"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

La Storia Infinita e il Nulla delle Femen

Le Femen alla 7

di Andrea Fais

Nel romanzo del tedesco Michael Ende La Storia Infinita, reso celebre nel 1984 dall’uscita dell’omonima pellicola e dalla colonna sonora di Limahl, il piccolo Atreyu è impegnato in una guerra all’ultimo sangue contro il Nulla, un nemico che, durante lo svolgimento della storia, assume le sembianze di un vuoto che inghiotte parti di Fantàsia, il regno immaginario della saga, governato da un’imperatrice bambina.

E’ Gmork, un lupo mannaro spietato, ad annunciare l’avvento del Nulla e a cercare di uccidere Atreyu, per impedire che il piccolo guerriero salvi Fantàsia. Alle domande di Atreyu, la terribile creatura risponde: «Fantàsia è il mondo della fantasia umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità, e quindi Fantàsia non può avere confini. Fantàsia muore perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga».

L’analisi di un film che ha segnato un’intera generazione, cresciuta negli anni Ottanta, ci consegna molte chiavi di lettura, anche diverse fra loro. In una decade segnata dal disimpegno e dall’edonismo reaganiano, la presenza cinematografica di una pellicola così in controtendenza senz’altro “spaccò” l’immaginario collettivo, squarciando un velo di ipocrisia su una civiltà che, come quella occidentale, sembrava ormai aver perso qualsiasi valore di riferimento. Di lì a poco, con la fine della Guerra Fredda, la cultura dominante avrebbe stabilito la “fine” della storia e l’ingresso dell’umanità in una nuova era.

Secondo una rigida visione deterministica, il modello politico-economico statunitense, uscito vincitore dal confronto con l’URSS, si sarebbe automaticamente impiantato in tutto il resto del mondo, producendo benessere, pace e prosperità attraverso un processo detto della “globalizzazione”.

Per usare un’espressione del politologo Zbigniew Brzezinski, la politica estera di Washington diventò in breve tempo una semplice estensione della sua politica interna. Eppure le guerre balcaniche, l’inedito confronto nucleare tra India e Pakistan e l’Undici Settembre spezzarono ogni illusione. La storia non era affatto “finita”, mentre la gestione dei problemi globali aveva fatto acqua da tutte le parti.

Nel 2013 il Conflict Barometer dell’Università di Heidelberg (Germania) ha registrato 414 conflitti di vario genere ed entità, in corso nel mondo. Al contrario, stando ad un recente rapporto della Banca Mondiale, il tasso di povertà nel nostro pianeta è in netto calo: dal 43% del 1990 al 15% del 2011. Questo, però, è stato possibile soltanto grazie allo sviluppo delle economie emergenti e in particolare dei BRICS, che hanno sfruttato la globalizzazione per trasferire capitali e know-how verso i propri mercati, salvaguardando il ruolo dello Stato (in particolare in Cina e in Brasile) nel processo decisionale macroeconomico, a differenza del mantra ultra-liberista che ha accompagnato la reaganomics, sostenendo la formula “più mercato, meno Stato”. La prova del nove è fornita dalla crisi recessiva che attanaglia l’Occidente, e l’Eurozona in particolare, dove invece la povertà è in aumento e le condizioni sociali dei lavoratori stanno seriamente arretrando rispetto alle conquiste del Novecento.

In un clima del genere, dove gli spunti per il dibattito politico certo non mancherebbero, molti si stanno ancora chiedendo per quale assurda ragione la presentatrice Giulia Innocenzi abbia fornito lo studio televisivo della sua trasmissione “AnnoUno” alle Femen, un’organizzazione trans-nazionale nata in Ucraina alcuni anni fa con lo scopo di contrastare la Chiesa Ortodossa Russa e l’ex presidente Janukovich, al punto da compiere atti blasfemi contro monumenti patriottici e chiese o addirittura prendere parte ad una strage, come quella tristemente conclusasi con il rogo appiccato dai banderisti ucraini alla Casa dei Sindacati di Odessa lo scorso mese di maggio. Oggi questo movimento, in bilico tra il clownesco e il pornografico, è dilagato a macchia d’olio in Europa occidentale e da almeno un anno sembra aver preso di mira anche il Vaticano.

Motivo dell’apparizione televisiva “a casa” di Giulia, la contestazione alla prossima visita di Papa Francesco al Parlamento Europeo che, a detta loro, metterebbe in pericolo la laicità delle istituzioni, come se questo – e non il massacro economico-sociale – fosse il vero problema delle strutture di Bruxelles e Strasburgo.
Appena un giorno dopo la legittimazione politica ricevuta negli studi televisivi di La7, le Femen si sono presentate in Piazza San Pietro, a seno nudo, intente a strusciarsi un crocifisso tra le gambe. Evidentemente, nel Circo Barnum della civiltà (terminale) occidentale c’è spazio anche per questo, pur di arrivare all’irrisione/distruzione completa e definitiva di qualsiasi valore, di qualsiasi riferimento collettivo, di qualsiasi simbolo possa rappresentare quell’identità che trasforma un insieme casuale di persone in un gruppo sociale ben definito. Caduta l’”ideologia”, ormai automatico ed indistinto sinonimo di anacronismo, restano soltanto il “nulla” dell’atomizzazione sociale e della disgregazione collettiva, l’idea che la libertà dell’uomo nasca dall’indifferenza verso il contesto sociale in cui vive.

La Prima Repubblica è morta non tanto perché i partiti “rubavano”, quanto piuttosto perché questi erano “parrocchie politiche”, fattori di aggregazione e di critica sociale. Tutto ciò non era più in linea con la visione globale che si andava costruendo dietro i (falsi) slogan della “questione morale” e della “legalità”. La Seconda Repubblica, in appena venti anni di esistenza, ha già fatto registrare una mole di corruzione di gran lunga maggiore, imponendo personaggi ben più incapaci e partiti di plastica, privi di una propria idea forte di società e di personalità di spessore, privi di quei leader che, al di là delle opinioni e delle fazioni, mai avrebbero permesso che l’Italia giungesse ad un simile livello di bassezza, di asservimento e di disperazione.

Così, mentre operai, disoccupati e piccoli commercianti cercano di smuovere le ultime coscienze rimaste in vita nel Paese, il circuito di quella che, con fatica, ci ostiniamo a chiamare “informazione” continua a tratteggiare immagini demenziali (e blasfeme), completamente estranee alla situazione reale vissuta quotidianamente da milioni di connazionali.

Dopo il crollo del comunismo, in gran parte dell’ex URSS e dei Balcani è stata la Chiesa Ortodossa ad aver fornito l’ultimo appiglio a quei popoli minacciati dall’instabilità, dalle guerre e dalla deflagrazione sociale mentre molti in Occidente soffiavano a distanza sul fuoco dello scontro. Non è un caso che, oggi che la cristianità subisce in molte parti del mondo uno dei più grandi attacchi contro i propri simboli, i propri fedeli e la propria storia, sia ancora una volta Mosca ad essere presa di mira da molti “operatori della comunicazione”, mai disposti a dare uno spazio a chiunque osi esprimere un’opinione difforme dalla loro, ma sempre pronti a concedere visibilità ai peggiori rifiuti della società purché in linea con la vulgata dominante. Gmork, il lupo, diceva: «Il Nulla è il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo e io ho fatto in modo di aiutarlo. Perché è più facile dominare chi non crede in niente. E questo è il modo più sicuro di conquistare il potere».

Fonte: Eurafrasia

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