"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

LE FIGARO: IL CROLLO DEL RUBLO E L’OPERAZIONE DI SALVATAGGIO DI PUTIN SPIEGATA DA JACQUES SAPIR

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Jacques Sapir spiega sul quotidiano francese Le Figaro l’azione del Presidente Putin per contrastare la crisi del rublo, strategia che ha provocato un bagno di sangue per gli speculatori. Sapir spiega anche i costi di questa strategia e la probabile svolta che ne seguirà. Ma chi paragona la crisi attuale a quella del 1998, o non conosce l’economia russa, o è in malafede.

di Jacques Sapir

Questo mercoledì 17 dicembre il rublo ha avuto una sessione turbolenta, ma gloriosa. Si è apprezzato nei confronti del dollaro di oltre il 15%, e di più del 22% rispetto all’euro. Nello stesso tempo, la Borsa di Mosca è salita del 17%. Questi movimenti, paragonabili in grandezza al drammatico declino di martedì 16, non hanno tuttavia riscosso la stessa attenzione. Ma non sono meno interessanti. Mostrano la capacità di rimbalzo dell’economia russa. Ma, andando oltre questa semplice constatazione, bisogna interrogarsi sulle scelte che sono state fatte da parte delle autorità.

La conferma della strategia del governo russo?

Nel breve termine la strategia del governo e della Banca Centrale sembra funzionare. Più che l’aumento del tasso di interesse al 17%, sembra che sia stato l’impegno delle riserve del Ministero delle Finanze e della Banca centrale ad aver causato questo notevole rialzo. E’ un rialzo molto importante, perché comporta pesanti perdite per gli speculatori che puntavano sul calo del rublo. Questa strategia deve assolutamente proseguire nei prossimi giorni per rendere queste perdite irreversibili e ridare fiducia alla popolazione russa.

Le perdite per gli speculatori devono essere state pesanti. Dei contatti al MICEX, il mercato dei cambi di Mosca, hanno segnalato dei contratti a termine stipulati martedì sera e calcolati su un potenziale corso di 75 rubli per un dollaro. Per chi aveva acquistato il dollaro a 70 rubli in attesa di venderlo a 75, e in realtà è stato costretto a vendere a 65, la differenza può essere stata mortale. Vedremo nei prossimi giorni cosa succede ad alcuni hedge fund, in particolare negli Stati Uniti, e in alcune banche più piccole.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare al livello di 55 rubli per 1 dollaro, che più o meno corrisponde al livello di equilibrio per un barile di petrolio sotto i 60 dollari e che rassicurerebbe la popolazione. Si noti che martedì notte eravamo a circa 72 rubli per dollaro, e mercoledì sera il corso è risalito a 62 rubli per dollaro.

Il costo di questa strategia.

Non si conosce ancora esattamente il prezzo di questa strategia. E’ tuttavia chiaro che la Banca Centrale e il governo hanno certamente riversato ingenti somme sul mercato per ottenere i loro scopi e dovranno spendere somme notevoli, probabilmente circa 30 miliardi di dollari alla settimana, per raggiungere questo obiettivo. E’ chiaro che la Russia ha i mezzi per farlo. Le riserve della Banca centrale ammontano a oltre 400 miliardi dollari. Ma la cosa importante – e in un certo senso la più inquietante – è il costo nascosto di questa politica. Essa comporta il mantenimento di alti tassi di interesse, attualmente al 17% all’anno, con un’inflazione di circa il 10,5% annuo. Se questo livello di tassi dovesse perdurare, strangolerebbe l’economia russa. Da questo punto di vista, è chiaro che una politica di lotta alla speculazione tramite i mezzi stessi del mercato può essere efficace, ma il suo costo, diretto e indiretto, cresce velocemente.

Resta inteso che, nello spirito del governo, questa strategia non è destinata a durare e che il governo spera che con il mese di gennaio le pressioni sul rublo si calmeranno. Tuttavia, se la speculazione si dimostrasse essere sostenuta politicamente da alcuni paesi, potrebbe non essere così. In questa situazione, la soluzione migliore per la Russia sarebbe di introdurre rapidamente delle misure di regolamentazione, i cosiddetti controlli sui capitali. Il successo della strategia adottata dalle autorità, che per il momento rifiutano di prendere in considerazione la possibilità di controlli sui capitali, ha fatto abbassare la pressione. Ma, se l’impegno del Dipartimento delle finanze e della Banca centrale dovesse protrarsi, allora bisognerebbe riconsiderare seriamente le diverse opzioni.

Un cambiamento dei rapporti di forza in Russia?

Questa strategia segna anche un punto di svolta. Sembra infatti che il centro decisionale si sia spostato dalla Banca Centrale al governo che, ormai, supervisiona da vicino la strategia in materia di tassi di cambio. Questa svolta è in qualche modo logica; e nondimeno importante. Questa svolta ne richiama un’altra. In realtà, la decisione delle imprese russe di prendere in prestito sui mercati internazionali nasceva dalla differenza tra i tassi in Russia, derivanti dalla politica della Banca Centrale, e i tassi sui mercati. Se il governo, e in un certo senso l’amministrazione presidenziale, prende il controllo della Banca Centrale, deve andare fino in fondo e affrontare anche le condizioni di finanziamento dell’economia russa.

Quest’ultima è in una situazione in cui il potenziale di crescita è molto forte. A 55 rubli per dollaro, anche con un’inflazione sopra il 10%, la produzione realizzata in territorio russo è estremamente competitiva, sia nel mercato interno che sui mercati di esportazione. Sarebbe tragico che le aziende russe non ne potessero beneficiare e venissero strangolate nei loro progetti di investimento da tassi di interesse esorbitanti. Quindi da qui al 15 gennaio il governo dovrà affrontare questo problema, se vuole che la Russia possa trarre pieno vantaggio dalla crisi che si è appena aperta.

Le lezioni da trarre

Dagli eventi appena accaduti si può trarre un’ultima lezione. Questo mini-crash nel mercato dei cambi ha fatto riemergere tutta l’inconscia diffidenza nei confronti dell’economia russa, che risale alla crisi dell’agosto 1998. Ma ora, a differenza di allora, non c’è mai stato un rischio default. Nel 1998, le riserve della Banca Centrale erano molto scarse, circa $ 30 miliardi. Ora sono a 420 miliardi, 14 volte superiori. Nel 1998 il debito pubblico era un problema importante; oggi la Russia è uno dei paesi meno indebitati del mondo, con un debito pubblico intorno al 9% del PIL, 10 volte meno della Francia. Nella prima metà del 1998 la bilancia commerciale era in deficit, mentre ora è in avanzo di quasi 120 miliardi di dollari l’anno, una cifra paragonabile a quella della Germania.

L’industria russa si sta sviluppando rapidamente, lo si può notare dai contratti recentemente sottoscritti con l’India, così come dai numeri della produzione automobilistica, o aeronautica. E quindi non ha senso paragonare la crisi del 1998 con quello che è successo negli ultimi giorni. Tuttavia alcuni lo fanno, a volte in buona fede, dimostrando comunque una scarsa conoscenza dell’economia russa, e a volte in mala fede, dimostrando una innegabile volontà di nuocere. Quando si cerca di capire cosa sta succedendo in Russia, è importante non farsi prendere dall’ideologia .

Jacques Sapir dirige il gruppo di ricerca IRSES presso l’FMSH e organizza con l’Institut de prévision de l’économie nationale (IPEN-ASR) un seminario franco-russo sui problemi finanziari e monetari di sviluppo della Russia. È possibile leggere i suoi articoli sul suo blog RussEurope.

Pubblicato da Carmenthesister  per Voci dall’Estero

Nella foto in alto: Vladimir Putin con Elvira Niabiullina, n.1 Banca Centrale Russa

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  1. Mark 2 anni fa

    Aprite bene gli occhi e le orecchie!!
    Nel giro di 12 mesi tutto è cambiato. L’economia è entrata in crisi: le sanzioni imposte dall’Occidente per le interferenze russe nella crisi in Ucraina hanno cominciato a farsi sentire. E ancora di più si sta facendo sentire il crollo del prezzo del petrolio (anche a causa della scelta saudita, concordata con gli americani, di mantenere alta la produzione di greggio e quindi basso il prezzo) che insieme al gas fa il 67% delle esportazioni russe, il 16% dell’intera economia del paese e il 50% dei ricavi del governo.

    Gli idrocarburi sono così fondamentali per i conti di Mosca che il ministro dell’Economia ha annunciato una manovra correttiva, visto che il bilancio 2015-17 era basato su un prezzo del petrolio intorno ai 100$ dollari al barile. E il crollo del greggio è speculare a quelli di rublo e mercato azionario anche nei numeri. Da giugno il prezzo del petrolio è sceso di quasi il 50%: da inizio anno il rublo è crollato fino al 60% e l’RTS ha bruciato oltre la metà della sua capitalizzazione (Martedì scorso l’indice di borsa, l’RTS, ha chiuso con una perdita del 12,3%, il più forte ribasso dal novembre del 2008).

    Politicamente la Russia non è mai stata così isolata negli ultimi 25 anni, cioè da quando è crollato il Muro di Berlino e si è dissolta l’Unione Sovietica. E oggi la sua economia rischia una recessione profondissima: stando alle stime della stessa Banca centrale di Mosca, se il Brent si mantenesse a 60 dollari al barile anche nel 2015 provocherebbe un calo del Pil di quasi il 5% (dell’8 secondo gli analisti di MDM Bank).

    In un brevissimo intervento alla tv finlandese YLE, Aleksandr Shokhin, presidente dell’ Unione degli Industriali e degli Imprenditori di Russia, all’ uscita da un centro congressi pronunciava queste parole: “Non sono gli introiti dello Stato a essere particolarmente minacciati. Il ricavato della massiccia esportazione di petrolio, venduto in caro-dollaro, riempie il budget nazionale. Per giunta il debito pubblico russo è minimo, le riserve monetarie ammontano a 416 miliardi di dollari, 80 dei quali usati quest’anno per cercare di frenare il crollo del rublo, e anche le imprese statali e private hanno mezzi per coprire i loro debiti esteri; ma più che altro è l’imprenditoria privata ad apparire preoccupata per l’estrema insicurezza del cambio con il dollaro e con l’euro. Nelle aziende russe ci si domanda ogni giorno se il rublo ha raggiunto il fondo e ricomincerà a risalire o se ci si deve aspettare un altro tonfo. Non nascondiamo anche la preoccupazione che questo rappresenta un problema per gli investitori di altri Paesi come Iran, Cina e Venezuela.

    Intanto nella notte tra lunedì 15 e martedì 16 la Banca centrale ha approvato un clamoroso innalzamento (il sesto quest’anno) dei tassi di interesse di 650 punti base, dal 10,5% al 17%, per frenare la liquidità e far riguadagnare terreno al rublo.

    La Banca centrale russa potrebbe cercare di rallentare il crollo della moneta continuando a usare le riserve di valuta estera per acquistare rubli sul mercato: ma come ha scritto anche Jennifer Rankin sul Guardian non si tratta di una soluzione valida sul lungo periodo e non sembra nemmeno in grado di tamponare la crisi nell’immediato. Come ha detto l’economista di Bank of America, Vladimir Osakovskiy, “se i prezzi del greggio continueranno a scendere, il rublo farà lo stesso, nonostante la stretta”.

    Dunque quello che è avvenuto all’inizio della scorsa settimana potrebbe essere la prova generale di una catastrofe. E gli effetti non sono mancati. Zafesova,giornalista russa: “I giorni neri del rublo hanno trasformato la Russia nel posto più conveniente del mondo, con code di chilometri ai confini con la Finlandia e il Kazakistan, i bielorussi che spazzano via i Suv nei concessionari russi e i cinesi che quadruplicano le vendite di gioielli e orologi online. All’aeroporto pietroburghese Pulkovo sono stati avvistati americani cambiare tutti i dollari che avevano in tasca per fare incetta di iPhone 6, che costavano quasi la metà rispetto all’Europa. A Mosca i negozi di elettrodomestici mostravano scaffali vuoti, all’Ikea c’erano code lunghissime, la domanda di appartamenti è triplicata in una settimana, i saloni di auto sono ormai chiusi per esaurimento scorte.
    La gionalista continua: “Gli ordinativi dei commercianti per il 2015 si sono fermati, oppure contengono prezzi aumentati del 15-20%. In molte banche la valuta si è esaurita, mentre gli uffici crediti sono rimasti chiusi per rivedere al rialzo i tassi dei mutui. Chi non ha avuto pazienza è corso a comprare un’auto, un frigorifero, almeno a fare la spesa, con i prezzi del «vecchio» cambio. Anche perché l’esperienza del default del 1998 ha insegnato che, esaurite le scorte, i negozi restano vuoti per non rischiare, e quando le merci riappaiono sono meno abbondanti e più costose, visto che la Russia importa quasi tutto quello che consuma.

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