"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

La Turchia si ritira dalla Siria o prepara il sabotaggio?

di  Nasser Kandil

Il Consiglio di sicurezza nazionale turco improvvisamente annunciava la fine dell’”Operazione Scudo dell’Eufrate”[*] lanciata nell’agosto 2016 con l’entrata dichiarata dell’esercito turco nella città di confine siriana di Jarablus, occupata dallo SIIL, senza combattere e senza accordo con il governo siriano; lo scopo dichiarato dell’operazione era prendere al-Bab (occupata dallo SIIL) e Manbij (controllata dalle forze curde sostenute dagli Stati Uniti), e partecipare alla liberazione di Raqqa sempre occupata dallo SIIL.

Ufficialmente, l’operazione viene interrotta perché avrebbe raggiunto gli obiettivi, mentre l’esercito turco e le milizie affiliate non entravano a Manbij e né partecipavano alle operazioni per liberare Raqqa. Cosa significa tale annuncio se la missione non è compiuta? Domanda tanto più rilevante in coincidenza con il fallimento dei colloqui turco-statunitensi per un accordo sulla battaglia di Raqqa, che vede il problema del sostegno statunitense ai curdi, giustificando l’invasione del territorio siriano con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” e il collasso dello SIIL, per evitare alla Turchia di subire le conseguenze dello scontro con l’organizzazione terroristica.

Ciò non ha impedito agli statunitensi di mostrarsi sempre più decisi a sostenere i curdi, nonostante la rabbia dei turchi, mentre i russi non sono pronti a cancellare la componente siriana, considerata partner essenziale in qualsiasi regolamentazione futura tra i siriani, solo per far contenti i turchi. Infatti, anche se i russi sono contro la persistenza delle forze di sicurezza o militari specificamente curde e la creazione di una regione curda in Siria, hanno informato il presidente turco che questa posizione implica la restituzione di tutti i territori siriani all’Esercito arabo siriano, diretto dal governo di unità nazionale siriano che va riconosciuto e sostenuto da tutti nella guerra al terrorismo.

Pertanto, la questione è se tale annuncio rappresenta un primo passo verso l’accettazione del consiglio russo? Perché, in effetti, esso indica il ritiro dell’esercito turco dal territorio siriano, senza ritorno, chiarendo che sono stati raggiunti gli obiettivi dell’operazione Scudo dell’Eufrate. (Solo che il primo ministro turco Binali Yildirim non ha escluso un’altra operazione, dal nome diverso, se ci fosse una nuova “minaccia”…).
Ma in questo caso non ci sono segnali che indichino un miglioramento delle relazioni turco-russe, che l’avrebbe posto entro un’iniziativa positiva. Al contrario, la Turchia continua ad equiparare le posizioni di Mosca e Washington paragonando il loro rapporto con i gruppi armati curdi con le coltellate alla schiena. Ciò indica che la Turchia ha deciso d’ignorare la cooperazione con Mosca e Washington (nella guerra al terrorismo); con Mosca, rifiutandosi di collaborare con il governo siriano, con Washington, rifiutandosi di collaborare con i curdi.

In effetti, Ankara con tale annuncio indica che con Mosca e Washington ha creato un vuoto strategico che verrà riempito da chi arriva primo, sapendo che in tale gara si avrà a che fare con milizie implicitamente sostenute dalla Turchia (la nebulosa dell’esercito libero siriano, o ELS, che copre Jabhat al-Nusra e i suoi vari nomi), senza ritenersi responsabili dei loro eccessi. Tali milizie domani potrebbero affrontare i curdi, a cui non potrà chiedere di fermarsi. E potrebbero anche affrontare l’Esercito arabo siriano, a cui non potrà opporsi essendo garante del cessate il fuoco, secondo l’accordo tripartito di Astana.

La garanzia in definitiva è politica, ma senza possibilità d’influenzare la situazione. Ankara indica anche che la guerra di Jabhat al-Nusra contro l’Esercito arabo siriano è infine pronta ad estendersi a nord, senza che nessuno possa chiedere o accusarla di nulla. Pertanto, l’obiettivo della Turchia è “ancor più caos” per mostrare l’importanza del proprio ruolo. Uno stratagemma compatibile con la vanità criminale che detta i calcoli del presidente turco Recep Erdogan, ma che libererà l’Esercito arabo siriano dai limiti, usando tutte le armi disponibili e obbligando le fazioni armate sostenute dalla Turchia a scegliere tra l’accordo sulla cessazione delle ostilità di Astana e un’operazione militare che non terrà in considerazione i soldati turchi che presumibilmente avrebbero lasciato il territorio siriano, come sostenuto dall’annuncio. Eppure Erdogan dovrebbe sapere che Mosca risponde a tale ostinazione con ancor più costanza, e che il comportamento turco sul modello israeliano, adottato da Netanyahu nell’ultima visita a Mosca, riceverà una risposta simile.

Ankara è passata al ricatto provocatorio. Mosca, Damasco e Teheran hanno deciso di sradicare il terrorismo a qualsiasi costo. Washington ha perso il suo agente nel gioco politico e militare e deve rassegnarsi a una presenza limitata nelle zone infestate dai curdi, il resto è occupato da SIIL o dai gruppi armati guidati da al-Nusra.

Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation

Traduzione: Alessandro Lattanzio

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  1. Mardunolbo 3 mesi fa

    La Turchia è furba, ma le batoste nei secoli non hanno ancora convinto ad essere prudenti con l’occidente e con la Russia.
    Potranno arrivare magari fino a Roma poi soccomberanno malamente e della Turchia non rimarrà nulla (così dicono pure delle profezie).

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  2. Giorgio 3 mesi fa

    Quando le cose non sono lineari ma fumose la vulgata le definisce “turche”, la filosofia popolare forte di milioni di anni di sviluppo significherà pure qualcosa?

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