"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Strage di Nizza: il fallimento occidentale nella “lotta la terrorismo”

Ottantaquattro civili uccisi, 18 feriti in condizioni gravi: è questo il bilancio (provvisorio) del massacro compiuto ieri da un camion guidato da un franco-tunisino sul lungomare della città francese. Hollande estende le “leggi di emergenza” e richiama i riservisti, ma nessun gruppo ha ancora rivendicato l’attentato. Dubbi sulle falle della sicurezza francese.

di Roberto Prinzi
Roma, 15 luglio 2016, Nena News – Una strage di civili a cui ormai ci stiamo sempre più abituando, ma di fronte alla quale non dovremmo mai rimanere impassibili. La scia di sangue che unisce Parigi e Bruxelles alla Siria, all’Iraq, alla Nigeria, all’Afghanistan “liberato”, al Pakistan, alle comunità sciite yemenite e agli attacchi di ritorsione in Arabia saudita, arrivata in estremo oriente due settimane fa, ha raggiunto ieri sera anche il sud della Francia.

Il bilancio (provvisorio) è drammatico: 84 persone uccise, decine di feriti. Secondo il portavoce del ministero degli interni, Pierre-Henry Brandet, 18 di questi sarebbero in condizioni gravi. Cosa ha provocato questa nuova mattanza è l’unica cosa chiara di una vicenda che presenta alcuni punti oscuri. Sono circa le 22:45 quando un uomo armato (si scoprirà in seguito un franco-tunisino, il 31enne Mohamed Lahouaiej Bouhlel) a bordo di un camion bianco investe ad una velocità di 80 km orari per due chilometri una folla radunata alla Promenade des Anglais per assistere allo spettacolo dei fuochi d’artificio in occasione del giorno nazionale francese.

Due chilometri percorsi, raccontano le autorità locali, a zig zag nel tentativo di falciare più persone possibili. Uno dei video diffusi in rete e ripresi dalla stampa internazionale mostra un poliziotto che inizialmente prova a fermare la corsa mortale del veicolo. Un tentativo eroico e che, se avesse avuto successo, avrebbe salvato decine di persone. Così purtroppo non è stato: l’agente viene immediatamente colpito, cade a terra vicino ad una palma privo di vita.

E l’unico intoppo che l’aggressore incontra prima di mettere in atto il suo disegno criminale: la folle corsa del camion può ora proseguire spedita. Urla, fuggi fuggi generale. Chi è fortunato trova riparo in qualche strada laterale. Alcuni nei negozi diventati rifugi improvvisati. E nelle tragedie che l’essere umano sperimenta il punto più alto di bestialità, ma anche la sua più alta manifestazione di umanità: decine di persone “aprono le porte” agli scampati sconosciuti offrendo loro riparo perché, si teme, gli attentatori sono ancora in agguato avidi di nuove morti.

Questo calore umano non lo conosceranno i decine di corpi senza vita che giacciono lì sull’asfalto della via principale di Nizza, sferzati dal vento che si è alzato in città e che ora sembra quasi beffarli. Noi telespettatori siamo di fronte a un déjà vu. Sono scene già troppe volte viste e che ci commuovono e suscitano rabbia solo perché sotto quei teli bianchi ci sono corpi senza vita bianchi, solo perché a essere colpito è un popolo “fratello”. Come sei i rivoli di sangue che dipingono ora l’asfalto della Promenade avessero un qualcosa di sacro.

Di sicuro più prezioso di quello della decina di iracheni morti in una serie di attentati soltanto alcune ore prima. Gli obiettivi di una macchina fotografica inquadrano una bambola vicino a un corpicino ricoperto da una coperta termica. E’ l’immagine dell’innocenza spezzata, è la metafora di questa folle guerra che i nostri governi hanno intrapreso (dicono così) contro il “terrorismo islamico”, ma il cui prezzo è pagato interamente dai nostri corpi, soprattutto da quelli più giovani e indifesi. Già, proprio loro, i bambini. Tanti sono morti ieri sera mentre fremevano dal desiderio di vedere i fuochi d’artificio illuminare il mare.

Non possiamo mettere da parte l’umanità nemmeno per un momento. Ma nemmeno per un momento possiamo far sì che essa prevalga e non ci induca a riflettere. Non possiamo lasciarci andare a discorsi inaccettabili di un “noi” contro “loro”. Che poi qualcuno ci spieghi chi siano questi loro. Se dovesse essere dimostrato che dietro l’attacco di ieri c’è la mano del jihadismo islamico, allora che si sappia che molti di “loro” sono nostri compagni di merende, come mostra il rapporto sull’11 settembre che Washington prova a nascondere per non turbare gli “alleati” sauditi.

Di fronte a queste tragedia, i corpi sull’asfalto ricoperti da dei teli pongono con forza delle domande a cui i nostri governi dovrebbero rispondere in modo chiaro. Sono dubbi che dopo anni di menzogne – come dimostra il rapporto Chilcot sull’intervento britannico in Iraq nel 2003 – dovrebbero nascere spontanee e precedere qualunque analisi geopolitica o socialogica (di una sociologia spicciola) su quanto “loro” ci stiano minacciando. Cosa, ad esempio, ci faceva quel camion sospetto lì a Promenade des Anglais? Quella via principale non doveva essere chiusa al traffico veicolare vista la festa nazionale? Non doveva esserci un maggior controllo da parte delle forze di sicurezze dato che stiamo parlando di un Paese recentemente teatro di vari atti di terrorismo?

Sul camion sono stati ritrovati armi e granate. A cosa servivano se l’attentatore era solo e se, come pare, non vi erano presenti esplosivi in grado di far esplodere il veicolo? E se l’aggressore è un arabo-musulmano, prima di scomodare l’autoproclamato Stato Islamico (che avrà tutto l’interesse a rivendicare la paternità dell’attentato), faremmo bene questa volta prima a interrogarci sulle troppe e ripetute falle delle nostre Intelligence e forze dell’ordine da un anno a questa parte.

E, soprattutto, delle responsabilità dei nostri governi. Si è appreso che l’attentatore, Mohamed Lahouaiej Bouhlelera, fosse già noto alla polizia per crimini comuni e per aggressioni. Niente a che vedere con il terrorismo, ma verrebbe da chiedersi come mai non era sottoposto a un maggiore controllo da parte delle forze dell’ordine. I media francesi riferiscono che, interrogato dalla polizia, Bouhlelera avrebbe risposto che si trovava lì per consegnare dei gelati. E così facile penetrare le maglie della difesa francese? Come possiamo combattere il terrorismo dell’Is in Iraq e Siria e “difendere” quei popoli (così diciamo) se non riusciamo nemmeno a prevedere un pericolo interno e a permettere ad un evento nazionale di compiersi? E poi la tempistica: come mai l’intero Paese è stato al sicuro dal pericolo del radicalismo islamico durante l’appena concluso campionato europeo di calcio e si è riscoperto di nuovo fragile e vulnerabile subito dopo?

E soprattutto nel corso di una festa nazionale che, non bisogna lavorare nell’Intelligence per saperlo, stuzzica le menti di chi vuol assestare un “colpo” all’occidente? Anche se a compierlo sembrerebbe essere un “lupo solitario” come Bouhlera. Che ci siano state delle falle della sicurezza ne è convinto anche il sindaco di Bordeaux Alain Juppe che, a radio Europe 1, ha detto che l’attacco sarebbe stato sventato “se tutte le misure venivano prese”. “La Francia – ha poi aggiunto – deve vigilare in qualunque momento. Forse siamo noi l’obiettivo numero 1 dello Stato Islamico”.

Il presidente francese Hollande è l’immagine più chiara dei nostri fallimenti. In netto calo di consensi (soprattutto dopo la versione francese del Job’s act) il capo di Stato è apparso in televisione ieri notte e ha dichiarato che la Francia è di fronte ad un “attacco di natura innegabilmente terroristica”. “La Francia – ha sottolineato – è stata colpita nel suo giorno nazionale, il simbolo della libertà”.

Mentre il presidente parlava alla nazione, gli investigatori provavano a fare i primi rilievi sul luogo del massacro. Nel momento in cui vi scriviamo il camion è ancora nella stessa posizione in cui si trovava ieri dopo aver finito la sua corsa mortale. E’ pesantemente danneggiato e presenta numerosi colpi di proiettili soprattutto sul parabrezza: prova evidente che ieri tra l’attentatore armato e la polizia c’è stato un violento conflitto a fuoco. Secondo le indagini della forze dell’ordine, il veicolo era stato noleggiato alcuni giorni prima.

Le prime disposizioni dopo l’attentato sono state prevedibili: il presidente ha esteso stamane lo stato di emergenza per altri tre mesi e ha promesso che “aumenterà” le azioni del suo governo contro obiettivi dell’Is in Siria e Iraq. “Continueremo ad attaccare chi ci attacca sul nostro suolo” ha affermato prima di annunciare la chiamata alle armi dei riservisti per rimpolpare i numeri delle forze di sicurezza.

Disposizioni già usate e sbandierate dall’Eliseo in passato, ma che hanno finora rovinosamente fallito. Le leggi di emergenza erano state decise dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre e i presunti bombardamenti sul “califfato” sono durati il tempo di uno spot di propaganda: chi combatte al-Baghdadi e i suoi uomini sono principalmente i russi, l’esercito siriano, i curdi siriani e iracheni, le milizie sciite delle Unità di mobilitazione popolare, e, in maniera discontinua, gli statunitensi. Paragonato a questi gruppi, il contributo della Francia nella lotta anti-Is è stato irrilevante.

La Francia dovrebbe ora piuttosto riflettere sulla sua disastrosa politica estera nel mondo arabo. Prima di tutto nel suo sostegno alla distruzione della Libia di Gheddhafi mascherata come lotta contro il “dittatore”. In secondo luogo per il suo appoggio costante e continuo ai ribelli siriani “moderati”, alcuni dei quali, come ha denunciato Amnesty International la scorsa settimana, sono accusati di “crimini agghiaccianti simili a quelli compiuti dal presidente siriano al-Asad” che Hollande (e non solo) continua a vedere come l’unico “macellaio”. Opposizione che, preme ricordarlo, in alcune città collabora con i qaedisti di an-Nusra ed è alleata con gruppi islamici non meno settari e pericolosi dello Stato islamico. Forse Hollande, prima di estendere le leggi di emergenza immolando sull’altare della sicurezza alcune libertà dei cittadini francesi, farebbe bene a rivedere anche le sue relazioni con i Paesi del Golfo. In particolar modo con i sauditi i cui rapporti con il jihadismo internazionale sono quanto meno ambigui.

Per ora il presidente transalpino può incassare la solidarietà internazionale. Non solo quella europea e statunitense, ma anche quella del mondo arabo islamico. I leader del mondo religioso sunnita hanno definito l’attacco un “atto codardo”. Per il religioso egiziano, Shawki Allam, l’aggressore era un “estremista che ha seguito il sentiero del demonio. L’Islam non ha mai esortato lo spargimento di sangue”. Gli stati del Golfo hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui si condanna “fortemente” l’azione “terroristica”. Con Parigi si è schierata anche l’Arabia Saudita che ha parlato di “odioso atto terroristico” e ha promesso che “coopererà con lei nella lotta a tutte le forme di terrorismo”. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi, Sheykh Abdullah bin Zayed an-Nayan: “questo crimine deve spingerci a lavorare senza esitazione per contrastare il terrorismo in tutte le sue manifestazioni”.

Solidarietà e sostegno ad Hollande è stata espressa anche dal presidente palestinese Mahmoud Abbas. Un messaggio di condoglianze al capo di stato francese è stato inviato anche dal presidente israeliano Reuven Rivlin: “è con dolore e sofferenza – si legge nella breve nota – che devo riscriverle per esprimere le più sincere condoglianze mie e di tutto il popolo d’Israele per il tremendo attacco terroristico di Nizza”. Silenzio, finora, da parte del premier Netanyahu. Il sindaco di Londra e le autorità tedesche hanno intanto annunciato di aver aumentato i controlli alle frontiere con la Francia. Decisione simile era stata presa ieri notte dal ministro degli Interni italiano Angelino Alfano soprattutto al confine con la Liguria.

In rete, intanto, molti utenti arabi denunciano la differente risposta emotiva dell’Europa e degli Usa quando ad essere colpiti dal terrorismo sono paesi occidentali e non arabi. C’è chi ha poi voluto dare una lettura più politica alle reazioni ufficiali occidentali. Sul suo account Twitter la giornalista libanese di al-Akhbar, Rana Harbi, ha scritto: “lo stesso gruppo che uccide civili in Siria sta uccidendo civili in Europa. Non potete chiamarli ribelli in un Paese e terroristi in un altro”.

Roberto Prinzi – Nena News

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