economico della NATO per contenere i paesi emergenti, in particolare Cina e Russia. In questa chiave si possono leggere le politiche estere delle ultime amministrazioni statunitense: destabilizzazione di alcune zone del medio oriente per l’ampliamento dei mercati e intervento contro la possibilità di un legame tra Europa e Russia attraverso la questione Ucraina, ad esempio. Il rischio è quello del consolidamento di un nuovo blocco economico che vada a minacciare l’egemonia occidentale atlantista.

L’altro trattato meno noto, il TPP (Trans Pacific Partnership), interviene in maniera speculare: tale accordo di libero scambio, con dinamiche simili al TTIP, include paesi come Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda e Vietnam. Così da completare la logica neoimperialista sostanziata dal riposizionamento strategico militare attuato dall’amministrazione Obama nelle regioni asiatiche e medio orientali. In altre parole, il TPP, tramite l’unificazione commerciale con alcuni paesi strategici, si pone come collante della dottrina estera americana denominata “Pivot to Asia” (la quale si allarga, invero, fino al Medio Oriente), già attaccata da Pechino come tentativo di destabilizzare la Cina attraverso la crescente presenza militare. È chiaro come la natura economico-commerciale dei trattati risulti un autentico cavallo di Troia tramite cui riaggiornare le politiche espansioniste e colonialiste.

Il TPP e il TTIP costituiscono la risposta statunitense a quel processo di deglobalizzazione – a cui ha contribuito soprattutto la crisi economica del 2008 – il quale ha portato alcune economie, in particolare quelle asiatiche, ad abbandonare il modello neo-mercantilista basato sulle esportazioni e a concentrare la propria politica economica sulla domanda interna e la redistribuzione dei redditi. Ogni singolo Stato incluso in questi trattati, in altre parole, è leggibile all’interno di una strategia di riconquista di potere ed egemonia. Si pensi all’inclusione dei due stati latinoamericani nel TPP, nel momento in cui l’emergente socialismo bolivariano in America Latina ha cominciato a costituire una minaccia al modello americano. È la logica della quinta colonna. La razionalità dei trattati, inoltre, si muove sul paradigma dell’imposizione violenta dell’ideologia neoliberista. Non è un caso il paradosso di un modello totale di libero mercato da cui, però, sono stati esclusi proprio paesi come Russia e Cina. Questi trattati intervengono lì dove il WTO aveva fallito: l’unificazione culturale di un’enorme fetta del globo secondo gli standard americani. In risposta alla complessità del mondo, la risposta atlantista è ancora una volta quella della massificazione e della distruzione delle realtà locali.

Il governo italiano, totalmente privo di una politica estera, se non quella del servaggio a scapito dei propri interessi, non ha espresso posizioni rilevanti in merito. Eppure, tralasciando le questioni legate alla democraticità di tali processi (discussi a porte chiuse), all’ennesimo attacco al potere sovrano, l’Italia si ritroverà a veder competere i propri prodotti su un mercato complesso, con Stati, soprattutto quelli asiatici, con valute differenti e incomparabilmente più vantaggiose. Inoltre, questi trattati vanno principalmente a favore delle multinazionali, a fronte del sistema economico italiano, costituito principalmente da PMI, che si troverebbe improvvisamente esposto ad una libera concorrenza assai pericolosa per un settore globalmente debole. È un processo simile a quanto avvenne sul cominciare degli anni novanta in Germania, quando a seguito dell’unificazione monetaria coatta tra est e ovest, le imprese statali dell’est, fino ad allora strutturate su un tipo di commercio interno al blocco sovietico, si trovò improvvisamente su un libero mercato internazionale senza liquidità per continuare la produzione su altri livelli e con problemi legati alla differenza di valuta e alla crescita dei prezzi. Al di là delle similitudini e delle enormi differenze tra le due situazioni, lì come ora, questo tipo di unificazioni seguono uno scopo non economico, ma precipuamente politico. Attraverso una sistematica compromissione della produzione di un paese, lo si rende progressivamente e strutturalmente dipendente.

Le future evoluzioni del sistema-mondo non fanno altro che confermare quel fenomeno di “acefalizzazione” per cui il potere, da verticale, diventa orizzontale, quindi invisibile e onnipervasivo. Non ci sono capi. Il processo di deresponsabilizzazione è la vera sfida ai movimenti e alle formazioni anti-sistemiche. Le élite dominanti non cospirano in riunioni segrete come nella visione romantico-complottista; ma si perdono nei meandri della finanza. Nel momento in cui il capitale si smaterializza, viene disinnescato il conflitto di cui si sostanzia la dialettica sociale. E il nemico diventa illocalizzabile, costrigendo la lotta politica a nuove forme di organizzazione.

Fonte: L’Intellettuale Dissidente

Vedi anche: La Commissione Europea respinge la petizione dei cittadini di raccogliere le firme contro il trattato commerciale UE-Stati Uniti TTIP

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