"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

SIAMO SCESI ALL’8° POSTO SCAVALCATI PERFINO DA BRASILE E INDIA (ERAVAMO AL 5°)

Fiesta en Rio

In Brasile si festeggia il sorpasso sull’Italia

Desertificazione Industriale italiana: Siamo scesi all’8° posto  scavalcati perfino da Brasile ed India (eravamo al 5°)

Il Brasile scavalca l’Italia nella graduatoria dei maggiori paesi produttori, elaborata dal Centro studi di Confindustria, e si piazza al settimo posto. L’Italia superata anche da India al sesto posto e Corea del Sud, al quinto posto. La Cina svetta nella classifica, seguita da Stati Uniti, Giappone e Germania. Dietro l’Italia, la Francia, al nono posto e la Russia, al decimo.

I Paesi emergenti, sottolineano gli economisti di Viale dell’Astronomia in Scenari industriali, “continuano a correre, mentre l’Italia arretra ancora”. Passando “in sei anni dal quinto all’ottavo posto” della classifica.

“In se rimane un ottimo piazzamento, se si considera il Paese e’ 23° per forza geografica. Ma l’arretramento va al di la’ della fisiologica avanzata degli emergenti, perche’ e’ stato accentuato da demeriti domestici: nel 2007-2013 la produzione e’ scesa del 5% medio annuo, una contrazione che non ha riscontro negli altri piu’ grandi paesi manifatturieri”.

Calo della domanda interna, asfissia nel credito, aumento del costo del lavoro slegato dalla produtitivita’, redditivita’ “che ha toccato nuovi minimi” sono fra “le cause piu’ prossime di questa dinamica”. L’industria italiana registra una “massiccia erosione della base produttiva” e, comparando i dati dei censimenti del 2001 e 2011 emerge “un quadro impietoso, con una contrazione di oltre centomila unita’ locali e quasi un milione di addetti. Che e’ proseguita nel biennio successivo: altri 160mila occupati e 20mila imprese perduti”.

La produzione industriale, cresciuta del 36,1% tra il 2000 e il 2013 a livello mondiale, in Italia “e’ in netta controtendenza” con un calo del 25,5%”. Il nostro Paese “fa peggio proprio laddove gli altri vanno meglio, con rare eccezioni. Il divario si era gia’ aperto prima del 2007. Si e’ allargato drammaticamente dopo”.

Nei piu’ grandi paesi avanzati “la politica industriale e’ tornata a essere utilizzata come leva normale di governo dell’economia, con la stessa dignita’ di quelle bilancio e monetaria. Anche in cio’ il comportamento dell’Italia diverge.

Fra i settori con peggiori performance svetta quello di computer e macchine per ufficio, che in tredici anni ha perso il 99,3%, un comparto “sostanzialmente sparito – dice il direttore del Centro studi di Confindustria, Luca Paolazzi – mentre in altri Paesi e’ andato bene” con una produzione cresciuta dell’81,7% nello stesso periodo.

Male anche i settori industria del tabacco (-68,1%), industria elettronica (-56,1% contro +122,7% nel mondo), autoveicoli (-52,2%), pelletteria (-48,6%) e tessile (-48,1%). Secondo il Centro studi Confindustria, la politica deve mettere al centro delle azioni il settore manifatturiero: “sono vitali – si sottolinea – interventi tempestivi, perche’ partire in ritardo, in un mondo in cui questa logica e’ diventata la regola, significa perdere terreno nei confronti dei Paesi concorrenti che gia’ si sono avviati lungo questo percorso”.

Fonte: Il Nord

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  1. Werner 3 anni fa

    Per come siamo messi, e considerato il perdurare di una situazione che vede aziende manifatturiere che chiudono i battenti ed altre che delocalizzano in paesi dove il lavoro costa meno, non escludo che negli anni a venire scenderemo ancor più di graduatoria, altro che ottavo posto.

    Questa desertificazione industriale dell’Italia era programmata da tempo, decisa dai poteri forti internazionali (in particolare dalle multinazionali e dai vari Bilderberg e Commissione Trilaterale), i quali hanno puntato sull’ Asia, area del mondo dove i diritti dei lavoratori sono assenti, lo sfruttamento (anche di lavoro minorile) é la regola, e la tassazione é banale. Poi ci si é messo pure il WTO che nel 2001 decise l’ingresso della Cina nel mercato comune, e per molte nostre imprese manifatturiere é stato l’inizio della loro fine.

    Far fallire le piccole e medie imprese italiane manifatturiere, fiore all’occhiello della nostra economia, e negli anni passati un sistema economico invidiato dagli stranieri, é il principale obbiettivo delle multinazionali, specie quelle tedesche, anglosassoni e asiatiche, in modo che queste poi si installino nel nostro territorio e facciano quello che gli pare, ossia sfruttare la manodopera nostrana e violare qualsiasi norma ambientale. Quando in tv i nostri politici parlano di investimenti stranieri, non facciamoci trarre in inganno e dire “che bello arrivano gli investitori stranieri che portano lavoro”, questa altro non é che la colonizzazione economica operata dalle multinazionali, di cui i politici sono servi.

    Quando una multinazionale viene qui a produrre, la nostra economia non ci guadagna nulla, perché tutti i profitti accumulati non rimangono qui, ma vanno a finire nel paese d’origine. Quindi questo significa che aumenterebbe sì la produzione industriale, ma il reddito rimarrebbe basso, quindi noi popolo italiano non ci guadagnamo nulla. La Fiat stessa che é diventata Fiat Chrysler Automobile ha sede legale e fiscale all’estero, ma anche se ha ancora stabilimenti qui, l’economia italiana non trae alcun beneficio.

    Questi qui di Confindustria, che alla globalizzazione sono favorevoli, alle delocalizzarzioni idem, all’euro idem, sono corresponsabili del declino industriale italiano assieme allo Stato, quest’ultimo reo di non aver mai fatto politiche industriali e di tassare il.reddito delle imprese e del lavoro dipendente come se fossero beni di lusso.

    Inoltre dimenticavo a dire che sempre Confindustria, é favorevole all’immigrazione selvaggia, ed é quella che dice sempre che gli immigrati sono una “risorsa”. A loro certo che servono gli immigrati, visto che a costoro non sono obbligati a versare i contributi previdenziali, mentre ai lavoratori italiani sono obbligati a farlo, e di conseguenza succede che gli immigrati vanno a lavoro e gli italiani vanno a spasso.

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