"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

L’opposizione “democratica” russa

di  Paolo Borgognone

Da un quindicennio a questa parte, uno spettro mediatico di chiara matrice “liberal-progressista” si aggira per l’Europa, o meglio, trova ampio spazio e una sovraesposizione su quotidiani e riviste liberal e benpensanti di larga tiratura: il fantasma politico della cosiddetta «opposizione democratica» nella Russia “di Putin”. Si tratta di un composito, eterogeneo, spesso rissoso al proprio interno e, fatto indiscutibile, assolutamente minoritario in termini di consensi pubblici reali, arcipelago di soggettività politiche radical-liberali, social-liberali, anarcoidi e scioviniste.

Questo frastagliato arcipelago politico, marginale nell’ambito di un panorama partitico russo attualmente egemonizzato dalle forze patriottiche, conservatrici e popolari, affonda le proprie radici organizzative negli anni bui della presidenza di Boris Eltsin e delle “riforme liberali” attuate dai Chicago Boys di “Corvo Bianco”; “riforme” tese alla transizione dell’economia russa da un sistema pianificato e di comando a una sorta di sterminato bazar anarco-capitalistico a direzione oligarchico-speculatrice.

Alcuni degli odierni “democratici” anti-Putin tanto vezzeggiati dalla stampa liberal occidentale, come Grigorij Javlinskij, presidente di un partito (Yabloko, 3,4 per cento dei voti alle ultime elezioni, dicembre 2011) sostanzialmente equiparabile, dal punto di vista del programma politico e dei riferimenti culturali liberaldemocratici, al Democratic Party degli Stati Uniti, erano consiglieri di Gorbaciov ai tempi della fallimentare ed improvvisata perestrojka per una “radicale riforma” filoccidentale dell’Urss (1985-1991).

Va infatti ricordato, per comprendere a fondo la matrice ideologica e il ruolo politico degli attuali “democratici” russi, che il processo di smantellamento dell’Unione Sovietica, lungi dal configurarsi come un mero “complotto della Cia”, si articolò, tra il 1989 e il 1991, mediante una vera e propria maestosa controrivoluzione di ceti medi i cui strati superiori, tecno-manageriali, provenivano interamente dalle seconde linee del Partito comunista dell’Unione Sovietica (Pcus) e si erano formati all’interno delle Accademie scientifiche del Partito-Stato. Furono questi ceti medi “rampanti”, specializzatisi nell’ambito delle università sovietiche a costituirsi, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso, come iniziali nuclei protoligarchici impegnati a dar vita al progressivo, poi farraginoso, processo di conversione dell’economia sovietica nel bazar anarco-capitalistico sopraccitato. Per descrivere al meglio tale quadro di riferimento possono risultare utili le seguenti parole di Costanzo Preve, tratte dal libro L’assalto al cielo. Saggio su marxismo e individualismo (1992): «Come è possibile continuare a parlare, dopo quanto è successo [in Urss a seguito del 1991, nda], di “Stato operaio degenerato”, quando gli agenti della produzione capitalistica, di cui sia Gorbaciov che Eltsin sono stati storicamente i rappresentanti politici selezionati dentro il partito comunista, ammontavano evidentemente a milioni, ed erano a tutti gli effetti i gruppi dirigenti […]? Come è possibile continuare a sostenere che la “burocrazia”, pur se corrotta, aveva un interesse al mantenimento dell’economia pianificata, quando è sotto gli occhi di tutti che tra le sue file è stato reclutato il gruppo sociale che gestisce oggi la privatizzazione, e che la gestisce appunto perché può privatizzare la proprietà di Stato attribuendo a se stessa la prima scelta, essendo già “posizionata” vantaggiosamente proprio sulla base del precedente posizionamento burocratico privilegiato?».
Il versante economico (di destra) del cosmopolitismo in Russia: Mikhail Khodorkovskij e l’oligarchia filoccidentale

Una parte assai consistente della “nuova classe” oligarchica, dopo il 1991 impadronitasi delle risorse economiche statali dell’Urss attraverso una sorta di rapina generalizzata della proprietà nazionale, proveniva dunque dalle file dei settori “rampanti” dell’Unione della gioventù comunista del Pcus. Per questa ragione, la fase più propriamente protoligarchica della politica sovietica in via di privatizzazione neoliberale fu definita, dallo storico Roj Medvedev, «economia di Komsomol». Gli oligarchi, negli anni Novanta erano particolarmente invisi alla popolazione russa, in special modo, come scrive Gennaro Sangiuliano nel suo libro Putin. Vita di uno zar, a «tutte quelle famiglie della classe media prostrate dalla miseria, dall’alcol, dall’inflazione e dal dissesto finanziario». Dopo il 1991 in Russia, sull’onda del processo di privatizzazione e di liberalizzazione, sorse una vera e propria cupola affaristico-speculativa di “nuovi ricchi” (circa il 5 per cento della popolazione complessiva), i cui strati superiori erano caratterizzati da una sorta di conflittuale cosca talmente avversata dalle classi popolari autoctone che, come scrive Sangiuliano, «la gente parlava dei “magnifici sette”, Gusinskij, Potanin, Chodorkovskij, Friedman, Aven, Smolenskij che, insieme con l’eminenza grigia Berezovskij, formavano un’alleanza potentissima di clan finanziari».

Tra i personaggi emergenti della fase di privatizzazione, l’uomo-simbolo dell’economia di Komsomol fu certamente Mikhail Borisovic Khodorkovskij, il più spregiudicato degli affaristi filoccidentali della Russia postsovietica, un banchiere e businessman del petrolio corteggiato dalla pubblicistica liberale di sinistra europea con i roboanti epiteti di «dissidente democratico» e «detenuto di coscienza». In realtà, Mikhail Khodorkovskij, già al centro di numerosi scandali legati a episodi di malversazione in merito alla scalata oligarchica al potere economico russo con l’interessato favore dell’amministrazione Eltsin, fu arrestato e condannato dalla magistratura russa in quanto costui, come riporta Sangiuliano, a partire dall’inizio degli anni Duemila, «intavola trattative con gli americani di Exxon-Mobil e Chevron, due delle più grandi compagnie petrolifere al mondo, per cedere prima una consistente quota di minoranza, poi l’intero pacchetto di controllo della sua società», la Yukos. La strategia di Khodorkovskij contemplava una rivendicata ambizione politica, concernente la creazione di una coalizione, eterogenea, di gruppi e movimenti liberali per dar vita, successivamente, a uno schieramento apertamente filo-americano e anti-Putin che avrebbe dovuto costituire la testa di ponte per condurre l’oligarca direttamente alle soglie della presidenza federale. Per questa ragione, Khodorkovskij prese a finanziare i partiti ultraliberali Yabloko (di centrosinistra) e Sps (Unione delle forze di destra, formato dagli ex Chicago Boys Gajdar, Nemtsov e Chubais). Khodorkovskij tentò anche un abboccamento con il Partito comunista, per tentare di coinvolgerlo in questa progettata coalizione ma fallì nell’impresa. L’ambizione politica di Khodorkovskij creò una vera e propria frattura nella classe dirigente russa perché, come nota Sangiuliano, «alla luce del nuovo corso russo orientato a un nazionalismo economico e a quella che Putin definisce la “riappropriazione delle risorse strategiche”», la trattativa del patron di Yukos con le multinazionali americane del petrolio «suona come un’altra pericolosa sfida» a Putin, un politico che, diversamente da Khodorkovskij e dai tycoon “postcomunisti” suoi simili, era riuscito a ottenere, attraverso il varo di un discorso pubblico inizialmente orientato a un pragmatico liberal-patriottismo tendente a porre l’accento sull’esigenza della Russia di recuperare la propria dignità nazionale e unità geopolitica territoriale dopo i catastrofici anni di Eltsin, il consenso di una parte consistente del ceto medio e delle classi popolari autoctone (stabilendo peraltro un accordo politico con determinati settori oligarchici scevri da tentazioni relative a un ingresso diretto nell’agone politico). Gli speculatori à la Khodorkovskij rappresentano dunque, in Russia, il versante economico del capitalismo contemporaneo e, diversamente da quanto sostiene la retorica mediatica liberal, hanno nulla a che spartire con opzioni politiche “umanitarie” tese ad approfondire il magnificato, dagli oltranzisti della open society e delle “riforme economiche liberali”, percorso di “transizione alla democrazia” nella Russia postsovietica.

Il versante politico (di centro) del cosmopolitismo in Russia. Da Garry Kasparov alla corrente liberal di Russia Unita

Il versante più squisitamente politico dell’odierno capitalismo speculativo in Russia è invece (superficialmente) costituito dai politicanti dell’opposizione liberale e filoccidentale, come Garry Kasparov e Aleksej Navalnij. Si tratta di personaggi politici, costoro, assai mediatizzati in Europa e negli Usa, in quanto banalmente e interessatamente avvertiti come espressione di un senso comune liberaldemocratico e cosmopolita che in Russia è fortunatamente assai minoritario, soprattutto a partire dalla drammatica esperienza socio-politica degli anni Novanta (liberalizzazioni, privatizzazioni, aumento a dismisura della miseria e della criminalità, smantellamento dell’unità federale, crollo dei poteri pubblici, dipendenza dai prestiti degli istituti finanziari sovranazionali, governo indiretto delle mafie, politica estera sostanzialmente filo-Usa) e sociologicamente (ed elettoralmente) confinato ai settori superiori (upper middle class) della classe media moscovita e pietroburghese. Gli opinion makers che perseverano nel presentare la Russia dalla prospettiva, deformante, della nuova classe media privata (new global middle class), giovanilistica, cinica e desiderante, di Mosca e San Pietroburgo, sostanzialmente glissano il dato di fatto concernente l’assoluta irrilevanza politico-elettorale dei partiti ultraliberali in Russia fuori dai confini urbani di Mosca e San Pietroburgo, preferendo, all’analisi sociologica, la versione cospirazionista centrata sul teorema dei “brogli” effettuati dal governo in occasione delle elezioni parlamentari del dicembre 2011.

A questi opinionisti sarebbe consono ricordare che, nel 2011, Yabloko, ossia l’espressione partitica meno inconsistente della galassia liberaldemocratica in Russia, raccolse sì l’11,6 per cento dei voti nella regione di San Pietroburgo e l’8,5 per cento nella regione di Mosca, ma che non riuscì, sostanzialmente, a uscire dalla marginalità del 3,4 per cento su base federale, il che voleva significarne la conclamata irrilevanza elettorale nella sterminata provincia industriale e agricola della Russia “profonda”. Lo stesso blogger Navalnij non vanta consensi pubblici fuori la città metropolitana di Mosca, dove invece incontra un 25 per cento di simpatizzanti presso i settori alto-borghesi, ma anche sottoproletari, affascinati dalla retorica liberal-populista (e marcatamente etnonazionalista) di questo tribuno, versione postmoderna dello Eltsin «kamikaze della perestrojka» del 1985-1989. Al netto di tali considerazioni, è comunque interessante analizzare le autentiche proposte politico-programmatiche dei vezzeggiati, in Occidente, «oppositori liberali» di Putin. In particolare, Garry Kasparov ha da poco pubblicato un libro, L’inverno sta arrivando, in cui questo vero e proprio araldo del cosmopolitismo americanocentrico afferma che «il mondo libero possiede risorse e potere al di là dell’immaginazione e questo deve essere usato per aiutare i non liberi» attraverso lo strumento politico-economico del regime change, ossia del golpe postmoderno, ossia, come scrisse Costanzo Preve in un suo magistrale saggio del 2000, del «bombardamento etico, dell’embargo terapeutico e della menzogna evidente» tesi a istituzionalizzare, attraverso la guerra “umanitaria”, le sanzioni economiche genocide (la tragica esperienza dell’Iraq insegna) e la disinformazione strategica, il dominio unipolare yankee a livello globale. Kasparov afferma infatti che «nel corso degli anni» ha «compilato una lunga lista di cose che andrebbero fatte per rispondere, ad esempio, alla dittatura di Vladimir Putin». Queste «cose» di cui parla Kasparov risultano essere provvedimenti platealmente aderenti alla strategia neocoloniale più sopra denunciata da Preve.

Tali provvedimenti, auspicati dall’ex scacchista di fama mondiale, consistono infatti nel varo di «sanzioni» occidentali contro la Russia e nell’«espulsione della Russia dal G7». Da notare come il “falco liberale” Kasparov, editorialista dell’influente Wall Street Journal, affermi che il processo di riduzione, da parte della “comunità delle nazioni democratiche” (ovvero, Usa e alleati), della Russia a sorta di paria internazionale, fosse stato, almeno fino alla primavera 2016, portato avanti da Obama e vassalli «in modo troppo debole o lento perché avesse l’effetto deterrente da me auspicato». Kasparov gode di simpatie assai “prestigiose” nell’ambito del “circo mediatico” politically correct all’italiana, in particolare tra personaggi quali Roberto Saviano, da sempre noto per le proprie propensioni politiche social-liberali e “obamiane”, nonché recentemente autore, dalle colonne de la Repubblica, di un elogio sperticato della filosofia politica, se così la si può definire, di Garry Kasparov, e Adriano Sofri, il “sinistro” neocon per eccellenza, il quale ha da poco esternato il proprio favore alla costituzione di una forza armata cosmopolita istituzionalizzata, a detta dello stesso Sofri «una gendarmeria internazionale che impieghi le armi ovunque e comunque sia necessario “soccorrere le popolazioni”» a dire dell’ex leader di Lotta continua oppresse dai “dittatori” antioccidentali e “nazionalisti” à la Putin.

Di fronte a cotanta piaggeria, Kasparov stesso ringrazia e, arrossendo, rivolto a Sofri dichiara: «Che strano incontrare uno che mi sorpassa in fatto di integralismo». Sì, perché scavalcare Kasparov a destra in fatto di politica economica e di politica internazionale è davvero difficile e giusto un personaggio come Sofri (da sempre favorevole a ogni intervento neocoloniale Nato e Usa, dalla Jugoslavia alla Libia, passando per l’Afghanistan e l’Iraq) poteva riuscirci. Kasparov è infatti arrivato a sostenere, in un lucido delirio dai tratti risolutamente filo-coloniali, che «Putin costituisce per l’Europa un pericolo maggiore dell’Is» e che vi è un solo “statista”, nei Paesi della Ue, di fronte a quelli che Kasparov definisce «i tentennamenti» della seconda (e, per fortuna, ultima) amministrazione Obama, in grado di “fermare Putin”, ossia Angela Merkel, a detta dell’ex scacchista «l’unico vero politico coraggioso oggi in Europa». Se è difficile scavalcare a destra il benestante newyorkese Kasparov per quel che concerne la politica economica (impagabile la dichiarazione di questo “dissidente” da salotto relativamente «ai mercati, a Wall Street» come «prima leva» per «debellare» il «regime di Putin») e internazionale, è pressoché impossibile superarlo a sinistra per quel che concerne la politica sociale e “culturale”. Kasparov è infatti uno smaccato sostenitore dell’immigrazionismo quale arma demografica per creare ulteriore confusione e destabilizzazione nell’Unione europea e despecifica, in verità piuttosto rozzamente, i vari partiti nazional-conservatori europei contrari all’immigrazione e propensi a stabilire, in nome del recupero della sovranità statale e del welfare, legami più stretti tra i Paesi della Ue e la Russia, al rango di “neofascisti” tout court. In un’intervista rilasciata a Michela Iaccarino per la rivista Left, Kasparov afferma infatti: «Prima di risolvere la migrazione illegale, bisogna avere una politica chiara su quella legale. L’aumento di partiti xenofobi di estrema destra, contro i migranti, fa molto comodo a Putin. Li supporta direttamente e indirettamente. Facendolo indebolisce l’Europa, che considera il suo maggior nemico, e allo stesso tempo crea condizioni migliori per i suoi supporters in Europa».

La verità si trova esattamente all’estremo opposto del paradigma americanocentrico enunciato da Kasparov.L’Unione europea non è, infatti, “l’Europa”, ma la sua negazione storica, politica, culturale e militare. L’Unione europea è una protesi della geopolitica talassocratica americana mentre l’Europa è, per tradizione, un impero, di origine millenaria, che ritroverà la propria identità soltanto nel momento in cui si costituirà come polo geopolitico, militare e culturale alternativo agli Usa, in alleanza strategica eurasiatica con la Russia. Putin è dunque, per sua stessa dichiarazione, un amico della sovranità europea, un alleato nella lotta di liberazione dei popoli europei dal giogo del liberalismo e del cosmopolitismo made in Usa.

Infine, Kasparov ha l’ardire, a margine dell’intervista di cui sopra, di proclamarsi «un grandissimo supporter di Eltsin. [Corvo Bianco, nda] aveva i suoi difetti, ma credeva nel popolo e il popolo credeva in lui». Nuovamente, Kasparov afferma il falso. Amante del bere e al centro di conclamati sospetti di malversazione (vedasi lo scandalo Russiagate del 1999), Eltsin credeva nel denaro e nel potere, ma “il popolo” citato da Kasparov non credeva in lui, tant’è vero che, nel 1996, alla vigilia delle lezioni presidenziali, il rating di “Corvo Bianco” si aggirava attorno al 2 per cento delle intenzioni di voto. Soltanto una lunga serie di brogli elettorali (accuratamente documentati da Giulietto Chiesa nel libro Russia Addio, come si colonizza un impero, 1999) consentì a Eltsin di essere rieletto. Ma le manipolazioni elettorali non bastarono e Eltsin, se voleva evitare di essere silurato da un’insurrezione di diseredati pauperizzati dalle politiche neoliberali (attuate dai suoi Chicago Boys) di svendita della dignità nazionale e materiale dell’85 per cento dei russi, dovette risolversi a estromettere dal proprio governo i ministri più invisi, per ostentato filoamericanismo e affarismo, alla maggioranza della popolazione, ossia il titolare del dicastero degli Esteri, Andrej Kozyrev, e il titolare del dicastero della Difesa, Pavel Graciov. Garry Kasparov farebbe bene a ricordare, nei suoi scritti, questi importanti passaggi della storia della Russia contemporanea.

Allo stesso modo, Kasparov dovrebbe trovare il tempo per affermare che in Russia, con Putin, bene o male, la soglia di povertà relativa è scesa al 15,9 per cento (dato de Il Sole 24 Ore), contro il 50 per cento della rimpianta, dall’ex scacchista, epoca dei torbidi eltsiniani. Tuttavia, quella di Kasparov è una figura politica ininfluente, senza alcuna possibilità di incidere realmente nel novero del panorama politico interno alla Russia. Kasparov vive a New York, è mediaticamente sovraesposto in Occidente per ragioni propagandistiche e pubblicitarie (la figura del “dissidente glamour” è assai richiesta e gettonata presso il pubblico dei semicolti e benpensanti di ceto medio eurocentrico), rappresenta un “uomo immagine” caro ai salotti politically correct della città in cui risiede ma è totalmente estraneo alla “struttura nazionale” della Russia profonda, originaria, ancestrale e «segreta». Kasparov, un politico liberale, liberista e libertario, è inequivocabilmente antitetico alla summenzionata “struttura nazionale” russa (tradizionalista, nazional-patriottica e socialista) e, pertanto, non può vantare attenzione pubblica significativa in Russia. Kasparov non è leader di un partito radicato a livello di militanza collettiva, non vive neppure in Russia da anni, non ha un seguito fuori dal microcosmo mediatico politicamente corretto che lo intervista a ripetizione e svolge più che altro, attraverso la pubblicazione dei suoi libri, attività di diversione propagandistica per madames e monsieurs appartenenti alla knowledge class europea e newyorkese. L’autentico rischio politico per la stabilità del “putinismo” non proviene dai personaggi alla Kasparov, bensì da quella che il sito The Saker ha definito la «Quinta Colonna» liberale interna al partito di governo (Russia Unita).

The Saker ha individuato una serie di nomi appartenenti a questa, politicamente rilevante, frazione interna al “partito del potere”, affermando che i suoi esponenti «stanno ancora cercando di imporre alla Russia una politica che rispetti una sorta di “Washington consensus”» e che dunque si configuri come alternativa e in opposizione al patriottismo di Putin e dei siloviki. A questa «Quinta Colonna» centrista, neoliberale e filoccidentale interna a Russia Unita, sempre secondo The Saker apparterrebbero «l’ex vice Primo Ministro Anatolij Chubais, il Primo vice Governatore della Banca Centrale Russa Ksenija Iudaeva, il vice Primo Ministro Arkadij Dvorkovich, il Primo vice Ministro Igor Shuvalov, il Governatore della Banca Centrale Russa Elvira Nabiullina, l’ex Ministro delle Finanze Aleksej Kudrin, il Ministro dello Sviluppo Economico Aleksej Uliukaev, il Ministro delle Finanze Anton Siluanov e il Primo Ministro Dmitrij Medvedev». Questa «Quinta Colonna» fu altresì denunciata come principale forza politica anti-patriottica in Russia dall’ex comandante delle milizie popolari del Donbass, Igor Strelkov, e rappresenta un tentativo, concreto, di «infiltrazione cognitiva» (Cfr. G. Chiesa, P. Cabras, Barack Obush, Ponte alle Grazie, Firenze, 2011) degli “agenti del mondialismo” nelle strutture di potere politico-economico in Russia infinitamente più significativo dell’ostensivo belare perbenista, salottiero e politicamente (quanto elettoralmente) irrilevante del “dissidente glamour” Garry Kasparov.
Il versante culturale (di sinistra) del cosmopolitismo in Russia. Le Pussy Riot e la società dello spettacolo

Il versante culturale del cosmopolitismo, in Russia come altrove, è costituito dalle pittoresche rappresentazioni politiche (Pussy Riot, Femen, LGBT, partiti anarcoidi come il Fronte di sinistra, ecc.), mediatiche (Ksenija Sobchak, Bozhena Rynska, Natalia Sindeeva, estemporaneo movimento della “rivoluzione dei visoni”, ecc.) e sociologiche (new global middle class, giovanilistica e-society moscovita e pietroburghese, ecc.) dell’odierna società dello spettacolo. Ora, è d’uopo precisare che queste tre varianti interne (politica, mediatica e sociologica) al versante culturale del cosmopolitismo in Russia sono unificate dall’unanime adesione ideologica dei loro esponenti al liberalismo, ossia a una cultura politica che, come scrive Charles Robin ne La sinistra del capitale e dell’alta finanza, «affonda le sue radici intellettuali in quella che, al momento presente, è necessario chiamare “sinistra”, ossia quel conglomerato di pensieri eterocliti uniti dall’idea […] che la lotta per le libertà individuali e il riconoscimento delle “minoranze” – fondamento metafisico dell’attuale “diritto alla differenza” – dovrebbe apparire come l’unico fondamento concepibile di ogni progetto di civiltà “moderno” e “progressista”».

Pussy Riot contro Putin

In particolare, le Pussy Riot, mediaticamente sostenute da quelli che solo apparentemente costituiscono i due estremi opposti della pubblicistica italiota, ossia Vanity Fair e Liberazione, si caratterizzano come la punta di lancia del postmoderno anarchismo del desiderio consumistico, individualizzato, diversificato per capacità di spesa ma unificato per modelli di riferimento mediatico trendy. La leader formale di questo sedicente gruppo punk rock “dissidente”, tale Nadezhda Tolokonnikova, ebbe infatti ad affermare, nel 2012, in un’intervista a Der Spiegel: «[…] facciamo parte del movimento anti-capitalista internazionale nel quale si riconoscono anarchici, trotzkiste, femministe, ecc. Il nostro anti-capitalismo non è né anti-occidentale né anti-europeo. Ci consideriamo parte dell’Occidente e frutto della cultura europea. Ci dà fastidio l’inefficienza del consumismo, ma non ci proponiamo di distruggere la società consumistica. Il fulcro della nostra ideologia è la libertà e il concetto di libertà è un concetto occidentale».

Nadezhda Tolokonnikova disse, infine, che lungi dal poter essere considerato un movimento popolare, quello delle Pussy Riot era una sorta di interclassistica “organizzazione politica” che, tra le proprie sostenitrici, annoverava anche «donne d’affari» fautrici della cultura politica del femminismo modaiolo dei ceti ricchi (di cui i pittoreschi raduni di Se non ora quando? rappresentavano la versione italiota). Secondo il discorso di Nadezhda Tolokonnikova, dunque, la metafisica del “progresso capitalistico della Storia”, o meglio, della “fine capitalistica della Storia”, rappresenterebbe nient’altro che una sorta di fase propedeutica a «preparare la “base del socialismo”».

Debitrice del pensiero di Toni Negri e Alain Badiou, secondo cui l’odierna post-società anarco-capitalistica occidentale potrebbe essere interpretata come «potenzialmente già comunista», la cultura politica delle Pussy Riot affonda le proprie radici nel cosiddetto “altermondialismo”, ossia, per dirla con Alain de Benoist nel suo libro Il trattato transatlantico, un miserevole movimento d’opinione che «si è imposto all’indomani del primo forum sociale tenutosi a Porto Alegre nel gennaio del 2001. Si tratta di un fenomeno assolutamente eterogeneo, cui prendono parte marxisti, socialdemocratici, libertari, “postmodernisti”, “cittadini del mondo”, ecofemministe superstiti delle variegate forme dell’estremismo di sinistra […]», tossicodipendenti e altri spostati di vario conio. Gli altermondialisti rifiutano la deglobalizzazione ed esaltano quella che definiscono l’alterglobalizzazione, ossia, sempre per citare de Benoist, «una “mondializzazione urbana”» venduta come “socialismo dal volto umano”, ovvero un “socialismo” che, negazione di se stesso, viene comunque declinato «in un’ottica riformista» che «condanna a non vedere il lato sistemico della globalizzazione». Un lato sistemico costituito da quei presupposti libertari e cosmopoliti che i new global condividono appieno, «a partire dal primato dei diritti dell’uomo e dell’ostilità alla sovranità economica degli Stati». Quella dei new global è una vera e propria opposizione di Sua Maestà all’odierna “società del Capitale” in quanto, sempre per citare de Benoist, «gli altermondialisti, volendo essere “cittadini del mondo”, sono spesso anche indifferenti alla diversità dei popoli e delle culture; d’altronde, essi preferiscono sostituire i popoli – sempre sospetti di voler riparare nei limiti del nazionale – con le “moltitudini” nomadi care ad Antonio Negri, Michael Hardt o a Paolo Virno, senza rendersi conto che, come ha scritto Tariq Ramadan, “lodare un’altra mondializzazione e armarsi della sola razionalità occidentale per opporsi alla mercantilizzazione uniforme del mondo è, più che una contraddizione, un profondo nonsenso”». Tenendo presente queste considerazioni si può comprendere il perché gli esponenti, come le Pussy Riot e le Femen, di una “filosofia” così innocua e decisamente complementare, in ambito politico e culturale, alla strategia atlantista e neoliberale di disarticolazione neocapitalistica degli Stati nazionali a vario titolo resistenti, godano di altissima considerazione presso i due estremi apparentemente opposti dei poli politici contemporanei, ossia il Dipartimento di Stato Usa e i vertici ideologici dei partiti di sinistra europei. L’assunto di cui sopra dimostra ampiamente, per utilizzare le parole di Alain de Benoist ne Il trattato transatlantico, che «la divergenza destra/sinistra, ormai obsoleta, ha oggi lasciato il posto a una nuova opposizione tra avversari (di destra e di sinistra) e tra sostenitori (di destra e di sinistra) della mondializzazione». New global, Femen, Pussy Riot e gruppi LGBT vanno indubbiamente collocati tra i sostenitori di sinistra della mondializzazione. Nel paragrafo seguente avremo invece modo di osservare chi sono, in Russia, gli oppositori, di destra e di sinistra, della mondializzazione.

Il patriottismo e l’eurasiatismo come antidoti al postmoderno, alla società dello spettacolo e alla “sinistra del Capitale”

Diversamente dal Terzo Reich, dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti, la Russia odierna non è uno Stato ideocratico. Ciò non toglie che i vertici politici della Federazione russa rispondano a una precisa Weltanschauung. In particolare, come giustamente scrive Aleksandr Dugin sul sito Katehon.com, Vladimir Putin è «un conservatore, un avversario del matrimonio gay, un sostenitore dei valori tradizionali, dell’onore, del patriottismo e della famiglia». Putin è un nemico dell’idea liberale di Occidente e un amico dell’Europa, in quanto, come scrive Dugin, «incarna la lotta delle nazioni europee contro le élite liberali antieuropee». Putin sa benissimo, sempre per citare Dugin, che «l’Europa ha radici e tradizioni [mentre l’Occidente] ha solo la tecnologia, il capitalismo, […] le piramidi finanziarie, il neocolonialismo, l’imperialismo e l’aggressione». Putin rappresenta, oggi, «un simbolo di resistenza» alla mondializzazione, all’Europa colonia degli Usa, all’ideologia della “fine capitalistica della Storia” e il suo nome è «la bandiera» di tutti i patrioti paneuropei, coloro i quali si battono per spezzare le catene coloniali cui è stata costretta l’Europa dal 1945 in poi.

In politica interna, Putin (a prescindere dall’originaria e mai apertamente fatta oggetto di particolari rielaborazioni critiche, provenienza dai ranghi del Pcus) è indubbiamente un conservatore in ambito culturale e un liberale moderato e guardingo in ambito economico. Il suo programma di politica interna può essere paragonato, magari incappando in una forzatura comunque utile per agevolare il lettore mediante l’assimilazione al caso italiano, a quanto negli anni Cinquanta del XX secolo propugnavano, per l’Italia, le correnti più conservatrici della Democrazia cristiana e il Movimento sociale italiano ma, diversamente da quanto teorizzato e praticato da questi partiti, pressoché interamente conquistati, soprattutto a livello di classi dirigenti, all’atlantismo, in politica internazionale Putin è un autentico rivoluzionario perché si pone quale nemico dichiarato di ogni tentazione egemonica e coloniale da parte dell’iperpotenza a stelle e strisce e dei suoi alleati e vassalli. Putin ha infatti capito perfettamente che, come afferma Edgar Morin, citato da Alain de Benoist ne Il trattato transatlantico, «rivoluzione e conservazione vanno considerate legate l’una all’altra. Non c’è conservazione senza rivoluzione. Non c’è rivoluzione senza conservazione». Non a caso, in politica estera, Putin è appoggiato e sostenuto da tutti gli attori politici e parlamentari russi ostili alla mondializzazione, sia da quelli di destra (Ldpr, Zhirinovskij), sia da quelli di sinistra (Kprf, Zjuganov) e osteggiato esclusivamente dai liberali e dagli “altermondialisti” cari ai circoli (universitari e giornalistici) “progressisti”, neoliberali, cosmopoliti e benpensanti di Stati Uniti e Unione europea.

Note su l’autore:  Paolo Borgognone
Paolo Borgognone, astigiano, nato il 5 ottobre 1981, laureato in Scienze Storiche, autore di alcune pubblicazioni note per il loro carattere controverso e di aperta polemica con il cosmopolitismo, il liberismo, l’atlantismo e ogni atteggiamento culturale, politico e abitudinale in linea con gli odierni canoni estetici e modaioli del conformismo consumistico “colto”. Tra le nominate pubblicazioni si distinguono “Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche” (2015) e “L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale” (2016), entrambe edite da Zambon.

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  1. Cro Magnon 2 anni fa

    Leggetelo bene: è un ottimo articolo pieno di verità e che dovrebbe girare per tutta l’Italia.

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