"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Omicidio Marco Biagi: il terrorismo di Stato è fra di noi

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di Federico Dezzani

In questo primo scorcio di 2015 si susseguono gli allarmi di un possibile attacco terroristico dell’ISIS contro l’Italia e la Santa Sede. In un Paese come l’Italia, insanguinato dall’eversione nera poi rossa ed infine mafiosa, terrorismo è sinonimo di strategia della tensione. Ma la stagione del terrorismo di Stato si è conclusa nell’ottobre 1993 con la mancata esplosione dell’autobomba parcheggiata in Via Gladiatori, Roma, a due passi dallo stadio Olimpico? Crediamo di no ed è per questo motivo che ci focalizziamo sull’omicidio di Marco Biagi, tornato alla ribalta in questi giorni dopo l’iscrizione nel registro degli indagati di Claudio Scajola e Gianni De Gennaro, accusati dai pm di omicidio per omissione.

Omicidio Biagi: il contesto

Nella seconda metà degli anni ’90, eliminati con Tangentopoli la DC ed il PSI, l’Italia è teatro di una serie di taglieggiamenti fiscali e riforme legislative propedeutiche all’introduzione della moneta unica che, dietro l’apparenza di un’innocua unità di conto, nasconde in realtà un preciso disegno economico: l’imposizione del liberismo dei circoli euro-atlantici che patrocinano la nascita dell’euro e dell’Europa federale. È sufficiente leggere il Rapporto sull’unione monetaria ed economica stilato nel 1988 dalla Commissione di Jacques Delors1 per scoprire come la flessibilità dei salari e la mobilità del fattore lavoro (entrambi vendibili ai lavoratori solo in presenza di alti tassi di disoccupazione) sarebbero stati le fondamenta della futura unione monetaria: l’adozione di un approccio liberista avrebbe impedito l’intervento dello Stato per garantire la competitività e l’efficienza delle infrastrutture e dell’industria di base, la piena occupazione, salari crescenti e sviluppo sociale e demografico. Sarebbe iniziata la nefasta stagione dominata dalla finanza, alta disoccupazione strutturale e compressione dei salari, con conseguente decrescita demografica (come auspicato non a caso dall’associazione Club di Roma fin dagli anni ’60).

processo nuove brigate rosse

Inizia quindi in quegli anni la strenua battaglia per introdurre flessibilità/precarietà nel mercato del lavoro italiano, giunta ad una svolta in queste ultime settimane con i decreti attuativi del “Jobs Act” che contemplano i licenziamenti economici, approvati dal governo Renzi (entrato a Palazzo Chigi dopo l’ennesimo golpe bianco di Giorgio Napolitano e dell’ambasciata americana di Via Vittorio Veneto), con grande gioia di quel che rimane di Confindustria. I sempre più sparuti iscritti di Viale dell’Astronomia sono infatti felici di rincorrere la caduta dei ricavi tagliando il costo del lavoro, piuttosto che far girare a pieno regime gli impianti, forti di una robusta domanda che può nascere solo dalla piena occupazione.

Se i sindacati confederali si sono esibiti in una discreta prova di forza (lo sciopero generale del 12 dicembre 2014), dimostrando una vitalità sconosciuta a qualsiasi altro soggetto politico, e se circola l’ipotesi di sottoporre il Jobs Act ad un referendum abrogativo2, ciononostante è difficile che le scelte del governo in materia di lavoro siano ribaltate perché, attualmente, il governo di Roma è poco meno di una cinghia di trasmissione del potere detenuto da organismi sovranazionali (BCE-UE-FMI), dietro cui si celano enormi interessi finanziari e geopolitici: l’esordio sottotono di Alexis Tsipras dimostra che la sinistra e la destra sovraniste e popolari non hanno margine di manovra all’interno dell’eurozona.

Non è però sempre stato così: dal firma del trattato di Maastricht nel 1992 allo scoppio dell’eurocrisi, sono intercorsi quasi venti anni in cui i sindacati hanno opposto una strenua resistenza alle riforme del lavoro chieste dall’Europa, attraverso scioperi e mobilitazioni che hanno messo a dura prova la tenuta dei governi di sinistra e sfiancato quelli di destra: erano in Italia gli anni della CGIL di Sergio Cofferati, quando si respirava “aria di guerra attorno all’articolo 18” come sosteneva Franco De Benedetti ed il Circo Massimo a Roma era inondato da un milione di persone per protestare contro la riforma del lavoro dell’allora governo Berlusconi.

Essere consiglieri del governo in materia di riforma del lavoro, era allora poco piacevole dato il clima surriscaldato. Nessuno dei docenti universitari e giuslavoristi coinvolti nella riforma avrebbe però mai lontanamente immaginato di cadere vittima dello stesso Stato di cui era servitore. Nessuno di loro poteva ipotizzare che sarebbe stato giustiziato da un ferrovecchio della strategia della tensione, le (Nuove) Brigate rosse, rispolverato dai servizi segreti deviati, legati a doppio filo alla CIA oggi come ai tempi dell’omicidio Moro, per discreditare i coriacei oppositori della riforma del lavoro e facilitarne il varo col sangue.

Il primo a cadere sotto i colpi dei terroristi è il docente Massimo D’Antona, ucciso il 20 maggio del 1999 da un commando cui partecipano i brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce. Tre anni dopo, il 19 marzo 2002, è la volta del giuslavorista Marco Biagi, finito nel mirino delle BR perché coautore del “libro bianco sul mercato del lavoro in Italia” e collaboratore dell’allora ministro del Lavoro Roberto Maroni.

Omicidio Biagi: l’esecuzione e la mancata scorta

La sera del 19 marzo 2002 Marco Biagi scende come di consueto alla stazione ferroviaria di Modena, dopo una giornata di lavoro trascorsa a Bologna, telefona alla moglie per avvertirla che sta arrivando ed inforca la bicicletta. Una decina di minuti dopo è la tragedia: un commando di tre brigatisti lo attende nei pressi del portone di casa e, appena lo scorgono, lasciano il motorino su cui attendevano e gli vanno incontro con il casco integrale calato sul viso, esplodendo sei colpi dalla stessa pistola che aveva già ucciso Massimo D’Antona. Marco Biagi spira poco dopo tra le braccia dei soccorritori: quella stessa notte è inviato a 500 indirizzi di posta elettronica il documento di rivendicazione delle Nuove Brigate Rosse.

Nella dinamica dell’omicidio Biagi riveste un ruolo decisivo l’assenza della scorta, in presenza della quale, come ammesso dalla terrorista pentita Cinzia Benelli6, i brigatisti non sarebbero mai entrati in azione.

Sempre attorno alla mancata protezione di Marco Biagi, ruotano le inchieste della magistratura: la prima ipotesi di reato formulata è cooperazione colposa in omicidio nei confronti del direttore dell’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali) ed il suo vice, il questore ed il prefetto di Bologna, archiviata nel 20037; la seconda ipotesi di reato, cronaca di questi giorni, è invece di omicidio per omissione e vede indagati l’allora Ministro degli Interni Claudio Scajola e l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro.

Dall’inizio della sua collaborazione al “libro bianco sul mercato del lavoro in Italia”, Marco Biagi percepisce di essere un potenziale obbiettivo dei brigatisti, riceve telefonate minatorie ed ha il sentore di essere pedinato: non si raccapezza quando la circolare emanata il 15 settembre 2001 dal ministro Claudio Scajola gli revoca la scorta. Da allora, e fino alla sua morte, Marco Biagi si prodiga in tutti i modi per riottenerla, in primis facendo pressione sugli esponenti del governo con cui collabora: scrive al ministro del lavoro Roberto Maroni, al sottosegretario Maurizio Sacconi, all’allora presidente della Camera Pierferdinando Casini, al direttore di Confindustria ed altri ancora. Invano.

Il ministro Scajola in un primo momento sostiene davanti al Parlamento8 che l’iniziativa di togliere la scorta a Marco Biagi sia partita dalle prefetture interessate e che non fosse stato informato della specifica situazione del giuslavorista. Poi, durante una visita ufficiale a Cipro, Scajola si abbandona ad salace commento su Marco Biagi (“un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”9) che lo obbliga alle dimissioni da ministro degli interni nel luglio del 2002.

Il ruolo di Claudio Scajola nell’omicidio Biagi riaffiora improvvisamente nell’estate del 2014 quando il pubblico ministero di Bologna Antonello Gustapane riapre il fascicolo, lette le carte rinvenute a casa dell’allora segretario di Scajola, Luciano Zocchi, sottoposto a perquisizione nell’ambito di un’altra inchiesta. Zocchi, forse per tutelarsi in frangenti pericolosi, conserva infatti i documenti10 che smentiscono la versione fornita dall’ex-ministro: una serie di appunti e note da cui si evince che Claudio Scajola è dettagliatamente tenuto a corrente della delicata situazione di Biagi e dei rischi cui è sottoposto. Ne emergerebbe quindi un quadro dove il ministro dell’interno ha deliberatamente privato della scorta Marco Biagi nonostante i segnali d’allarme che provenivano da più fonti. Perché?

E Gianni De Gennaro, l’altro indagato nell’inchiesta bis sulla revoca della scorta al giuslavorista? Capo della polizia dal 2000 al 2007, direttore del DIS (Dipartimento informazioni per la sicurezza) dal 2008 al 2012, sottosegretario di Stato con delega alla sicurezza del governo Monti fino al maggio del 2013, corona la sua carriera con la presidenza di Finmeccanica. La sfolgorante carriera di De Gennaro, oltre a probabili meriti personali, deve essere ricondotta ai suoi ottimi rapporti con Washington, che gli consentono nel 2006 di essere il primo straniero insignito della Fbi Medal for Meritorius Achivement11. Scegliendo De Gennaro per la presidenza di Finmeccanica, gli Stati Uniti tutelano così la controllata americana (Drs Technologies) del gruppo di Piazza Monte Grappa e assicurano il saldo ancoraggio di Finmeccanica al complesso militare-industriale della NATO: sono numerose infatti le sinergie tra la partecipata dello Stato ed i giganti della difesa statunitense, tra cui la Northrop Grumman Corporation.

Tenete a mente questo nome, perché è ora di entrare nel mondo delle Nuove Brigate Rosse.

La fabbrica da cui escono sistemi di navigazione militari e brigatisti

Esiste una vastissima bibliografia che studia i rapporti tra le storiche Brigate Rosse ed i servizi segreti stranieri, che vedevano nella destabilizzazione dell’Italia lo strumento per mantenerla saldamente ancorata al blocco occidentale e subordinata agli interessi degli alleati, coerentemente alla sua condizione di paese sconfitto nell’ultima guerra.

Ricordiamo solo che la militarizzazione delle BR ed il connesso salto di qualità sul piano operativo coincide con l’arresto nel 1974 dei fondatori Renato Curcio e Alberto Franceschini e la salita al vertice dell’organizzazione di Mario Moretti e Corrado Simioni, orbitanti attorno alla scuola di lingue parigina Hyperion che fungeva da camera di compensazione dei diversi servizi segreti (Cia, Mossad, MI6, Kgb, Sdce, Bnd).

Esistono prove evidenti che il 16 marzo del 1978, quando Aldo Moro è rapito dalle brigate rosse in Via Fani, fossero presenti due o più agenti del Sismi, tra cui il colonnello Camillo Guglielmi, incaricati di coprire la squadra che con perizia militare e fucili d’assalto liquida i cinque poliziotti di scorta. E non bisogna dimenticare la tesi del procuratore generale della Corte d’appello di Roma Luigi Ciampoli, secondo cui l’allora consulente del governo italiano in materia di terrorismo, l’americano Steve Piecznik che affianca il ministro dell’interno Francesco Cossiga nei 55 giorni del sequestro, si prodiga affinché le timide aperture per il rilascio dello statista democristiano abortiscano e le brigate rosse optino per l’esecuzione del prigioniero.

Se le brigate rosse degli anni di piombo erano legate a doppio filo ai servizi segreti italiani e stranieri, che dire di quelle che hanno assassinato Marco Biagi?

Secondo gli investigatori che studiano i documenti di rivendicazione, le Nuove Brigate Rosse responsabili della morte di D’Antona e Biagi si pongono in continuità con i Nuclei Comunisti Combattenti e le BR-Partito Comunista Combattente, queste ultime note alla cronaca nera per l’omicidio a Forlì nel 1988 del senatore democristiano Roberto Ruffilli, assalito in casa da due finti postini e giustiziato con tre colpi alla nuca esplosi da una mitraglietta Skorpion.

È proprio per l’omicidio del senatore Ruffilli che nell’aprile del 1990 sono processati presso la Corte d’Assise di Forlì dodici presunti terroristi delle Br-Pcc, tra cui il brigatista Antonio De Luca condannato all’ergastolo e poi scarcerato nel 1999.

La nostra indagine compie ora il giro di boa. Dove lavora Antonio De Luca quando non si occupa di pianificare assassinii politici e reperire mitragliette cecoslovacche? Ebbene fino al 1985 De Luca è un tecnico della Litton Italia Spa di Pomezia, fondata nel 1961 dalle Litton Industries e Lockheed Martin, specializzata nella produzione di sistemi di navigazione per missili ed aeromobili militari.

Ebbene, molti stenteranno a crederlo, ma nella stessa azienda di Pomezia, attiva in un settore delicato come le tecnologie avanzate per la difesa, dove il personale è sottoposto a massimi controlli di sicurezza per evitare che delicati segreti militari siano trafugatati, lavora anche l’ideologo delle Nuove Brigate Rosse che, rivendicando l’eredità delle BR-PCC di Antonio De Luca, assassinano Marco Biagi nel 2002: il brigatista Marco Mezzasalma.

I due brigatisti, altra incredibile coincidenza, svolgono anche la medesima mansione in azienda, occupandosi entrambi di elaborazione dati, e quando De Luca è scarcerato nel 1999 si reca subito in visita dall’ex-collega della Litton Italia Spa per scambiare due chiacchiere.

Chi è esattamente Marco Mezzasalma? Il tecnico informatico, che avrebbe inviato le mail di rivendicazione degli attentati, è una figura di primo piano delle Nuove BR e nel marzo 2003, quando Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi sono fermati sul treno Roma-Firenze (lei è arrestata, lui è ucciso nella sparatoria con la PolFer), assume il comando dell’organizzazione, di cui era già tesoriere. L’analisi dei documenti in possesso della Lioce e di Galesi, consente però una rapida svolta nelle indagini e nell’ottobre successivo gli altri membri delle Nuove BR, tra cui lo stesso Mezzosalma, sono arrestati in quanto presunti complici degli omicidi D’Antona e Biagi. Mezzosalma sarà quindi processato e condannato all’ergastolo che, come insegna l’esperienza degli altri brigatisti, non dura mai oltre i dieci anni e termina con il reintegro in cooperative/associazioni.

I riflettori dei media si accendono per un brevissimo lasso di tempo sui brigatisti appena incarcerati e appare per pochi giorni l’incredibile notizia che Marco Mezzasalma ha ottenuto nel 1998, un anno prima dell’assassinio di Massimo D’Antona, il nullaosta di sicurezza (NOS) dei servizi segreti. Il NOS è normalmente rilasciato solo a personale militare e, solo in alcuni casi particolari, è concesso a dipendenti civili che debbano accedere ad informazioni classificate, che spaziano dal “riservato” al “segretissimo”.

Ad occuparsi del rilascio del NOS è un apposito ufficio del Dipartimento informazioni per la sicurezza (presieduto dal 2008 al 2012 da Gianni De Gennaro) che è incaricato di setacciare a fondo i trascorsi del richiedente, per evitare che informazioni riservate siano compromesse. Se Mezzasalma è stato giudicato pulito dal DIS che gli ha accordato il nullaosta per la sicurezza, perché nell’ottobre del 2003, quando il tecnico della Litton Italia Spa è arrestato, gli investigatori gli rinfacciano nel provvedimento di fermo passati legami con l’ambiente eversivo? La risposta è semplice, proprio come Mario Moretti e Corrado Simioni negli anni di piombo, Mezzasalma è il ponte tra i servizi segreti ed il terrorismo brigatista.

Terminiamo con un’ultima curiosità: nel dicembre del 2001, prima dell’omicidio Biagi, la Litton Italia Spa è acquistata dalla Northrop Grumman Corporation da cui prende nel 2007 la ragione sociale diventando Northrop Grumman Italia Spa26. Se la Northrop ha solidi rapporti di collaborazione in Italia con Finmeccanica, chi può essere scelto nel 2013 per la presidenza del gruppo di Piazza Monte Grappa? Ovviamente il capo della polizia ai tempi dell’omicidio Biagi e poi direttore del Dipartimento informazioni per la sicurezza: Gianni De Gennaro.

Conclusione

Dalla nostra analisi, incentrata sull’omicidio di Marco Biagi, emerge che il terrorismo di stato non è materia da storici o topi d’archivio, ma è vivo e poggia su quelle strutture della cosa pubblica che un tempo erano definite “servizi deviati”. Se le minacce dell’ISIS all’Italia ed al Vaticano, continuamente rilanciate dal fantomatico Califfato, dai servizi segreti italiani, americani e britannici, dovessero materializzarsi, bene, conosceremmo già la vera identità dei mandanti.

Federico  Dezzani Blog

Nella foto in alto: i Nocs in esercitazione

Nella foto al centro: processo alle nuove BR

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