"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Le aree di crisi segnano la transizione verso un mondo multipolare

Russian G20 China

di Luciano Lago

Se analizziamo gli avvenimenti sulla scena internazionale, possiamo constatare che le ultime recenti crisi avvenute in Ucraina e nell’area Medio Orientale (Siria/Iraq), sqono l’indice di una complessa fase storica di transizione che l’umanità sta vivendo verso un assetto mondiale privo di un unico centro egemonico (gli Stati Uniti); quello verso cui definitivamente ci stiamo avviando (secondo vari analisti) è l’avvento prossimo di un mondo multipolare (le aree in crisi sono la manifestazione plastica di questo cambiamento).
In sostituzione di un unico potere egemonico (secondo l’ipotesi del prof. Randall Schweller) ci saranno una serie di poteri che includeranno non solo Nazioni ma anche imprese multinazionali, movimenti ideologici, gruppi criminali e terroristi globali, organizzazioni per i diritti umani che concorrono fra loro, si passerà da un regime internazionale ancorato a principi prevedibili e relativamente costanti ad un altro sistema inconoscibile, molto più erratico ed instabile (vedi The Bipolarity of a Unipolar World ).

L’egemonia del mondo Occidentale ha imboccato il suo cammino discendente con gli inizi del secolo XXI , con l’emergere di un assetto nuovo del mondo che non presuppone più, né a livello culturale, né a livello di civilizzazione, ne’ a livello industriale, l’egemonia del mondo Occidentale.
La grande mistificazione della “fine della storia”, ideata dall’ideologia mondialista, è stata fatta a pezzi l’11 di Settembre del 2001 e con quella anche la sua ultima crociata chiamata “lo scontro di civiltà”, quella che ha generato la campagna americana contro il terrorismo. Si tratta di una impostazione propagandistica voluta dal governo di Washington per coprire il suo interventismo bellico e l’ingerenza in altri paesi , diffusa dai media compiacenti ma che è stata poi smentita prima in Siria e poi in Ucraina.
Questo significa che il fenomeno del neocolonialismo, connesso alla storia degli ultimi 50 anni, ed attuato dalle potenze occidentali, inizia a perdere colpi ed a scricchiolare nel nuovo secolo.

Bisogna considerare  che le nuove potenze emergenti  si sono a loro volta assicurate le loro aree di influenza ma non potranno più farlo secondo le prerogative che erano state proprie delle potenze occidentali, quando queste si spartirono l’Africa e l’Oriente. La sopravvenienza di un mondo multipolare è destinata a perdere  la connotazione tipica del neocolonialismo: il rapporto di dominazione tra una grande potenza e lo stato subordinato a questa.

Le condizioni secondo le quali si concretizzeranno le nuove alleanze geopolitiche si potranno cementare in una forma di cooperazione reciproca e strategica ma non più basata su un esclusivo rapporto di dominazione.

Le ultime operazioni belliciste, portate avanti dagli statunitensi con i loro alleati di comodo, non hanno fatto altro che mostrarci la loro profonda decadenza.   Già si è dimostrato che gli alleati occidentali (USA, Francia e Gran Bretagna) non sono riusciti nel loro obiettivo di invadere la Siria e rovesciare il regime di al Assad;  questo gli sta costando non soltanto credibilità ma anche e soprattutto sfiducia nelle loro capacità militari. Si potrebbe affermare che quel 3 settembre del 2013 si è evitata una terza guerra mondiale quando il sistema di difesa aerea russo, S300-PS, dalla base di Tartus in Siria, ha intercettato e distrutto i missili Tomahowks (lanciati dalla base americana di Rota, nella baia di Cadice), che avevano come obiettivo Damasco.
Da allora rimane dimostrato che i russi hanno recuperato la loro importanza militare e strategica. Questo riequilibra un mondo che era stato sottomesso dagli Stati Uniti per il suo predominio militare , questo debilita gli USA come affermato anche da Ehud Barack, ex ministro della difesa israeliano ( vedi Israelnationalnews) .

Da quando si è verificata la vittoria della Russia nella crisi della Georgia, per l’Ossezia del sud, nel 2008, si può dire che la geopolitica del secolo XX è stata ristabilita a favore di una nuova riconfigurazione planetaria.
In Ucraina è appena iniziato un grande confronto, dovuto all’ingerenza occidentale pilotata dagli USA, in un paese cerniera tra Europa e Russia, che ha prodotto come risultato sostanziale, oltre alla guerra civile, un avvicinamento della Russia con La Cina, il che significa in prospettiva la definitiva svolta del baricentro dell’economia mondiale verso l’l’Asia e l’Oriente.
L’ultimo importante accordo tra la Russia e la Cina (il cui commercio bilaterale si calcola che arriverà a 2000.000 milioni di dollari entro il 2020), non solo ratifica la presenza di un polo egemonico alternativo nell’Eurasia, con la restaurazione commerciale della “via della seta”, ma anche la possibilità che la Cina si espanda verso occidente (vedi le esercitazioni congiunte russo cinesi in pieno Mar Nero).

Attualmente né gli Stati uniti né l’Europa dispongono della forza economica e militare per far valere sanzioni economiche efficaci contro una Russia che, alleata con la Cina, non ha più la necessità di aggregarsi al sistema economico occidentale che si trova in fase di crisi e decadenza.
A questo si aggiunge l’emergere del gruppo BRICS dei paesi emergenti che hanno deciso di affrancarsi dal signoraggio del dollaro e degli organismi finanziari occidentali (FMI e Banca Mondiale).

L’assetto geopolitico del mondo, come era stato concepito nel secolo XIX dalle potenze occidentali, sta rapidamente trasformandosi. Questo significa che la distinzione fra centro e periferia, tipica del mondo moderno, ormai non ha più ragione d’essere.
Come pure oggi non avrebbe più ragione d’essere, di fronte alla crisi climatica ed energetica ed ai danni ambientali prodotti, un sistema economico che sa soltanto amministrare il saccheggio sistematico delle forme di vita (animali e vegetali) a favore dei feticci del mondo moderno: il capitale ed il mercato.
La crisi del modello di civiltà prevalente che attualmente viviamo può essere compresa, nella sua grandezza, soltanto da una prospettiva multidimensionale.
Questo significa che neppure le scienze moderne, nella loro deformazione funzionale ed epistemologica, nonché nel loro ruolo di subordinazione al grande capitale finanziario, sarebbero all’altezza di dare soluzioni a questa crisi epocale. Considerando che tutti gli scienziati partono dai miti e dai pregiudizi moderni, utilizzano le stesse categorie, non sarebbe possibile dare una interpretazione o una spiegazione circa le cause che sono originate sicuramente da quegli stessi miti fondanti e pregiudizi moderni. La crisi economica attuale dimostra i limiti di un sistema di sviluppo e di un mondo che si trova alla sua fine. Mentre la scienza moderna, l’economia capitalista e lo stesso paradigma dello sviluppo presuppongono risorse di sfruttamento infinite come previsione di uno sviluppo che dovrebbe essere sempre infinito.
Questo presupposto è alla base della società moderna ma è un presupposto falso perché le risorse non sono infinite. Né la natura né il lavoro umano potrebbero garantire uno sviluppo senza fine. Una crescita senza limiti è una pura illusione trascendentale. Per questo il mondo moderno si trova arrivato presso uno dei peggiori crocevia della sua storia. Accade questo perché l’economia del modello di sviluppo liberal capitalista si basa sulla crescita economica senza fine, cosa che richiederebbe energia illimitata, energia fossile (quella disponibile petrolio e carbone) o energie alternative, pericolose come quella atomica o pulite (solare) non ancora sviluppate a sufficienza. Senza energia risulta impossibile crescere.
Se la crescita per il primo mondo significa aumentare il proprio consumo di energia e di risorse per sostenere una crescita dei consumi senza limiti, fedeli ad un modello di sviluppo con progresso infinito, allora dobbiamo concludere che questo modello non è più sostenibile. (Vedi scienza e pace)
Di conseguenza si prospetta da questa crisi il collasso sia culturale sia come forma di civiltà della modernità occidentale che si è identificata con il modello liberal capitalista.. Non essendo il primo mondo proprietario di tutte le risorse del pianeta, già non sarà più possibile sovvenzionare lo sviluppo del proprio modo di vita, saccheggiando le risorse e generando miseria nel resto del pianeta.
Indubbiamente il processo di globalizzazione imposto in forma accelerata per favorire gli interessi della  elite del potere finanziario ha determinato dei processi di cambiamento che sono probabilmente sfuggiti di mano a coloro che avevano dato impulso a tale fenomeno.

La globalizzazione dei capitali, delle merci e del lavoro, oltre ad avere provocato lo spostamento di masse enormi di popolazioni e lo sfruttamento sistematico di mano d’opera nei paesi emergenti, ha determinato il colpo fatale ai fragili equilibri dell’ambiente con l’aumento esponenziale delle fonti di inquinamento e la crescita indiscriminata dei consumi. Si è aperta negli ultimi anni una caccia indiscriminata alle risorse per sostenere le economie industriali avanzate o quelle emergenti che ha destabilizzato intere aeree del pianeta e cambiato gli equilibri di potere in molti paesi, soprattutto in quelle aeree ritenute strategiche per la presenza di tali risorse, Medio Oriente, Africa , Sud America.
Tutto questo non poteva che suscitare dei forti squilibri e dagli squilibri l’emergere di nuove forze assestanti che si vanno a contrapporre alle tradizionali oligarchie di potere preesistenti

La crisi finanziaria si collega anche con la crisi energetica che è l’altra faccia della ribellione dei limiti davanti alla pretesa di una crescita illimitata e senza fine. Questa crescita non tiene conto del progressivo esaurimento delle risorse energetiche e rischia di ripercuotersi sugli stessi equilibri finanziari, sulla stabilità del dollaro che ,senza il petrolio, sarà più vulnerabile e non avrà più nulla che lo sostenga. Il primo mondo richiederà sempre più energia per crescere, oltre che risorse naturali, ma già nel prossimo futuro, non disporrà più di energia economica ed in abbondanza ed il suo sistema industriale ne risentirà le conseguenze.
Tanto l’attuale livello di produzione che il consumo, non potranno più sostenersi. La crisi climatica attuale possiamo poi considerarla come un campanello d’allarme per un mondo dove le attività di saccheggio della natura hanno oltrepassato i limiti naturali.

Tutto questo significa che sarà difficile prevedere come si svilupperanno i nuovi assetti ma di sicuro il processo di cambiamento e di spostamento degli equilibri non sarà indolore, si dovrà assistere, come sempre accaduto nella Storia (secondo la teoria di Vico) con la dissoluzione di un impero, alla fine di un ciclo storico, agli ultimi spasmi ed a una fase di disordine e di guerre che è già iniziata in buona parte, con l’emergere di nuovi fanatismi di carattere religioso o politico che cercheranno di accompagnare o contrastare il processo di cambiamento. Prepariamoci al peggio:  deve ancora arrivare.
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  1. Anacronista 2 anni fa

    Sì, dobbiamo prepararci al peggio, anche perché purtroppo i piatti si stanno spostando ma sempre sulla stessa bilancia: il sistema industriale. Finché non si metterà in discussione questo, il conflitto sarà solo la gara a chi consuma più risorse per guadagnare più pezzi di carta o bit elettronici.

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