"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Nasce l’”Arco della Sicurezza” contro il terrorismo in Medio Oriente

Arco della sicurezza

Di Sharmine Narwani

Fonte: Aurora Sito

Molti osservatori hanno ragione nel notare che il Medio Oriente subisce l’ennesimo terremoto, con la distruzione dell’arsenale chimico della Siria, mediata dai russi, il riavvicinamento USA-Iran, la riduzione del valore strategico di Arabia Saudita e Israele e il ritiro degli USA dall’Afghanistan che contribuiscono a cambiare considerevolmente le dinamiche regionali. Ma qual è questa nuova direzione? Da dove proviene, dove porterà e cosa produrrà? È ormai chiaro che la nuova “direzione” in Medio Oriente punta principalmente sulla “minaccia alla sicurezza” posta dalla proliferazione dei combattenti islamisti estremisti ed settari, in numeri mai visti neanche in Afghanistan o Iraq. Tale pericolo comune è la spinta per la serie di eventi diplomatici globali che ha generato la cooperazione inaspettata tra una serie di nazioni, molte di cui avversarie. Questi sviluppi hanno un unico tocco post-imperialista, però. Per la prima volta da decenni, questa direzione proverrà dalla regione, da Stati, gruppi, sette e partiti più minacciati dall’estremismo in Medio Oriente. Perché nessun’altro “salverà” il Medio Oriente, oggi.


Mentre i salafiti sciamano nelle varie frontiere, dal Levante al Golfo Persico al Nord Africa e altrove, gli Stati si disintegrano, la loro integrità territoriale e la sovranità è in pericolo, le loro istituzioni ed economie sono nel caos e le loro forze armate sono impotenti contro la guerra irregolare praticata da tali invasori. Ma in questo caos, un gruppo di Paesi in prima linea ha deciso di porvi soluzione. La loro risposta è combattere la militanza direttamente, estirparla dalle loro zone e tagliarne le radici. Già condividono l’intelligence e collaborano sul campo di battaglia tramite le loro risorse collettive, operando per garantirsi il sostegno della comunità internazionale. E così, mentre altrove nella regione gli Stati s’indeboliscono, un’alleanza per la sicurezza emerge tra i Paesi dal Levante al Golfo Persico: Libano, Siria, Iraq e Iran.

Secondo alcune fonti informate nel Levante, intervistate nel corso di diversi mesi, questo “Arco della Sicurezza” cercherà di raggiungere diversi obiettivi: in primo luogo, mantenere l’integrità territoriale e la sovranità dei Paesi partecipanti. In secondo luogo, stabilire una rigorosa cooperazione militare e di sicurezza contro le minacce immediate e future dagli estremisti. In terzo luogo, forgiare una visione politica comune che esalti l’alleanza e comporti ulteriori collaborazioni in altri ambiti. Il re di Giordania Abdullah, una volta ha soprannominato queste quattro nazioni “Mezzaluna sciita”, esprimendo un’inusuale battuta settaria verso l’avanzare dell’influenza dei governi e partiti politici sciiti in queste quattro nazioni. Ma le alleanze della sicurezza formata dai quattro Stati, ha poco a che fare con tale “setta”. Invece, Abdullah e i suoi alleati hanno aiutato direttamente lo sviluppo di questo gruppo: “Dopo tutto, sono state le monarchie arabe filo-occidentali della regione che hanno lanciato la “contro-rivoluzione” per contrastare le rivolte popolari arabe e traviare i loro avversari regionali, attraverso la Siria. Qatar, Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Quwayt, Emirati Arabi Uniti e i loro alleati occidentali hanno riversato soldi, armi, addestramento e risorse per scalzare il presidente siriano Bashar al-Assad, nel tentativo di indebolire l’Iran, isolare Hezbollah e reagire alla “minaccia sciita” una volta per tutte. Ma nella corsa a senso unico nel paralizzare i nemici, le monarchie arabe (supportate dagli alleati occidentali) hanno appoggiato i correligionari pronti a combattere ignorando le ideologie estremiste e settarie che questi combattenti hanno abbracciato. Hanno abbastanza illogicamente calcolato che la militanza potesse essere controllata una volta compiuta la missione.

Per citare il membro del Council on Foreign Relations Ed Husain, nell’agosto 2012: “Il calcolo politico occulto dei politici (degli USA) è sbarazzarsi di Assad prima di indebolire la posizione dell’Iran nella regione, e poi trattare con al-Qaida“. Alla fine, Assad non è caduto, l’Iran non vacilla, Hezbollah si consolida, russi e cinesi entrano nella partita. Mentre il conflitto siriano diventa una battaglia geopolitica regionale, armi pesanti, confini porosi e una retorica sempre più settaria hanno creato l’opportunità unica, dal Libano all’Iraq, per i militanti salafiti, anche di al-Qaida, per avere  influenza e creare il tanto desiderato corridoio dal Levante al Golfo Persico. L’ex direttore della CIA Michael Hayden dice: “Ciò che succede in Siria è la presa fondamentalista sunnita su una parte significativa del Medio Oriente, con l’esplosione dello Stato siriano e del Levante come li conosciamo.” Oggi, tale violenza politica ideologica, segnata da esecuzioni sommarie, attentati suicidi, decapitazioni e settarismo, minaccia di travolgere l’intera area e di trasformarla in un terreno per “emiri” e relativi feudi governati dalla sharia. Per alcuni, questo è un prezzo da pagare; i sauditi continuano sfacciatamente a finanziare e armare questi conflitti. Altri sostenitori, soprattutto in occidente, temono che la marcia della jihad non si fermerà davanti a nessuna frontiera. Ma pochi hanno preso misure concrete per inibire, economicamente o militarmente, la proliferazione dell’estremismo. E così hanno lasciato ai Paesi interessati il compito di affrontare il problema. Lo stesso asse occidentale-arabo che ha cercato di paralizzare l’ascesa “sciita” in Medio Oriente, alimentando il settarismo e incoraggiando una reazione armata “sunnita”, ha ora creato l’urgente necessità della causa comune tra iraniani, siriani, libanesi e iracheni, basata quasi interamente sulla minaccia alla “sicurezza”. Una profezia che si auto-avvera, se così si vuole.

Un’unione non uniforme
In Libano, Siria e Iraq esistono significative popolazioni, a maggioranza sunnita, che attualmente non supportano il connubio per la sicurezza tra i quattro Stati. Decenni di propaganda settaria del GCC e dell’occidente le ha rese assai sospettose sulle intenzioni degli sciiti dell’Iran e dei loro alleati. Anche se queste popolazioni hanno la stessa probabilità di essere colpite dai salafiti che ormai uccidono i moderati sunniti (insieme a cristiani, curdi e sciiti) in Siria, Iraq e Libano, la loro riluttanza a vedervi dei nemici politici che espandono la loro influenza è significava, avendo fornito una “copertura” ai militanti correligionari permettendogli di proliferare localmente. La scelta è dolorosa per questa popolazione: lasciare che gli avversari prevalgano o lasciare che gli estremisti impazzino. Ma all’inizio di quest’anno, quando Hezbollah prese la decisione di combattere apertamente a Qusayr, in Siria, al fianco dell’esercito siriano, è apparso chiaro che i partiti a sostegno di questa alleanza della sicurezza avrebbero infastidito i contrari.

Questo arco di sicurezza sarà forgiato con o senza l’approvazione degli avversari. E l’imperativo alla sicurezza proviene da una fonte insospettabile: gli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, Washington ha improvvisamente deciso di abbandonare la ‘rivolta’ sunnita in Siria per unirsi all’Iran. Questo voltafaccia nasce dalla constatazione che gli Stati Uniti hanno pericolosamente esagerato il loro gioco geopolitico permettendo alla militanza religiosa di superare il punto di non ritorno. Né Washington né i suoi partner della NATO possono invertire questa tendenza, senza un aiuto, avendo fallito miseramente nella decennale superficiale “guerra al terrore” che, se non altro, ha contribuito a seminare ulteriori semi dell’estremismo. Gli Stati Uniti ora comprendono di aver bisogno del contributo di partner regionali e di appoggiare le potenze che affrontano la minaccia sempre più imminente degli islamisti: Iran, Russia, Cina, India, Siria e Iraq, non solo per combattere l’estremismo, ma per essiccarne la fonte… in Arabia Saudita, Pakistan, Yemen, Libia, Afghanistan e in altri luoghi. Gli statunitensi sono in una posizione estremamente difficile: per affrontare la diffusione degli estremisti dovranno supportare la soluzione militare dei vecchi nemici regionali: Iran, Siria, Hezbollah. Per cominciare, ciò significa che oltre 30 anni di “politica” saranno letteralmente dimenticati e Washington rischia di alienarsi i vecchi alleati regionali. Inoltre, un esito positivo, cioè l’eliminazione dell’estremismo, quasi certamente significherà l’ascesa dell’Iran e la caduta dell’alleata Arabia Saudita, tra le tante conseguenze che in tutto il Medio Oriente ciò comporterà.

I segnali contraddittori da Washington sul Medio Oriente sono il risultato di tale tormentata decisione. Le azioni, però, sono più eloquenti delle parole: gli Stati Uniti hanno appena raggiunto un accordo nucleare con l’Iran a Ginevra, a tempo di record, avendo già segretamente aperto canali di comunicazione diretti. Il mese scorso, il presidente statunitense Barack Obama ha chiesto d’incontrare il suo omologo iracheno Nuri al-Maliqi, e subito dopo, gli Stati Uniti hanno condiviso intelligence, la prima volta da quando le truppe statunitensi si sono ritirate dall’Iraq. Il primo elemento dell’intelligence, secondo Zaman, è stato il movimento dei militanti nel deserto di Anbar. Oggi, il rapporto USA-Arabia Saudita s’è inacidito al punto che anche i funzionari mettono in discussione la reale convergenza di interessi; ambasciatori europei iniziando a recarsi di nuovo a Damasco, i loro ufficiali dell’intelligence fanno la fila per incontrare i loro omologhi siriani per  condividere le informazioni sui jihadisti, i formidabili israeliani sono stati esclusi da alcune decisioni importanti in Medio Oriente, e il membro della NATO, la Turchia, fa di tutto per facilitare i rapporti con l’Iran e l’Iraq. L’elenco potrebbe continuare. Questi straordinari sviluppi non sarebbero stati possibili solo sei mesi fa, quando s’indossavano ancora i paraocchi. La velocità con cui è stata aperta la nuova “era del compromesso” tra gli avversari, attesta l’estrema urgenza del problema jihadista/salafita, e fino a che punto i Paesi l’affronteranno. Anche se questo significa radere al suolo una politica radicata, capovolgendola.

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Come una fonte di alto livello di Hezbollah mi ha detto: “Gli Stati Uniti s’impegnano sempre più nell’accordarsi direttamente con gli avversari invece di affidarsi ai loro alleati.” C’è una buona ragione per questo. Molti alleati regionali di Washington sono fonte d’instabilità e dovranno essere  controllati, costretti e convinti ad accettare le nuove realtà. Certuni di questi alleati sono i partiti politici nell’Arco della Sicurezza. Vengono messi in riga velocemente ora, anche perché la minaccia del terrorismo aleggia sul loro cortile di casa. In Libano, per esempio, l’esercito nazionale, finora trattenuto da interessati politici filo-sauditi, sembra pronto ad affrontare finalmente i militanti salafiti in città e campi profughi, dove il loro numero è aumentato. È un enorme passo avanti, dopo quasi tre anni di immobilismo, in attesa della “tracimazione” dalla Siria, senza prendere praticamente alcuna misura di sicurezza per impedirla.

L’Arco della Sicurezza: Piano d’azione
Le cose si muovono rapidamente su ogni fronte. La convergenza dei 50000 estremisti delle milizie settarie nel “Fronte islamico”, ha creato un’ulteriore causa comune sul lato opposto. La scorsa settimana Stati Uniti e Regno Unito hanno ritirato tardivamente il sostegno ai ribelli, temendo la radicalizzazione della ‘rivolta’. E l’Iran ha avviato azioni diplomatiche nei vicini Stati del Golfo per dividerne le fila e lacerarne la vecchia opposizione, riuscendoci quando l’Oman s’è rifiutato di sostenere l’iniziativa saudita per l’unione del GCC. Ma per debellare il jihadismo in Siria e altrove, tre importanti obiettivi devono essere raggiunti, e ci vorrà uno sforzo collettivo per arrivarci:
In primo luogo, estirpare gli estremisti dalle aree in cui aumentano di numero ed influenza e dove una volontà politica esiste: nell’Arco di Sicurezza, in Libano, Siria, Iraq e Iran. Questa è principalmente una soluzione militare, anche se alcuni combattenti potrebbero cedere/uscirne con un  negoziato politico, o quando uno Stato/individuo sponsor ne chiedesse la ritirata.
In secondo luogo, l’istituzione di un regime di sanzioni globali per paralizzare le reti jihadiste/salafite colpendone le fonti di finanziamento. Questo è già stato fatto in piccola misura, ma il rapporto dell’occidente con molti Stati e persone che lo violano, ha impedito un vero progresso in passato. Come il recente articolo di Patrick Cockburn su The Independent “Le stragi in Medio Oriente sono finanziate dai nostri amici sauditi” sottolinea: “Tutti sanno da dove al-Qaida prende il denaro, ma mentre dilaga la violenza settaria, l’occidente non fa nulla”. Il riavvicinamento USA-Iran, corsia preferenziale per affrontare il terrore, potrebbe cambiare ciò, dato il drammatico riallineamento delle priorità e delle alleanze createsi sulla sua scia.
In terzo luogo, gli Stati vicini, e anche quelli lontani dalla regione, dovranno chiudere le frontiere e  rispettare la sicurezza sull’immigrazione. Sui confini della Siria già si vedono Turchia e Giordania prendere misure drastiche, ma il confine iracheno rimane ancora poroso e pericoloso. Da cui il recente aggiornamento dell’intelligence di Washington con l’Iraq.

Gravitando verso la priorità della “sicurezza”
Si vedono mutare i calcoli delle nazioni sull’Arco della Sicurezza. Molti hanno acutamente capito il ruolo fondamentale che questi quattro Paesi dovranno giocare per arginare l’islamismo. Tutti gli occhi ora puntano sulla Siria, dove la situazione della sicurezza è più precaria, e in particolare anche in Egitto, Giordania e Turchia. Questi ultimi tre sono gli Stati regionali più propensi a sostenere gli obiettivi dell’Arco della Sicurezza, sia pure con riserve dovute a certe differenze politiche abbastanza forti. La Giordania, per esempio, ha “ospitato” diverse forze speciali, truppe, agenzie d’intelligence e mercenari stranieri, tutti concentrati sul compito di abbattere il governo siriano. Ma neanche la sua datata dipendenza finanziaria dall’Arabia Saudita non vale le migliaia di jihadisti presenti sul territorio giordano, in attesa di entrare nella zone del conflitto. I media arabi indicano il numero di jihadisti giordani nel Paese a un terrificante 1000. Al contrario, gli europei sono terrorizzati da una sola manciata di propri militanti islamici di ritorno a casa. Secondo una fonte libanese ben informata, circa quattro mesi fa Giordania, Siria e Iraq iniziarono dei colloqui seri (su linee bilaterali distinte) sulla cooperazione economica e di sicurezza. I giordani hanno inizialmente rifiutato l’aggiornamento dei dati sulla sicurezza, ma ci hanno ripensato alla fine. Non sono solo preoccupati dall’estremismo, ma anche dal collasso economico, e da un possibile altro. Peggio di tutto sarebbe la completa irrilevanza in una regione in rapido cambiamento. I giordani non sono cani sciolti, e inseriti come sono tra la Siria e l’Iraq, non è difficile vedere la loro nuova direzione. Già i tribunali per la sicurezza dello Stato di Amman hanno imprigionano importanti salafiti e combattenti giordani intenti a recarsi in Siria. La Giordania ha chiuso i suoi confini, applicato misure di sicurezza nel campo per i rifugiati siriani di Zaatari, e probabilmente prenderà ulteriori misure mentre i rapporti con il governo siriano continuano a migliorare.
Anche i turchi hanno adottato misure per rafforzare i loro confini, in pratica. Una battaglia interna infuria nella dirigenza islamista in cui la testa calda, il premier Recep Tayyip Erdogan, ha scommesso per quasi tre anni a favore dell’opposizione siriana. La sua intransigenza su questo tema costa caro alla Turchia: militanti armati trovano rifugio in Turchia dalla Siria, la violenza politica  s’infiltra nel Paese, la popolarità della Turchia nel mondo arabo è crollata in tutti gli ambiti, la repressione di Erdogan contro chi lo contesta l’ha segnato quale ipocrita e l’”autonomia” curda in Siria istiga le ambizioni dei curdi nella vicina Turchia. I turchi comprendono di avere come imperativo la sicurezza, ma la leva è quella economica. La Siria dovrà seguire un’ampia ricostruzione e l’Iraq avrà una ricchezza petrolifera da usare, una volta tornata la calma. Inoltre, l’iniziativa del gasdotto dall’Iran al Mediterraneo eviterà del tutto la Turchia, se non saprà giocarsela.

L’Egitto rientrerà nell’Arco della Sicurezza per il semplice motivo che affronta gli stessi problemi. Mentre il governo militare ad interim potrebbe essersi indebitato per i petrodollari dell’Arabia Saudita e di altri Stati del Golfo, l’Egitto andrà interamente in bancarotta se la militanza religiosa prenderà piede, come minaccia di fare. Gli attacchi contro le forze di sicurezza nel Sinai sono aumentati durante la sollevazione popolare in Egitto, all’inizio del 2011, e hanno acquisito nuovo slancio dalla scorsa estate, quando la dirigenza militare è tornata al potere. Oggi, militanti stranieri  affollano il Sinai, riforniti di armi avanzate dai conflitti in Libia e Sudan. Durante il breve regno dei Fratelli musulmani, che hanno appoggiato i ribelli siriani, migliaia di egiziani sono accorsi a combattere in Siria. E’ probabile che uno Stato governato o dominato dalla dirigenza militare laica seguirà l’esempio siriano e adotterà serie soluzioni sul piano della sicurezza per spezzare la schiena agli estremisti.
Qualunque siano le inclinazioni politiche, non c’è dubbio che l’inazione contro i militanti salafiti in questo frangente porterà alla disintegrazione degli Stati mediorientali. Gli elementi più pericolosi oggi sono la Siria, seguita dall’Iraq, per via della loro centralità politica e geografica regionale, e la probabilità dei vicini più piccoli e deboli di essere travolti dal caos. La lotta contro l’estremismo quindi inizierà dall’Arco della Sicurezza e riceverà sostegno immediato dagli Stati dei BRICS e dalle nazioni non allineate. L’occidente può scegliere di giocare un ruolo chiave dietro le quinte, invece di sconvolgere i loro alleati regionali, almeno per un po’. Ma, come il confronto si intensificherà, i Paesi dovranno “schierarsi nettamente” in questa battaglia cruciale, sia in Medio Oriente che fuori. L’opportunismo giocherà la sua mano, ci potrebbe essere un punto in cui una “situazione di stallo” possa essere desiderabile per alcuni. Pochi avranno il coraggio di sostenere gli estremisti, tuttavia, si anticipano alcuni seri mutamenti narrativi sui ‘buoni’ e i ‘cattivi’ del Medio Oriente.

Questa, oggi, è la vera guerra al terrorismo. Ma questa volta sarà guidata dal Medio Oriente, ottenendo supporto universale e modificando l’equilibrio politico regionale per le generazioni future.

Sharmine Narwani è una scrittrice  ed  analista politico sul Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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