"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Quando lo spread non serve più

Progetto stati Uniti d'europa

di Federico Dezzani

Si allunga di altri quattro mesi l’agonia della Grecia e dell’eurozona, dopo l’accordo raggiunto venerdì sera tra il ministro delle finanze ellenico Yanis Varoufakis e l’Eurogruppo che proroga degli aiuti finanziari in scadenza a fine febbraio.

Che la Grecia sia ancora nell’euro a giugno e che la moneta unica esista ancora per quella data è comunque da vedere: gli accordi tra le due parti devono ancora essere perfezionati e sebbene la Troika sia sparita dietro le quinte, i suoi diktat restano e difficilmente saranno ammorbiditi. Nel club del rigore non si annoverano solo la Germania ed i suoi accolti (Angela Merkel è tra l’altro fresca di una pesante sconfitta elettorale nella città-land di Amburgo dove la CDU è crollata al 16% ed Alternative für Deutschland ha guadagnato il 6% dei consensi) ma pure quei Paesi come la Spagna ed il Portogallo che, dopo una cura da cavallo a base di tagli lineari ed aumenti delle tasse, non vogliono concedere nessuno sconto al neo-premier Tsipras.

In secondo luogo, senza dover attendere le elezioni legislative spagnole del novembre 2015 dove l’affermazione di Podemos sancirà la fine del bipolarismo e l’affermarsi di un’altra forza ostile all’austerità di Bruxelles, bisogna vedere cosa succederà in Italia al primo voto di fiducia in Parlamento, dopo i sinistri scricchiolii del Patto del Nazareno ed i mal di pancia della sinistra PD. Un eventuale voto con il Consultellum costringerebbe Matteo Renzi a rinnovare l’alleanza con quel che rimane di Forza Italia per evitare il sopravvento dei partiti anti-UE.

In terzo luogo il quadro macro-economico internazionale sta peggiorando e per un’unione monetaria in deflazione (indice dei prezzi a -0,2% su base annua a dicembre e Italia a -0,6% annuo a gennaio1) e sempre più indebitata (debito pubblico/PIL spagnolo al 98% e +7% nel solo 20142, debito pubblico/PIL francese al 95% e inflazione a -0,4% a gennaio3) l’affievolirsi della domanda esterna di cui ormai vive l’eurozona (surplus commerciale a 24 mld solo a dicembre4) rende la situazione sempre più difficile. La Cina cresce “solo” di un 7,4% annuo, ai minimi da venti anni, e soprattutto gli USA, fiaccati dal calo del greggio e dal rafforzamento del dollaro che frena il loro processo di re-industrializzazione ai danni dell’Europa, non riescono ad uscire dalla trappola della liquidità in cui sono caduti portando i tassi della banca centrale a zero.

L’eurozona supererà ad ogni modo il mese di febbraio, trascinandosi con sé la Grecia fino al prossimo dramma.

Tutti però avranno notato come la fase terminale dell’euro-crisi si svolga senza quel compagno di (s)ventura che l’aveva caratterizzata agli albori, il mitico “spread” declinato in tutte le sue forme: spread Btp/Bund, spread Bonos/Bund, spread OAT/Bund, etc. etc.

Sono lontani i tempi del “biennio dello spread rosso” 2011-2012, quando la vita economica e politica ruotava attorno al differenziale tra i rendimenti dei titoli di stato dell’euro-periferia e quelli della Germania. Quando ad esempio il premier socialista Giorgio Papandreou ebbe la pessima idea di indire un referendum sull’accordo raggiunto con la UE per il salvataggio della Grecia, avventatezza che gli sarebbe costata la cacciata dal governo, Piazza Affari sprofondò del 6% e lo spread Btp-Bund schizzò a 460 punti base6.

Quando venerdì erano ancora in corso i colloqui tra Grecia ed Eurogruppo, mentre la BCE approntava i piani per l’uscita della Grecia dall’euro7 e trapelavano voci di una disponibilità tedesca all’uscita di Atene dalla moneta unica8, lo spread Btp/Bund ha chiuso a 120 punti base e Piazza Affari attorno alla parità.

Qual è il motivo della calma piatta sui mercati finanziari europei se la moneta unica non è mai stata così vicina alla rottura come in questo periodo, dato che i sintomi del suo malessere si sono trasformati dopo cinque anni da crisi economica a crisi politica?

Perché nelle borse regna la calma mentre in circostanza analoghe, un paio di anni fa, gli indici azionari si sarebbero avvitati ed il rendimento dei titoli di stato sarebbe schizzato a livelli allarmanti? Ebbene la maggior parte degli operatori finanziari e dei giornalisti economici sostiene che la risposta a queste domande vada cercata negli strumenti di cui si è dotata la BCE per affrontare gli scossoni del mercato e nell’imminente avvio dell’allentamento quantitativo di 1.080 mld di euro.

Hanno ragione? No, e vediamo subito perché.

Gli strumenti di cui si è finora munita la BCE, l’outright monetary transactions (OMT) ed l’european stability mechanism (il fondo ESM da 700 mld di euro, di cui ne sono stati raccolti al momento solo 80 grazie all’apporto diretto degli Stati) sono idonei a fronteggiare crisi di liquidità: se per un breve lasso di tempo un singolo stato non riesce a rifinanziarsi sul mercato a prezzi sostenibili, il soccorso della BCE può normalizzare la situazione finché i rendimenti non calano.

Gli strumenti della BCE non possono tuttavia, data la mole di debito pubblico accumulato dagli stati europei (Italia a 2.100 mld, Francia a 2.000 mld, Spagna a 1.000 mld, Portogallo a 200mld) fronteggiare in un nessun caso una crisi di solvibilità. E con il caso della Grecia di questi giorni si è entrati nel campo della solvibilità del debito, non più della momentanea difficoltà a rifinanziarsi sul mercato con la conseguente crisi di liquidità.

Per quanto riguarda l’allentamento quantitativo è bene ricordare che l’80% dei rischi derivanti dall’acquisto di bond governativi è scaricato sulle rispettive banche centrali nazionali e non sul bilancio della BCE: se nel “biennio dello spread rosso 2011-2012”, quando la BCE acquistò circa 220 mld di titoli di Stato dei PIIGS9, Francoforte avesse annunciato il ribaltamento dell’80% delle potenziali perdite sulle banche centrali nazionali, l’euro sarebbe deflagrato nel giro di poche ore.

Ricordiamo infine che la tanto sbandierata unione bancaria europea, attiva dal 2016 e determinante nel caso i cui i bond sovrani in pancia alle banche perdessero valore, è basata sul bail-in (ossia pagano i correntisti e gli obbligazionisti) ed è affiancata da un irrisorio fondo di risoluzione da 55 mld da accumularsi in dieci anni11.

Se le armi della BCE sono spuntate, la verità dell’attuale bonaccia finanziaria deve essere cercata altrove. Lo spread ha smesso di tormentarci dall’estate del 2012 non grazie alle vuote promesse dell’ex-Goldman Sachs Mario Draghi cui non è seguito nessun risultato concreto, ma perché ha esaurito la sua funzione storica.

Fino al Consiglio europeo del 28-29 giugno l’allarme spread e la connessa psicosi, diffusa tra la popolazione con ogni mezzo di informazione, serviva ad alimentare un clima di panico propedeutico alla cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali ed all’accentramento del potere negli organismi di Bruxelles. Come sosteneva infatti l’ex-consigliere di Goldman Sachs Mario Monti12:

Anche l’Europa ha bisogna di gravi crisi per fare passi in avanti: i passi in avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti della sovranità nazionali ad un livello comunitario…(…) è chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini ad una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle, perché c’è una crisi visibile e conclamata in atto.”

L’allarme spread ed il panico di un imminente default (la situazione economia e finanziaria dell’Italia era ad esempio nettamente migliore nel 2011 che non oggi) serviva in quella fase a terrorizzare l’opinione pubblica ed i politici non conniventi. L’obbiettivo finale era svuotare i singoli Parlamenti del potere legislativo ed ottenere gli Stati Uniti d’Europa, vera meta delle élite finanziarie anglofone che eterodirigono dal 1945 il processo di unificazione europea.

L’euro non ha mai rappresentato una minaccia per gli USA ma, al contrario, è sempre stato considerato il primo passo per ottenere un’unione politica del continente, speculare a quella militare rappresentata dalla NATO: l’ambivalenza euro/Alleanza Nord Atlantica è perfettamente incarnata dal danese Anders Rasmussen, firmatario in qualità di ministro del trattato di Maastricht e poi segretario generale della NATO13.

Fallito il tentativo di svuotare i singoli stati della loro sovranità, ed anzi risorto con forza lo spirito nazionale proprio per reazione all’attacco, lo spread ha perso ogni utilità ed è stato velocemente archiviato perché, non solo non avrebbe più aiutato il parto degli Stati Uniti d’Europa, ma al contrario avrebbe velocizzato la dissoluzione dell’eurozona. Spossate da un depressione economica senza fine, piegate da una disoccupazione a doppia cifra e massacrate da una tassazione insopportabile, le opinioni pubbliche non acconsentirebbero oggi ad una cessione di sovranità in caso di una nuova tempesta dello spread, ma si riverserebbero in massa verso i partiti anti-euro, anti-UE e, come già si evince da alcune dichiarazioni di Marie Le Pen, anti-NATO.

Al panico da spread per ottenere l’unione federale del continente, Washington ha quindi sostituito le minacce dirette ai singoli membri, nel tentativo di rallentare il processo di disintegrazione dell’eurozona. A questo proposito è sintomatico l’avvertimento/intimidazione del segretario del tesoro Jack Lew che ha prospettato al ministro greco Varoufakis “immediate difficoltà” qualora la Grecia non fosse scesa a compromessi. Il ministro ellenico ha provato a schivare l’aggressione americana sostenendo che fosse “un avvertimento diretto anche all’Europa”.

Ed i signori della City di Londra e di Wall Street, loro che tirano le fila sia degli USA che della UE, perché non hanno massacrato in questi giorni la borsa di Atene, sferrando solo pesanti attacchi prima delle elezioni legislative nella speranza che il panico aiutasse il premier in carica Antonis Samaras contro lo sfidante Alexis Tsipras?

Lo spiega in una breve intervista l’amministratore delegato di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, dove il banchiere lancia una minaccia neppure troppo velata ad Atene: “è fondamentale per l’Europa e soprattutto per i greci che Atene resti nell’euro. Si creerebbe altrimenti un pericoloso precedente per l’Europa e vi immaginate cosa accadrebbe alla Grecia se facesse default e tornasse alla dracma? Sarebbe tagliata fuori da tutti i mercati per chissà quanto tempo…”

Senza euro e senza UE non si sarebbe fatta la guerra alla Libia nel 2011, né si sarebbero imposte le sanzioni all’Iran ed alla Russia, né si sarebbe riusciti a trasformare l’Ucraina in campo di battaglia tra Russia ed Occidente.

Ecco perché nei prossimi mesi l’establishment euro-atlantico farà di tutto per salvare l’euro: archiviato l’allarme spread, l’Ucraina e l’ISIS saranno gli strumenti per suonare un crescendo rossiniano di violenza e tensione.

Fonte: FedericoDezzani. Altervista

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