"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

La battaglia dei “guardiani della pace”

Nuland Poroshenko

di Viktor Shapinov

Nessuno crede alla tregua. Forse, con l’eccezione di Vladimir Putin il quale ha proposto al Consiglio della Federazione di ritirare la decisione di di permettere l’utilizzo dell’esercito russo nel territorio dell’Ucraina. Naturalmente i sostenitori delle autorità russe vedono nelle azioni del presidente la sua “stuzia”, che si è dimostrata in precedenza con la stretta di mani con Poroshenko (il presidente ucraino) o nell’entusiasmo per l’annuncio delle autorità di Kiev della possibilità di un pagamento parziale per il gas. Tuttavia a noi sembra che, se il leader russo confida nella possibilità della pace, si sta sbagliando seriamente.Inoltre i fatti, con la ripresa delle azioni militari già avvenuta, parlano da soli. In pratica, le condizioni per la pace proposte da Poroshenko non convengono a nessuno.

Naturalmente tutti sono contenti per la tregua raggiunta ma è troppo presto per parlare di una pace di lunga durata. La pace, alle condizioni del piano Poroshenko, non conviene alle Repubbliche dell’Est perché non c’è alcun riconoscimento di queste formazioni statali, visto che neppure si riconoscono i diritti dei soggetti di una Ucraina federale unita. Kiev presenta condizioni da capitolazione non di una pace democratica in cui si tenga conto degli interessi di tutte le parti.

Non conviene questo piano di pace agli “falchi” ucraini del così chiamato “partito della guerra”. In questo partito c’è Kolomoyski, il quale, sotto il frastuono della guerra, ha costruito un impero federale, come uno stato di impresa privata, mettendo sotto il suo controllo non soltanto Dnepropetrovsk ma anche la regione di Odessa ed anche la città di Kharkov. Kolomoyski di sicuro ha iniziato per suo conto a condurre una sua politica estera, riunendosi con l’ambasciatrice americana Victoria Nuland in Odessa, separatamente dal governo di Kiev.

Si trova nel partito della guerra anche quello che si arricchisce con la guerra: dai generali allo stesso Kolomoyski, vendendo a prezzi esorbitanti materiali, combustibili e lubrificanti. Come naturalmente si trovano nel partito della guerra tutti quegli “eroi” dell’operazione antiterrorista che, invece di trovarsi in una prigione a vita per propaganda nazista, abusi, violenze, assassinii e torture, hanno ricevuto armi e riconoscimento ufficiale in qualità di ogni tipo di battaglione. I protettori esterni del partito della guerra sono quei gruppi dell’amministrazione USA che scommettono sulla strategia del “caos organizzato”, la stessa che utilizzano anche nel Medio Oriente arabo.

Alla fine, la pace, alle condizioni di Proshenko, non conviene alle regioni del sud est coinvolte nella guerra.
Queste regioni si trovano sotto l’occupazione da parte di ogni tipo di formazioni paramilitari nazionaliste, leste a reprimere qualsiasi manifestazione di scontento. Aggiungendosi a questo una crescente repressione contro ogni opposizione politica.
Soltanto in Odessa e Kharkov si sono arrestate già decine di prigionieri politici e questo senza contare le decine di attivisti antiMaidan uccisi per mano di militanti neonazisti. In questa regione, i lacchè del regime controllati e nominati da Kiev, come anche da Kolomoyski, naturalmente non risolvono né i problemi sociali, né quelli politici, né linguistici che avevano spinto gli abitanti del sud –est alla insurrezione. Tuttavia per adesso, al di fuori del Donbass, l’insurrezione è senza armi.

Così torniamo al punto di uscita. L’unica opportunità per la pace si trova in una forma federale ed in un ampio autogoverno, come minimo, per le regioni del sud-est. Con questo si potrebbe in qualche modo arrivare ad una pace. Ma questo non conviene a Poroshenko, il quale in tal caso si vedrebbe obbligato a soddisfare le esigenze iniziali degli anti-Maidan- questo è il fatto-, quelle dei suoi nemici politici e militari.Questo significherebbe la sua sconfitta.

In relazione a questo lo stesso Poroshenko forse potrebbe rassegnarsi a tale sconfitta. Non sarebbero però mai d’accordo con questa, tutti quei “Frankstein” che sono stati creati e che sono stati portati alla politica dai fatti di Maidan. I battaglioni dei neonazisti, dopo aver subito una umiliante sconfitta per mano dei ribelli del sud-est torneranno a Kiev per cercare colà quelli che hanno piantato un coltello nella schiena all’esercito. Piccoli fuhrers pazzi indicheranno i “traditori” che non hanno voluto marciare ai separatisti e sabotatori. Già si odono queste voci. In questo modo l’isteria nazionalista e militarista attizzata dalle autorità di Kiev si ritorce contro lo stesso governo. Sarebbe disposto il presidente ad accettare questo? Per quanto si è visto no.

Per questo si continuerà a spargere sangue e il conflitto, molto probabilmente, sarà lungo. La guerra deriva dalla propria natura politica e sociale del nuovo potere a Kiev. Vive per la guerra, la pace risulterebbe mortale per loro.
Se non si è coscienti di questa verità, si può seguitare ad ingannare per molto tempo con i “piani di pace” e altre belle parole dette da Kiev sotto le esplosioni delle bombe e i colpi di artiglieria.
Tutti sappiamo che una cattiva pace è meglio di una buona guerra, ma è anche necessario capire che in tutto il sud est, incluso nelle regioni dove la guerra si è manifestata solo nella forma di repressione e duro castigo, questa pace sarà possibile solo dopo la sconfitta del regime di destra di Kiev.

Fonte: Rebelion

Traduzione: Luciano Lago

*

code