"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Le sceneggiate a Strasburgo tentano di nascondere il fallimento delle politiche della UE

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di Luciano Lago

Nonostante le vuote sceneggiate recitate dai partiti “europeisti” in occasione dell’insediamento del nuovo Parlamento Europeo e la retorica ripetitiva enunciata  ossessivamente dai media sul “progetto europeo” e sul sogno degli “Stati Uniti d’Europa”, quello che oggi non si può più nascondere è il fallimento conclamato delle politiche europee dominate dall’ideologia neoliberista che ha trascinato buona parte dei paesi europei ad un disastro economico e sociale mai visto prima.

Risulta evidente che tali  politiche neoliberiste, frutto dell’ideologia dominante made in USA ed impiantata in Europa, portate avanti dai vari governi degli Stati europei senza differenze di colore politico, neo conservatori in Spagna, liberali o cristiano democratici in Germania, democratici di sinistra (in Italia), socialisti (in Francia), politiche promosse ed incentivate dall’asse Bruxelles (Commissione Europea)  Berlino (governo Merkel) e Francoforte (BCE) , quello che viene  denominato “asse del rigore”, hanno prodotto in questi anni una caduta del redditi delle popolazioni, hanno aumentato enormemente le differenze sociali, affossato le economie di paesi come Spagna, Italia, Grecia e Portogallo, Francia inclusa, oltre a far arretrare tutte le garanzie e diritti sociali conquistati dai lavoratori, famiglie e pensionati nei decenni precedenti.

Si tratta di politiche che hanno avuto come obiettivo prioritario quello della stabilizzazione finanziaria e di fornire garanzie per il cartello bancario sui debiti degli Stati (Italia in primis) con enormi esborsi di denaro pubblico destinato a fondi denominati “salva stati” o interventi a favore di grandi banche mediante  fondi sottratti dalle imposte pagate dai tutti i cittadini ed a spese per ogni altra necessità di interventi pubblici per spese sociali (welfare, pensioni, assistenza) di investimento o di agevolazioni alle piccole e medie imprese.

Le politiche neoliberiste hanno avuto come obiettivi non secondari la deregolamentazione del mercato del lavoro (flessibilità massima), la liberalizzazione dei mercati finanziari, la svalutazione dei salari, la eliminazione delle protezioni sociali, la privatizzazione dei servizi pubblici e del patrimonio statale.

Si tratta di una comune impostazione di base, imposta da Bruxelles e Francoforte ed  applicata nei vari stati europei con varie sfaccettature e con  effetti più marcati in paesi come Spagna, Portogallo, Italia e conseguenze drammatiche in Grecia con arretramento della maggioranza della popolazione molto al di sotto della soglia di indigenza (vedi relazione della Caritas  sull’incremento della povertà nei paesi del sud Europa).

D’altra parte il sistema europeo, mediante gli appositi trattati, ha fatto in modo di sottrarre ogni sovranità ai singoli governi dei vari stati europei ed in particolare per quanto riguarda le politiche monetarie e di bilancio, tutte accentrate negli organismi come la Commissione Europea e la BCE che non prevedono possibilità di “strappi” a queste politiche, grazie al sistema dell’euro, dominato dagli interessi dei grandi gruppi bancari.

I vari studi elaborati da organismi indipendenti e da esperti in scienze sociali come quello redatto da David Stuclker e da Sanjay Basu, intitolato “The Body economic: Why austerity kills“, hanno calcolato che, oltre alla riduzione all’indigenza ed alla emarginazione sociale di alcuni milioni di persone, queste politiche di austerità  sono la causa di più di  10.000 suicidi aggiuntivi oltre la media, quasi sempre dovuti alle conseguenze dei tagli sociali.

Allo stesso modo anche diverse analisi di carattere medico ed epidemiologico hanno accertato quello che è l’impatto negativo sulla salute delle popolazioni oggetto delle politiche di austerità ed in particolare sulle fasce deboli più come bambini ed anziani, molti dei quali hanno perso la possibilità di curarsi in forma gratuita che era in precedenza un diritto sociale conquistato nei decenni precedenti. Conseguenze drammatiche quindi per una buona parte della popolazione europea e crescita del divario sociale che vede un ristretto numero di persone  (collegate all’establishment ed ai gruppi finanziari e speculativi) possedere in media i 3/4 delle ricchezza nazionale.

La stessa Organizzazione Internazionale del lavoro ha calcolato che queste politiche hanno creato in Europa una nuova massa di disoccupati che arriva a 26 milioni circa e che rappresentano in un tasso del 12% circa (ufficiale)  sulla media europea con le punte più alte in Grecia, in Spagna ed in Italia. Anche gli organismi europei hanno lanciato l’allarme sulle prospettive che potrebbero essere ancora peggiori nei prossimi anni, perdurando la crisi, con la creazione di una ulteriore massa di poveri calcolata tra i 15 ed i 20 milioni di persone. Di tutto questo è facile individuare i responsabili che siedono nella Commissione Europea, nella BCE, nel FMI ed i ministri finanziari dei vari paesi europei che hanno avallato questa politica che non è fuori luogo definire criminale.

Le ultime dichiarazioni del ministro delle finanze tedesco e del commissario Olly Rehn, del tutto negative sulle possibilità di rivedere i parametri, tolgono ogni illusione (per quelli che ancora le nutrivano) circa la possibilità di una sterzata della Commissione dal seguire applicando i rigidi parametri finanziari già stabiliti, dal Fiscal Compact, al ESM, al ERF, al rispetto delle regole, la Germania in particolare (l’unica apparente beneficiata) si oppone ad ogni possibile strappo. Il bluff di chi ha voluto sostenere questo (Matteo Renzi) è stato scoperto.

A questo punto si potrebbe legittimamente porre l’interrogativo del perchè si debbano continuare ad applicare in Europa a tutti i costi queste politiche che si sono rivelate talmente fallimentari e disastrose sul piano sociale.

La risposta si potrebbe dare nell’accanimento ideologico dimostrato da quella che di fatto rappresenta una oligarchia tecno finanziaria, subordinata ai grandi interessi della grande finanza sovranazionale che dirige le politiche economiche e finanziarie degli organismi europei e che vivono in una dimensione astratta, estranea alla realtà, immaginando effetti positivi e di possibile ripresa dei mercati che non esistono e sono del tutto immaginarie.

Questo però non basta a spiegare l’accanimento se non si comprende che esiste un progetto a lungo termine già predisposto da molti anni e che prevede la scomparsa degli Stati nazionali e la creazione di un unico grande mercato omologato ed integrato con i mercati di oltre atlantico (USA e Canada) che deve adeguarsi agli interessi ed alle esigenze dei grandi gruppi finanziari ed alle corporations.

Questo richiede la trasformazione dei sistemi economici ed industriali come quello italiano, caratterizzati da una presenza di una intelaiatura di piccole e medie aziende manifatturiere che non sono compatibili con tale mercato. Il lavoro di adeguamento è di fatto già a buon punto visto che le politiche fiscali punitive attuate dai governi italiani succubi di Bruxelles che hanno portato di fatto alla scomparsa di già oltre il 25% delle imprese manifatturiere ed una riduzione sostanziale delle piccole e medie imprese commerciali. Questo non è casuale ma è uno dei totem imposti da Bruxelles per favorire il cambiamento del mercato ed i ministri finanziari dei governi nominati da Bruxelles (come avvenuto in Italia dal 2011 in poi) si prodigano per attuare le direttive.

Il passo successivo sarà quello di procedere alle “privatizzazioni”, necessarie per ridurre il debito pubblico e fare cassa, sostengono i sostenitori dei governi filoeuropeisti ed i media del sistema confermano in coro, “privatizzare”, privatizzare come parola d’ordine. In realtà anche dietro queste privatizzazioni ci sono forti interessi dei grandi gruppi e si trova facilmente il pretesto della riduzione del debito occultando le vere ragioni della svendita di patrimonio pubblico e servizi pubblici da cedere gradualmente alle multinazionali. Un copione già visto dal 1992, dopo l’operazione “mani pulite” che (casualmente?) favorì la prima grande campagna di privatizzazioni (la più importante in Europa).

Si potrebbe sperare che i movimenti anti eurocrazia che sono sorti nei vari paesi europei possano dare voce ad una protesta ed una opposizione estesa alle fasce sociali sacrificate e penalizzate da queste politiche, per fermare il processo avviato dalla Troika, questo potrebbe succedere ma non bisogna sottovalutare la capacità del sistema di infiltrare e manovrare le proteste e farle diventare dei “movimenti arancioni” o delle “finte primavere” come già avvenuto in altre situazioni.

Di sicuro l’oligarchia di potere si sta attrezzando per rispondere ad eventuali proteste e sommosse che possano in qualche modo incrinare le prossime inevitabili decisioni e la firma dei trattati ulteriormente penalizzanti: gli interessi in gioco sono enormi e nessuno di loro rinuncerà facilmente o avvierà marce indietro per eventuali proteste popolari. Bisogna considerare quanto detto a suo tempo  da  Davide Rockfeller: ” il mondo è oggi più sofisticato e preparato per marciare verso un unico governo mondiale. La sovranità sovranazionale di una elite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale che è stata praticata negli ultimi secoli”.

 

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  1. Anacronista 2 anni fa

    Finora i piccoli imprenditori hanno solo subìto; chi ha potuto ha delocalizzato. C’è stata l’effimera parentesi dei forconi, incapace però di andare oltre le manifestazioni di piazza. Quella che è lampante è proprio l’incapacità dell’imprenditoria di reagire in modo efficace, ovvero di:
    1) capire il vero funzionamento della moneta, e quindi le vere cause della crisi;
    2) solidarizzare e formare gruppi compatti di auto-aiuto;
    3) sviluppare strumenti di resistenza e commercio alternativo (monete locali, baratto, ecc);
    4) dare vita a un’alternativa politica consapevole.
    Dispiace dirlo, ma la situazione dimostra, oltre alla rapacità degli eurocrati, anche l’incapacità degli imprenditori nel loro complesso. Se agissero di concerto e in modo intelligente sarebbero una potenza, e invece preferiscono emigrare, farsi concorrenza spietata e sleale, subire, o, purtroppo, suicidarsi. Tutti comportamenti individualisti anziché di gruppo. Il problema è questo. Non sono nuovi i tiranni, è nuovo l’individualismo che impedisce di reagire.

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    1. Werner 2 anni fa

      Esatto bravissimo, l’eccessivo individualismo ci ha portati a questo, dove ognuno pensa solo ed esclusivamente agli interessi personali. Attenzione, non dico che sia sbagliato, ma credo che sia lecito pensare ai propri interessi solo se prima viene anteposto l’interesse comune, l’interesse nazionale.

      Dobbiamo essere uniti come popolo, come nazione, perché quei farabutti dell’élite che domina la finanza e la politica mondiali, sono forti grazie alle nostre divisioni.

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