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L’Ucraina e il grande quadro dell’assalto statunitense ed europeo alla sfera d’influenza della Russia

Ucraina assalto USA ed UE

di  Finian Cnningham

Fonte:  Strategic Culture Foundation

http://www.strategic-culture.org/pview/2013/12/06/ukraine-and-bigger-picture-us-and-european-assault-russia-sphere-influence.html

Parlando al quartier generale della NATO a Bruxelles, questa settimana, sulle turbolenze politiche in Ucraina, il segretario di Stato degli USA John Kerry affettava neutralità e avvertiva contro “una guerra delle offerte” tra l’Unione europea e la Russia. Kerry ha detto: “Loro (gli ucraini) dovrebbero poter decidere a chi legarsi, non con una guerra di offerte personali o nazionali, ma piuttosto in base ai vantaggi a loro disposizione e alla vita che ne trarrebbero, e ai diritti e benefici che potrebbero avere.” Tolta la sovrastruttura retorica, notiamo il modo implicito con cui lo stesso Kerry prospetta un arbitrio benevolo negli affari interni di un Paese sovrano. In effetti, con questa affermazione Kerry delegittima l’autorità del governo di Kiev, che ha preso la decisione sovrana di non accettare l’accordo commerciale proposto dall’Unione europea. E nonostante la cautela di Kerry contro una guerra delle offerte sull’Ucraina, è esattamente ciò che l’UE e gli USA fanno, e lo conducono in modo aggressivo da almeno vent’anni, anche se con basso profilo. Questa guerra delle offerte non è solo volta a intrappolare l’Ucraina nell’UE, ma a sottrarre tutte le repubbliche ex-sovietiche dalla sfera d’influenza della Russia. E non si tratta solo di sviluppare più stretti rapporti commerciali, la guerra delle offerte è una guerra segreta totale per circondare e minare la Russia come potenza geopolitica…

Stati Uniti ed Unione europea cooperano come partner militari della NATO in questo contraddittorio piano geopolitico a lungo termine, sotto il pretesto dei nebulosi valori della democrazia, Stato di diritto, governance e chissà cos’altro, forse anche l’Eurovision Song Contest. Nonostante la pretesa neutralità, il capo diplomatico statunitense ha svelato la dura posizione di Washington quando ha fatto una sosta non programmata di quattro ore in Moldova, questa settimana. Kerry ha saltato una riunione ministeriale in Ucraina (un affronto) per visitare la capitale moldava Chisinau, dove ha salutato i funzionari del Paese che avevano firmato il mese precedente l’accordo di partenariato con l’UE. Il segnale non poteva essere più chiaro: gli Stati Uniti sostengono dimostrativamente le repubbliche ex-sovietiche che abbracciano l’Europa, voltando le spalle a chi non lo farà. Insieme all’altra repubblica ex-sovietica della Georgia, la Moldova ha firmato per rafforzare i legami commerciali con l’UE nella conferenza del partenariato orientale tenutasi a Vilnius, in Lituania, a fine novembre. Fu la decisione dell’Ucraina di non aderire al patto UE, in tale occasione, che ha suscitato l’escalation delle proteste di piazza a Kiev. I manifestanti sostengono che il presidente ucraino Viktor Janukovich e il suo governo gli negano il “sogno” di aderire all’Unione europea. Con mobilità e organizzazione sospette, i manifestanti sono scesi in strada con ruspe e molotov per bloccare gli edifici governativi e disturbare le normali attività civiche, aggravando così le noie economiche dell’Ucraina.
L’Ucraina terrà le elezioni nazionali nel 2015, ma le proteste di piazza sembrano andare ben oltre il  legittimo dissenso per il rifiuto dell’accordo con l’UE, e propongono un colpo di Stato contro il governo eletto. Sicuramente, c’è un ambito pubblico in Ucraina che sottoscrive la nozione di “sogno dell’UE” che presumibilmente comporterebbe la panacea per le rimostranze sul disagio economico e il presunto clientelismo politico. Ma vi sono anche segni innegabili di sovversione e sedizione dirette dall’esterno, sfruttando il malcontento pubblico su questi temi e, in particolare, la recente decisione del governo ucraino di allontanarsi dal partenariato con l’UE. I commenti pubblici di John Kerry e del capo dell’Unione europea Herman Van Romquy hanno definito il rifiuto del governo ucraino del patto UE come ingiustificata, mentre tacitamente sostengono le manifestazioni di piazza, così rappresentando un’intromissione eccessiva negli affari interni di un governo sovrano. Eppure, ironia della sorte, le autorità occidentali indicano Mosca come elemento intrusivo. Sembra che ci sia una campagna concertata tra Washington e i suoi alleati europei, i media mainstream occidentali e i vari gruppi dei diritti umani, per amplificare l’agenda del malcontento, sfruttata dai partiti ucraini che vogliono cancellare i legami storici con la Russia. I tre principali partiti di opposizione che guidano le proteste di piazza sono: l’Alleanza democratica per le riforme dell’ex campione del mondo di pugilato Vitalij Klitschko, il partito Patria la cui ex-leader Julia Tymoshenko è in carcere per corruzione, e il partito neo-fascista Svoboda. Tutti e tre i gruppi hanno legami con agenzie governative e private occidentali, come la statunitense Fondazione Nazionale per la Democrazia e il capitalista multimiliardario George Soros, il cui ordine del giorno comune è il cambiamento di regime nei Paesi presi di mira per soddisfare gli interessi aziendali e finanziari occidentali. Questi collegamenti in Ucraina risalgono almeno alla cosiddetta rivoluzione arancione di 10 anni fa.


Il significato della visita di John Kerry, questa settimana, in Moldova non può essere sopravvalutata. E’ stata la prima visita in  quel Paese di un segretario di Stato statunitense in oltre vent’anni. La visita precedente fu dell’allora segretario di Stato James Baker III, nel 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica. I funzionari statunitensi che viaggiavano con Kerry hanno detto ai giornalisti che la sosta in Moldova era prevista per “offrire supporto e incoraggiamento di fronte alle minacce e alle pressioni russe“. Tale retorica è spregevole, distorcendo malignamente il problema politico del governo sovrano di Kiev che formula un giudizio e segmenti della  popolazione in disaccordo, e sembra volta a provocare tensioni regionali tra Mosca e i suoi vicini dipingendo la Russia come una diabolica influenza retrograda. In modo non così sottile, Washington sostiene il racconto di UE   e media occidentali secondo cui la Russia si comporta vergognosamente verso i Paesi vicini all’occidente, sostenendo che Mosca avanzi una miscela di ricatti economici e  minacce per impedirne l’ingresso nei partenariati politici e commerciali dell’UE. Mosca tenta di formare un proprio blocco commerciale alternativo, chiamato Unione doganale, con i suoi vicini.  Armenia, Bielorussia e Kazakhstan hanno già aderito e l’Azerbaigian sembra in procinto di aderirvi. Parte dei benefici dell’Unione doganale sarebbero minori costi del gas russo e prestiti a basso interesse da Mosca. Secondo la Russia, se i Paesi confinanti optano per il partenariato UE, come hanno fatto Moldova e Georgia, allora è legittima la prerogativa di Mosca di non concedergli vantaggi economici. La Russia ha ridotto l’importazione di vini moldavi a settembre, per il fatto che il prodotto non aderiva agli standard qualitativi. La mossa è stata dipinta in occidente come  rappresaglia preventiva all’adesione della Moldavia all’UE. Ancora,  Mosca sostiene il diritto di decidere da dove importare vino, come tutti gli altri prodotti e merci.
Reuters ha riferito la visita di Kerry in Moldova così: “I funzionari USA hanno detto che Washington collabora con l’Unione europea per aiutare l’industria vinicola moldava trovandogli nuovi mercati e, per sottolinearlo, Kerry dovrebbe degustare vini presso la storica cantina Cricova nella periferia della capitale Chishinau.” Il fatto che “Washington collabora con l’Unione europea per aiutare l’industria vincola moldava a trovare nuovi mercati” allude alla grande agenda geopolitica. Perché Washington s’attiverebbe politicamente per la produzione vinicola moldava, se fosse semplicemente un osservatore neutrale, come si spaccia? La presunta ingerenza russa negli affari interni dei suoi vicini è contraddetta dalla sostanziale ed evidente interferenza effettiva di UE e Stati Uniti. La continua sollecitazione verso oriente dell’Unione europea è volta a reclutare ex-Stati o semi-Stati dell’era sovietica, tra cui Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Lituania e Lettonia, Slovacchia e Slovenia. L’ultimo Stato europeo orientale ad avvalersi della piena adesione all’Unione europea è la Croazia, che ha aderito a luglio. Ma le crisi fiscali e sociali endemiche dell’UE mostrano chiaramente che la sua inarrestabile espansione basata sul “miglioramento della prosperità e della governance” è vuota, se non fraudolenta e pericolosa. L’UE va più accuratamente descritta come “blocco dell’austerità”, portando benefici solo ad aziende e banche a scapito di decine di milioni di lavoratori e delle loro famiglie. La disoccupazione in tutti gli attuali 28 Stati membri è più che raddoppiata negli ultimi cinque anni, da quando la recessione economica globale è iniziata nel 2008, arrivando a circa 20 milioni. Questa è solo la cifra ufficiale, notoriamente sottovalutata. Il tasso di disoccupazione effettivo potrebbe essere il doppio di quello ufficiale del 12 per cento. Questa miseria sociale e la povertà non si limitano affatto agli Stati membri periferici dell’UE, che potrebbero essere colpevoli di non sapersi adattare agli standard “moderni”. Disoccupazione e disagio massicci lacerano il tessuto sociale anche in Paesi centrali come Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna.   È quindi gravissima irresponsabilità della burocrazia dirigente dell’UE continuare a sollecitare nuovi Paesi membri promettendo prosperità e stabilità irrealistiche, quando in realtà è il contrario. Certo, la promessa di prosperità è vera solo nel senso ristretto e perverso secondo cui la libera circolazione dei capitali può sfruttare nuove risorse, per la stragrande maggioranza dei 500 milioni di abitanti dell’Unione europea, l’espansione significa che altri milioni entreranno nel mercato del lavoro per ridurre salari già abietti, così come per innalzare la disoccupazione. L’allargamento dell’UE significa espansione della povertà della maggioranza, ed espansione della ricchezza per le élite societarie e bancarie. A tale proposito, il presidente russo Vladimir Putin ha correttamente descritto il partenariato UE offerto all’Ucraina come un “patto suicida”. Date le attuali debolezze strutturali dell’Ucraina, l’apertura al capitale predatorio europeo sarebbe davvero disastrosa. Purtroppo, molti manifestanti a Kiev sembrano farsi ingannare dai presunti vantaggi dell’adesione all’UE, e sembrano pateticamente ignorare il disastro sociale che li attende, come accaduto nei Paesi dell’Europa orientale che hanno già aderito al blocco.


Dato il destabilizzante ruolo predatorio svolto dall’Unione europea nei confronti dei Paesi vicini alla Russia, aiutata e spalleggiata da Washington, e dato l’accerchiamento costante dall’alleanza militare della NATO ai confini della Russia, si devono inquadrare le recenti turbolenze in Ucraina come parte di un più grande quadro geopolitico. Questo quadro rientra nel lungo processo storico del capitalismo occidentale che cerca di espandersi e soggiogare nuovi mercati, e in particolare di trascinare il vasto entroterra della Russia nella propria orbita. Potremmo tracciare questo piano capitalista occidentale dalla reazione alla rivoluzione russa del 1917 e dalle sue conseguenze, tra cui l’assalto all’Unione Sovietica della Germania nazista sponsorizzato dall’occidente. Ma basti dire, per ora, che ciò che succede in Ucraina attualmente non è ciò che sembra. Ha antecedenti storici molto più grandi rispetto le mere proteste di piazza che chiedono apparentemente “democrazia” e “libero mercato”. Non è altro che l’assalto capitalista a un nuovo territorio orientale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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