"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Indipendentismi regionali: quali rischi?

Riceviamo e pubblichiamo

di A. Terrenzio

Le elezioni in Catalogna, hanno visto la netta affermazione degli indipendentisti Junts pel Si (Uniti per il Si). Il partito del governatore uscente, Arturo Mas, grazie all’alleanza insolita con gli indipendentisti di sinistra del Cup, si e’ riconfermato, riuscendo ad ottenere 72 seggi su 135.

Le minacce del governo centrale, di una possibile fuga di capitali e di un’uscita dall’Euro della regione catalana, piu’ un’estromissione del Barcellona dalla Liga, non hanno dissuaso la maggioranza dei catalani, a votare per l’indipendenza.

Tuttavia, pur superando 68 seggi per la maggioranza in parlamento, con il 47,2% delle preferenze, la coalizione guidata da Mas non giunge neanche alla meta’ del totale dei consensi.

Grave debacle dei socialisti e inequivocabile bocciatura del partito Popular di Mariano Rajoy. Si conferma seconda forza politica Ciudadanos (Cittadini), che raccoglie comunque la meta’ dei voti di JxSi’.

Dopo tale risultato, il potere contrattuale del ri-eletto presidente sale decisamente. Qualora non riuscisse ad ottenere maggiore autonomia da Madrid, entro 18 mesi, minaccerebbe di portare la Catalogna fuori dalla Spagna e dall’Eurozona.

Come ricordato nell’editoriale di Lucio Caracciolo su Limes, le conseguenze di tale voto potrebbero riaprire il vaso di Pandora delle autonomie regionali, coi Paesi Baschi in testa, a reclamare un referendum sul modello catalano. Ed avere anche ricadute geopolitiche continentali, riapreando soprattutto questioni tutt’altro che chiuse, come quella scozzese.

Al di là’ delle motivazioni storiche, politiche ed economiche, che legittimano l’indipendentismo di molte regioni europee, e’ qui di nostro interesse, analizzare, varie pressioni e strumentalizzazioni che potrebbero nascondersi dietro il diritto all’ ”autodeterminazione del popoli”.

Se infatti e’ indubbio che la globalizzazione economica e culturale, con la devoluzione di sempre maggiori quote di sovranita’ politica e monetaria ad organismi sovranazionali come l’UE e la BCE, abbiano riacceso il bisogno di identita’ e di sovranita’ dei popoli, non si puo’ sottovalutare, l’ambiguita’ di certe leve identitarie, di come esse finiscano per diventare lo strumento di personaggi come Soros e la sua Open Society.

Infatti, il magnate ungherese, tramite la sua organizzazione, ha piu’ volte soffiato sul fuoco delle diatribe etniche/regionali, sin dai tempi della ex-Jugoslavia, (si ricordi il ruolo del movimento politico serbo Otpor, nella caduta di Slobodan Milosevich).

Due anni fa’, tramite una “Rivoluzione colorata” e le sue ONG ha riacceso la questione ucraina, ed ora lo vediamo dietro progetti come la “Grande Albania” e la “Grande Macedonia”, per diffondere caos nei Balcani.

Dietro sedicenti interessi filantropici, all’insegna del “piu’ diritti e piu’ democrazia”, si celerebbe l’obiettivo di creare focolai di tensione per destabilizzare gli Stati non allineati al voleri atlantici.

L’indebolimento degli Stati nazionali obbedisce a diversi interessi di carattere finanziario, geopolitico e militare.

Finanziario, poiché destabilizzando gli Stati recalcitranti alle politiche di austerita’ dell’UE gli organismi centrali, come quello bancario Europeo, ne uscirebbero rafforzati.

Geopolitico, visto che piccole regioni, dallo scarso peso demografico e politico, potrebbero opporsi con molta più’ difficoltà’ alle decisioni di quest’UE a trazione americana.

Infine militare: piccole regioni, risulterebbero facilmente condizionabili, rispetto a Stati Nazione che volessero dare grattacapi agli Usa e manifestare insubordinazione alla Nato.

Appare cosi’ evidente, come la Finanza Usa con la Nato, abbiano tutto l’interesse a cavalcare l’onda degli indipendentismi.

Inoltre, sarà’ utile ricordare che durante “Tangentopoli”, la Lega “secessionista”, supportata anch’essa da Soros, ricopri’ un ruolo analogo ai partiti independentisti odierni. Essa, risulto’ funzionale a quel progetto di destabilizzazione della penisola che con la “messinscena” della rivoluzione del pool di mani pulite doveva disfarsi di quella vecchia classe politica “corrotta”, non più’ utile a Washington.

Ritornando invece alla situazione attuale del vecchio continente, esso sembra esposto a più minacce, interne ed esterne.

Gli Usa e le Ong targate Soros non esitano a finanziare i migranti, per creare delle emergenze umanitarie, che costringano i membri dell’UE a nuove iniziative militari sotto l’ombrello Nato. Inoltre, soffiano sul fuoco dei movimenti indipendentisti, al fine di “balcanizzare” l’Europa, attraverso i regionalismi.

Entrambe le direttrici hanno come comune denominatore, l’ingessamento dell’Europa: far si che essa non si liberi dal padrone americano.

Ecco perchè sara’ necessario vedere oltre quelle che sembrano le cause legittime di autodeterminazione dei popoli.

Se infatti lo scontro geopolitico planetario vede oramai come attori principali solo i grandi blocchi continentali, un’UE delle microregioni, senza nessuna volontà’ sovrana e visione geopolitica, sarà’ un soggetto ancor piu’ debole ed impotente che subirà ancora più pesantemente il predominio americano.

Nella foto in alto: il leader dei secessionisti Artur Mas festeggia i risultati elettorali

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  1. giannetto 1 anno fa

    In Europa l”indipendentismo regionale è, culturalmente, antropologicamente, politicamente, un fenomeno ambiguo…. direi obsoleto, di solito. La maggior sensata sua rivendicazione oggettiva è di tipo economico: certe regioni funzionano come vacche da mungere a pro’ di altre. Ed è quel che gli indipendentisti non vogliono. Tutti i corollari che ci si appiccicano sono folklore, che, nei fatti, non ha neppure tanto senso: ognuno rivendica le proprie “peculiarità”, ma son chiacchiere: ogni società è omologata, uniformata, amerikanizzata.

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