"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

La silente guerra al terrorismo della Russia

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di Giovanni Giacalone

Mentre diverse organizzazioni islamiste e predicatori radicali trovavano rifugio in numerosi paesi europei come la Gran Bretagna, la Finlandia, il Belgio, la Germania e l’Austria, in Russia già nel febbraio 2003 la Corte Suprema dichiarava fuorilegge numerose organizzazioni ritenute terroriste dalle autorità di Mosca; tra di loro al-Qaeda, Gamaa al-Islamiya, Fratelli Musulmani, Hizb u-Tahrir, Lashkar e-Taiba, al-Haramain.

La Repubblica Federale di Russia è da anni alle prese con una dura lotta contro gli estremisti islamici nel Caucaso ma al di là dei fatti più eclatanti come la tragedia di Beslan o l’attacco al teatro Dubrovka, se ne sente parlare poco. Nei due casi sopra citati ci furono molte critiche da parte dei media occidentali per come vennero gestite le operazioni di salvataggio ma sorge lecito chiedersi in che modo le autorità dei paesi dell’EU o degli Usa sarebbero riusciti a gestire situazioni così complesse. I terroristi ceceni hanno messo alla prova anche l’amministrazione Obama con l’attentato alla maratona di Boston e l’esito non è certo stato dei migliori. Fatto sta che il teatro ceceno e quello daghestano hanno fatto scuola e la Russia oggi sa come gestire il terrorismo di matrice islamica, lo ha dimostrato di recente ma anche in passato.

Infatti, mentre diverse organizzazioni islamiste e predicatori radicali trovavano rifugio in numerosi paesi europei come la Gran Bretagna, la Finlandia, il Belgio, la Germania e l’Austria, in Russia già nel febbraio 2003 la Corte Suprema dichiarava fuorilegge numerose organizzazioni ritenute terroriste dalle autorità di Mosca; tra di loro al-Qaeda, Gamaa al-Islamiya, Fratelli Musulmani, Hizb u-Tahrir, Lashkar e-Taiba, al-Haramain. 1 L’Emirato del Caucaso, nato nell’ottobre 2007 dalle ceneri dell’ex movimento secessionista della Repubblica Cecena di Ichkeria, ha sostituito l’iniziale ideologia indipendentista con quella jihadista puntando alla costruzione di un “Emirato” islamico in Caucaso. La nuova organizzazione di Dokku Umarov si è resa responsabile di numerosi attentati in suolo russo, come la bomba alla metropolitana di Mosca del 2010 e quello all’aeroporto Domodedovo del gennaio 2011. La risposta russa è però stata decisa ed è andata a colpire nelle aree dove questi gruppi facevano base; come conseguenza, nell’arco di pochi anni l’organizzazione è stata depotenziata, resa inoffensiva e la sua leadership decapitata. Lo dimostrano gli obiettivi stessi degli attentatori: se inizialmente sia il separatismo ceceno che l’Emirato mirava a colpire Mosca, dopo il 2011 i terroristi hanno fatto sempre più fatica a raggiungere la capitale e si sono concentrati prevalentemente in territorio caucasico.

Nell’estate del 2013 Dokku Umarov fece la voce grossa minacciando attentati alle Olimpiadi invernali a Sochi del febbraio 2014, località sul Mar Nero certamente non lontana dalle aree dove ancora sono presenti alcune formazioni jihadiste. Nonostante ciò l’Emirato non è riuscito a spingersi oltre Volgograd con i ben noti attentati del 29 e 30 dicembre, il primo alla stazione dei treni e l’altro su un bus di linea. Due attentati indubbiamente drammatici, con 32 morti e un’ottantina di feriti che andarono ad aggiungersi a quello di due mesi prima, sempre a Volgograd, nel quale una donna kamikaze si fece saltare in aria su un bus frequentato in prevalenza da studenti universitari. Il risultato fu l’uccisione di numerosi terroristi, tra cui il mandante nonché marito dell’attentatrice suicida, Dmitry Sokolov e dello stesso leader dell’Emirato del Caucaso Dokku Umarov. Le forze di sicurezza federali diedero il via a una serie di operazioni in tutto il Caucaso ma prevalentemente in Daghestan, con un continuo e sistematico assedio alle varie bande jihadiste. Nel febbraio 2014 venne ucciso in Daghestan Jamaldin Mirzaev “Abu Abdullah”, leader della milizia “Kadar” e tra gli organizzatori degli attentati di Volgograd. Pochi giorni dopo toccò a Sheikh-Akhmed Baisuev, noto anche come “l’emiro di Gudermes”.

In Daghestan e altre zone del Caucaso come la Kabardino-Balkaria, l’Inguscezia e la Cecenia le autorità locali sono sistematicamente alle prese con bande di jihadisti che spesso fondono la “religione” con attività illegali di vario tipo legate al banditismo. In più occasioni civili e militari sono diventati bersaglio degli estremisti, come il 17 gennaio 2014 quando alcuni terroristi spararono con un lancia granate contro il secondo piano di un ristorante nel centro di Makhachkala; il giorno seguente le truppe federali accerchiarono l’abitazione dove si nascondevano gli organizzatori dell’attentato che vennero uccisi dopo un breve conflitto a fuoco. In Daghestan soltanto nei mesi di agosto e settembre 2014 ben 12 terroristi sono stati eliminati dalle forze di sicurezza e 32 gli arrestati. L’ultima operazione di questo mese risale alla notte di giovedì Derbent, nella zona meridionale del paese, dove una cellula composta da tre jihadisti è stata neutralizzata.

Lo scorso 6 ottobre le forze speciali russe hanno ucciso, durante uno scontro a fuoco, Alidibir Asludinov, estremista da poco rientrato in Daghestan dopo essere stato per un anno e mezzo in Siria a combattere insieme ai jihadisti; secondo fonti locali, Asludinov si era unito alla banda “Kizilyurt” ed era in procinto di preparare un attentato. La jihad fa breccia li dove lo Stato e le sue istituzioni sono assenti, questo è un dato di fatto e la Russia l’ha sperimentato in prima persona in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, quando i vari movimenti islamisti radicali hanno iniziato il processo di infiltrazione, non solo nel Caucaso ma anche nelle repubbliche dell’Asia centrale come l’Uzbekistan, il Tajikistan e il Turkmenistan. Fatto sta che la Russia ha dovuto trovare in tempi brevi le modalità più opportune per affrontarlo e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Fonte: L’Intellettuale dissidente

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