"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Il valore dell’identità

Identità

di Pasquale Antonio Riccio

Il tempo del politicamente corretto è anche il tempo dei grandi problemi ed accadimenti storici che stiamo vivendo: dalla crisi economica alle nuove ondate migratorie dall’Africa verso l’Europa, per arrivare al terrorismo internazionale ed alle diverse guerre disseminate su tutto il globo.

Nel caos che sembra avvolgere le vicende umane sono molteplici gli argomenti e le questioni che si potrebbero porre, eppure vorremmo invitare a una riflessione in merito a quella che sembra essere la vittima designata di questo ardente desiderio di nichilismo, ossia l’identità.

Guardiamoci intorno: la peggiore concezione del divenire, del “tutto passa e muta” sotto un cielo che non è mai lo stesso, ha ormai invaso ogni spazio della vita privata e sociale degli uomini. Sembra proprio che oltre i desideri mutevoli del momento del singolo non vi sia nulla che possa contare davvero qualcosa e che tutto sia divorato dall’utile, dal profitto e per dirla in parole molto in voga in certi circoli anti-sistema dalla voracità del capitale.

Il capitalismo, la turbo finanza – come spesso abbiamo sentito definire lo stadio capitalistico che stiamo attraversando – sembra procedere senza sosta, divorando non solo la ricchezza dei singoli e delle nazioni, ma anche l’idea stessa di nazione, di radici, di cultura dei popoli e dei singoli, ovvero cancellandone le identità.

Sicuramente il sistema economico, così come lo conosciamo, presenta delle falle e molti elementi nocivi per la tenuta sociale delle comunità, ma ad esso si accompagna – non necessariamente causata dall’aspetto economico – un’idea dell’uomo, del tempo e della storia totalmente differente da quella che nel corso dei millenni l’uomo ha elaborato e sulla quale ha impostato e vissuto i propri orizzonti di senso.

Parliamo quindi di quell’idea, quel modo di essere, vivere e sentirsi figli dei propri padri – non solo biologici – chiamati a vivere il presente partendo da ciò che si è costruito in passato, proiettandosi verso il futuro con la consapevolezza di essere ben radicati nella vita e nel tempo.

Culture, civiltà e valori ad esse collegate hanno per millenni accompagnato la vita di ogni singola persona, aiutandola ad affrontarne le innumerevoli sfide, ma anche le gioie, facendola sentire parte di una “storia più grande”.

L’appartenenza, per quanto ripudiata in nome di una vaga ed astratta libertà che pretende di esulare gli individui dalle responsabilità, atteggiamento così in voga nei nostri giorni, è risultata per millenni costitutiva per ogni vita ed avventura umana. Eppure, attraverso un processo lungo il nichilismo delle idee e dei valori ha cominciato ad erodere ed attaccare queste certezze, realizzando sintesi apparentemente improbabili tra materialismo e spiritualismo, sacro e profano, reale ed irreale.

Le giuste battaglie per i diritti civili ed i progressi sociali che nel corso della storia hanno portato ad un miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, sono state usate costantemente come grimaldello per abbattere quanto di buono restava anche in culture e modi di essere bollati come “retrogradi”. Così per ogni passo compiuto in avanti ne sono stati fatti, lentamente ed a volte inconsapevolmente per i più, almeno il doppio all’indietro.

Una visione concreta di quanto appena esposto la denunciano con sempre più vigore filosofi e studiosi provenienti da culture distanti, ma che cercano di richiamare l’uomo alla sua umanità e al non essere oggetto tra gli oggetti, riducendosi a schiavo della tecnica. In nome della libertà e della libertà di pensiero ogni giorno vengono messe al bando le idee non ritenute valide e soprattutto utili dal pensiero unico e dal mercato. Sarebbe un paradosso banalissimo e semplicissimo da riconoscere, se non fossimo così sradicati da noi stessi e dal pensarci e viverci come comunità.

Capita, pertanto, che in questo mondo tremendamente affollato di solitudini che forse nemmeno si sfiorano, assistiamo alle guerre tra poveri e a diseguaglianze sociali e culturali da far accapponare la pelle. Torniamo, quindi, all’identità: se ne denunciano le nefandezze perché la sua difesa è spesso presentata come non-cultura e prologo del razzismo e ostacolo per il dialogo tra popoli e culture. Eppure è proprio l’identità di ciascuno ad essere alla base di ogni dialogo. Se non ci riconosciamo per quello che siamo come possiamo pretendere di incontrarci?

Spesso vengono poi accusati di razzismo quanti hanno fatto della propria vita una ricerca costante di conoscenza ed incontro solo perché in questi tempi di grandi migrazioni e fallimenti a ripetizione dei modelli storici del multiculturalismo (su tutti quello francese) “osano” provare a far notare che le comunità colpite dalla crisi valoriale, sociale ed economica non riescono ad accogliere tutti coloro che sono in cerca di una nuova casa. E’ sempre accaduto e sempre, secondo il mio modestissimo avviso personale, accadrà.

Ma questa è solo una prima considerazione che porta ad seconda domanda un po’ più “forte”, ma fondamentale. Essa rappresenta una sfida ed un interrogativo che la cultura europea deve porsi prima che sia troppo tardi, ovvero se vuole continuare ad esistere come civiltà. Oltre ogni retorica: ha ancora valore per noi uomini e donne di questo secondo millennio sentirci europei e cristiani (non bisogna per forza essere credenti per esserlo) oppure vogliamo diventare qualcosa di diverso?

Sia chiaro: non si nega qui l’incontro che sempre c’è stato tra le diverse culture dell’Europa con quelle del Mediterraneo e dell’Asia, ma di ciò che da millenni ha contraddistinto e garantito proprio quell’apertura verso l’altro da noi.

Chi ci chiede aiuto – come ben sa ogni “emigrante” lontano dalla propria Patria – non rinuncia alla propria storia, al proprio senso del sacro, alle proprie tradizioni e soprattutto non potrà “integrarsi” mai pienamente in ciò che non si fa riconoscere. Dove c’è il nulla, imperano il caos ed il contrasto ed è proprio così che senza identità si lascia spazio a disvalori, a terrore, sfruttamento e rabbia.

Se non apriamo gli occhi su ciò che noi siamo stati, siamo e su ciò che vogliamo essere corriamo il rischio di accogliere migliaia e poi milioni di persone da destinare, ad esempio, alla schiavitù moderna del precariato in nome del profitto ed alimentare al contempo la guerra tra poveri in cerca di una nuova Patria e poveri che hanno smarrito interiormente la propria “Patria”.

La speranza nel domani passa per la necessaria esigenza di non rinnegarsi per re-incontrarsi e ri-scoprirsi ed essere di nuovo Comunità. Solo così ogni incontro ed accoglienza vera e non mediatica sarà possibile.

Fonte: Katehon

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  1. Tania 4 settimane fa

    Bellissimo articolo, molto importante davvero, qui ci stiamo giocando tutto…
    Ci vogliono androidi, anzi, peggio, che anche gli androidi di Blade Ranner avevano bisogno di radici…
    Ma poi io dico, ma perché devo prendere per buone le pretese di un minuscolo gruppetto di esseri immondi che vivono in un mondo a parte? Se ne stiano nel loro mondo senza disturbare il nostro. GRAZIE!

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  2. Salvatore Penzone 4 settimane fa

    Quello che accade in Medioriente con l’azione di orde demolitrici di tagliagole al soldo dell’Occidente politicamente corretto, ci mostra chiaramente l’intenzione malsana di cancellare, anche le tracce, di quelle antichissime civiltà patrimonio di tutti, per scrivere un futuro senza radici, senza identità.
    La crisi di decadenza in cui ci dibattiamo è nata soprattutto dall’influenza che ha avuto sulla coscienza di ognuno l’ideologia postmoderna che ha accompagnato la globalizzazione liberista.
    La nostra società, così pronta all’accoglienza e pronta a demonizzare ogni confine identitario, ha una concezione della natura dell’essere umano caratterizzata da un assoluto individualismo, dove è l’interesse personale a primeggiare; dove l’affermazione del proprio io e la sua soddisfazione diventano gli elementi principali del canovaccio del politicamente corretto; dove tutto viene svuotato di senso perché, appunto, “esistono solo gli interessi”. Se prendiamo ad esempio quello che accade al sistema americano, vediamo che la società multirazziale, ora profondamente in crisi, era tenuta insieme dalla prospettiva che la salvaguardia dell’interesse personale, che veniva prima di ogni altra cosa, fosse garantita, a ogni atomo del corpo sociale, dal mercato. “Ogn’uno per sé e il mercato per tutti” è stata la logica che ha intessuto il Sogno Americano. La finanziarizzazione del sistema poi ne ha portato alla luce la natura di luogo eminente di una selezione darwiniana basata sui principi di forza e spregiudicatezza. Così è diventato a tutti palese che Il mercato risulta, in realtà, fatto per concentrare il potere in pochissime mani. In precedenza, anche se l’interesse di ogni individuo confliggeva con quello degli altri, il fatto di credere che la somma degli interessi individuali potesse essere regolata dalla sua mano invisibile, portava a credere di avere tutti le stesse opportunità, e questo faceva sì che il sistema, apparentemente, reggesse.
    Quello che abbiamo ottenuto è, in realtà, un ritorno all’uomo ferino, uno stato che tutti temono, additandone la colpa a un presunto conflitto identitario e confessionale che, però, è stato ben orchestrato da chi, da tempo, ne ha teorizzato l’avvento. In una società sì fatta l’apertura dei confini non serve a creare inclusione ma serve a trasmettere ad altri l’isolamento e la chiusura in se stessi come un’infezione. Come scriveva Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev: «L’essenza del conservatorismo non è l’impedire il progresso in avanti e verso l’alto, ma l’impedire il movimento all’indietro e verso il basso, nella tenebra del caos e nel ritorno a uno stato primitivo». Lo svuotamento in cui siamo indotti è funzionale a una democrazia di facciata che ci porta a sostenere i piani di una ristretta oligarchia. L’idea dell’interesse personale ci ha reso schiavi delle logiche del mercato, ci ha fatto accettare senza resistenze la diffusione di un capitalismo finanziario senza regole e una prassi politica che si muove fuori dalla logica giuridica sia a livello locale che internazionale. Da qui la tendenza generale ad accettare una politica che sappiamo non essere in grado di rappresentarci e ad accettare supinamente di essere governati da entità sovranazionali che poco sanno di noi e di ciò che ci serve veramente. La nostra società atomizzata ha svuotato di senso ogni rivendicazione sociale e istanza di cambiamento. Perché combattere e per che cosa? Ecco, quindi, la necessità di “ricompattarsi”, far sì che questi atomi partecipino di nuovo alla formazione del “nucleo”, che è la ragione per cui esistono. E bisognerà ricominciare dalla famiglia, il primo nucleo preso di mira perché sta a fondamento della società, per passare poi alla comunità cittadina, nazionale, fino ad arrivare poi a pensare a una comunità internazionale che rispetti l’identità e la sovranità di ogni paese. Bisognerà fermare le guerre che producono massicci flussi di rifugiati, permettere a queste persone di tornare nelle proprie terre aiutandoli nella ricostruzione, Ogni nazione europea dovrà ritrovare la sua sovranità abbandonando la UE e la NATO, e sostenere la creazione di un ordine internazionale multipolare che, come dice Putin, dovrà avere come valori di fondo il rispetto della sovranità, della cultura, dell’identità e delle linee di sviluppo che ogni paese si dà. Si dovranno ricostruire le comunità perché la ricchezza e il progresso nascono dalla collaborazione, dallo stare insieme, perché lì vi è la condivisione di idee, competenze, creatività, impegno. Quando si collabora si cresce, ed è così che si è prodotta l’evoluzione nel genere umano. Nella nostra società atomizzata, invece, ci si mette insieme in uno spirito di competizione, fatto più per aggredire che per costruire. Tutto quello che la “nostra” civiltà postmoderna ci propone, è contrario e ostacola questa connessione che è alla base di ogni vero progresso, quindi sarà necessaria una radicale rivoluzione dell’idea di Umanità e dell’organizzazione che questa si dà.

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    1. Citodacal 4 settimane fa

      In modo apparentemente paradossale, l’uomo individualista e liberista dipende ancor di più dall’ “altro”, così come il dominatore abbisogna di soggetti che vengano dominati: pertanto ne dipende. Il principio di libertà, quantomeno nell’ambito formale della manifestazione – perché se ne allarghiamo la portata all’ambito metafisico assume un profilo ancor più articolato -, si fonda sul riconoscimento della identità e differenza altrui, fosse pur quella del criminale. Non è possibile un rispetto dell’altro, e conseguentemente di se stessi (1) senza riconoscerne la diversità, il che implica la necessità di esercitare uno sforzo consapevole per riconoscere all’altro identica dignità umana, sebbene la forma che l’altro assume sia differente dalla propria. Il liberismo e l’egualitarismo attualmente propugnati eludono questo sforzo verso la diversità; dicono di alleggerire l’essere umano da questa incombenza, poiché riducendo le differenze se ne riduce anche la tendenza alla conflittualità, ma così operando non fanno altro che sospingere verso un’omologazione – peraltro impossibile a compiersi realmente ed esaustivamente se consideriamo la variabilità intrinseca nel genere umano – che riduce le possibilità umane a quelle più superficiali, menomandone di fondo la ricchezza esistenziale.
      Per molti versi è una tendenza analoga a quella dello scientismo: se riduco il mio campo d’indagine ho più probabilità di ottenere responsi certi, e la serie indefinita intrinseca alle cose simula una variabilità sufficiente a lasciar credere che esista una vera pluralità. Ma intanto ho limitato l’essere umano a una sola dimensione, o poche, del suo “essere” reale, le quali dimensioni sono, per forza di cose, le meno eccelse.

      (1) Bisogna porre attenzione a non confondere il rispetto che ciascuno deve imparare anzitutto per se stesso, in quanto essere creato a prescindere da se medesimo, con l’autoreferenzialità. Nel primo caso è richiesta la propria auto-conoscenza, e dunque uno sforzo d’indagine che proceda oltre le apparenze contingenti, nel secondo ci si affida solamente alla propria istintualità immediata.

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    2. Tania 4 settimane fa

      Bellissimo commento.
      Non posso votarlo perché non riesco a votare, il computer ha dei problemi.

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      1. Tania 4 settimane fa

        Veramente mi riferivo al commento di Salvatore Penzone, poi per dire che anche Citodacal ha detto cose fondamentali, insomma, 3 articoli con quello di Riccio da leggere ai tiggì alle 20,00, se fossimo una democrazia.
        Invece questi articoli in quanti li leggeranno?
        Quando è arrivata la rete Internet ero perplessa perché del potere non mi fido e non mi fiderò MAI, il potere è come stare in una vasca piena di serpenti a sonagli tranquilla che non mi succederà niente, mi sono quindi detta, “perché questo regalo? Hmm… non mi piace…”
        E infatti sembra un regalo, la libertà di sapere tutto e che tutti sappiano quello che pensi, ti senti in collegamento con il mondo intero, ma quale è invece la storia vera? Che mentre gruppi di persone, gruppi più o meno grandi, comunicano tra loro, chi ci ha dato Internet ha il controllo su tutti, il 100% della rete sotto controllo, noi ci controlliamo a gruppi, il padrone ci controlla tutti, ecco il bel regalo, ma infatti cosa altro poteva essere se non l’ultimo strumento in ordine di tempo per gestire il potere?

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        1. Citodacal 4 settimane fa

          @Tania
          In tutta onestà, preferirei che al TG fossero lette notizie più inerenti ai fatti della vita immediata (possibilmente veritiere e non edulcorate, o contraffatte). La formazione (etica, culturale, religiosa, di pensiero, ecc.) è meglio che si compia in altre sedi, ove sia possibile un interloquire anche critico, una assimilazione, un lavorio interiore. Ed è anche bene che questa formazione avvenga per gradi, stimolando i candidati a procedere secondo un reale interesse, quindi incoraggiandoli a cercare soprattutto da se stessi (il che non vuol dire dar libero sfogo alla propria fantasia, semmai il contrario, essendo alquanto facile l’auto-menzogna), a costo d’incappare pure in clamorosi errori. Peraltro una autentica formazione non si conclude giammai, viepiù se accordiamo credito a Platone allorché sosteneva (Teeteto, 155d) che “…si addica al filosofo questo che tu esperimenti, di esser pieno di meraviglia; né altro inizio ha il filosofare che questo”. Tutto ciò non si può né formalizzare, né standardizzare: la sola cosa acconsentita è quella di procedere con metodo, essendo sempre attenti a che lo stesso non sclerotizzi nell’abitudine, o nel dogmatismo.
          Occorre puntualizzare oltremodo come lo stupore, o la meraviglia, siano ben altro dalla saturazione dei sensi, delle sensazioni e dei sentimenti, essendo tutte queste cose estremamente manipolabili e soggette a condizionamento; e infatti, la cosiddetta “cultura” attuale ha reso stupore e meraviglia sinonimi di sazietà, banale entusiasmo, stordimento psichico, percezione mediata esclusivamente dalla sensazione, ricerca di quel “divertissement”, che giunge fino allo sballo e quindi ben riflette l’etimo latino del termine (devertere=deviare), su cui aveva messo in guardia anche Pascal.
          Per molti versi, la televisione – e a maggior ragione un TG – sono l’equivalente della montagna che va a Maometto: ma se Maometto vuol compiere realmente l’esperienza, è bene che sia lui ad andare alla montagna.

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    3. Umberto 4 settimane fa

      Tutto ha senso nelle tue parole. L’ unico ostacolo è: come? Ed è un ostacolo valicabile solamente con un grande evento mondiale catalizzatore, che riporti tutti coi piedi per terra, accenda nuovamente i cervelli, dia – mediante privazione – la forza di ricostruirsi un futuro gettando basi sulla roccia e non sulla sabbia. Non esiste, nella situazione alla quale siamo addivenuti, soluzione meno dramatica di una guerra, sociale e militare o meglio di un cataclisma naturale. Non voglio essere catastrofista, ma non vedo altro input più incisivo. Il deserto è molto ampio ed è entrato dentro molti uomini.

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      1. Umberto 4 settimane fa

        A Salvatore e per tutti la mia risposta

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  3. PieroValleregia 4 settimane fa

    salve
    per approfondire questo tema e capirlo interamente mi permetto di suggerire la lettura di questo libro, a firma di Enzo Pennetta
    Inchiesta sul darwinismo…qui le notizie sul testo
    http://www.enzopennetta.it/wordpress/?p=380
    mi ha totalmente aperto gli occhi sul perchè di quello che stiamo vivendo (subendo in realtà)
    saluti e buona giornata
    Piero e famiglia

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    1. Citodacal 4 settimane fa

      Grazie per la segnalazione. Suggerisco anche l’opera a quattro mani, redatta dal professor Giuseppe Sermonti, genetista e agronomo, insieme al professor Roberto Fondi, paleontologo, intitolata “Dopo Darwin. Critica all’evoluzionismo” (se ne può scaricare copia in italiano al seguente indirizzo: http://ebooks.readbook5.com/). Qui l’attenzione è rivolta soprattutto all’ambito scientifico del perché la teoria darwiniana – che resta tuttora teoria – sia incompleta, contraddittoria e suscettibile, sul piano sociale, etico e culturale, di deformazioni aberranti. Riportiamo la citazione, posta in apertura alla Premessa del libro, tratta da George Bernard Shaw: “Mai nella storia, per quanto ne sappiamo, c’è stato un tentativo così determinato, riccamente sovvenzionato, politicamente organizzato di persuadere il genere umano che tutto il progresso, tutta la prosperità, tutta la salvezza, individuale e sociale, dipende da un conflitto indiscriminato per il cibo e il denaro, dalla soppressione ed eliminazione del debole da parte del forte, dal Libero Commercio, dal Libero Contratto, dalla Libera Competizione, dalla Libertà Naturale, dal Laisserfaire: in breve, dall’abbattere il nostro simile impunemente.”

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      1. Salvatore Penzone 4 settimane fa

        Nel “Il darwinismo applicato ai popoli e agli stati”, 1910, Alfred Kirchhoff scriveva: “la guerra non è un male inevitabile, ma un bene, anche se accompagnato da lutti e distruzioni. Anche la più distruttiva può essere una benedizione: è come un violento temporale che spazza spazza via l’afa e lascia i campi più verdeggianti di prima”. E ancora: “Del resto, la stessa, incessante concorrenza economica tra i popoli spinge, per “necessità naturale” a guerre che prima o poi devono scoppiare” . Ecco queste sono le basi su cui si è fondata la moderna “civiltà” capitalistica.  Resta il fatto che ora tutte le contraddizioni, ipocrisie, gli egoismi, le menzogne, la violenza e la volontà di dominio, con la globalizzazione sono arrivate a un livello assoluto di manifestazione, rendendone evidente la natura distruttiva. Ai primi mercantilisti fu possibile fare della potenza dello Stato il paradigma fondamentale dell’agire economico teorizzando che la guerra fosse, per quest’ultimo, un motore di espansione dell’economia e di sviluppo tecnologico solo perché i conflitti erano ancora chiusi dentro dei confini. Ad esempio, per quanto le ultime due guerre fossero considerate mondiali per la partecipazione di un gran numero di nazioni, in realtà non lo erano realmente perché l’intero continente americano ne rimase fuori. Questo permise l’espansione della potenza americana. Quando, invece, la guerra rischia di diventare globale perché gli interessi delle potenze si estendono all’intero pianeta e le tecnologie sono tali da portarla ovunque (armi atomiche, missili balistici intercontinentali) allora l’espansione trova il suo limite. Lo stesso vale per le guerre di natura commerciale e finanziaria.  Finché può fare ricorso a nuovi mercati ci sarà sempre la possibilità di espansione per il paese esportatore. Quando però, per effetto della globalizzazione, il predominio viene esteso su tutti i mercati, la crisi della domanda, indotta dalle politiche mercantili, si ripercuoterà irrimediabilmente sull’economia dominante portando nei suoi confini la stessa povertà prodotta nelle economie delle altre nazioni. Ragione per cui oggi sono le potenze emergenti quelle consapevoli della necessità di norme che  favoriscano la collaborazione nel rispetto degli interessi comuni.  Non più concorrenti ma veri partner. E non è una questione solo morale. Non c’è altra strada a meno di non volere il collasso economico dell’intero pianeta o una guerra distruttiva che non vedrà alcun vincitore. Lo stesso vale per ogni strategia finalizzata agli interessi di uno solo, figuriamoci una strategia  che adotta la pratica di produrre “caos”, distruttivo per ogni equilibrio, per ogni accordo diplomatico e per ogni progetto di pace. La logica “squalo mangia squalo” o “lupo tra i lupi” non è più adattabile alla realtà del nostro mondo.  Ma la scelta di cambiare orientamento va fatta, comunque, individualmente perché alla fine è sempre dalla singola persona che partono i processi collettivi.

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        1. Citodacal 4 settimane fa

          La logica dello “squalo mangia squalo” o del “lupo tra i lupi” è da considerarsi una deviazione recente nell’ambito della storia umana. Intendiamoci: non che fino al momento in cui essa è stata postulata su ampia scala siano esistiti soltanto esseri umani mansueti, onesti e leali, pur tuttavia vi sono indicatori che quantomeno lasciano supporre come, in civiltà passate, si avesse una maggior percezione reale di certe angustie caratteriali dell’umanità e di come le stesse, tutt’altro che sottovalutate oppure esaltate come testimonianza della vitalità esistenziale, venissero indirizzate verso pratiche di vita, anche cultuali, che le imbrigliassero fino alla trasmutazione. La stessa guerra conobbe periodi in cui – e oggi questa percezione sarebbe bollata come bestemmia – veniva ad essa riconosciuto un valore sacrale, ragion per cui non se ne doveva abusare, ma condurre entro lo stretto necessario, da operatori responsabili e consci del potere distruttivo della stessa, i quali soggiacessero coscientemente a regole che fossero anche una via formativa e sapienziale rigorosissima (vedere i Codici cavallereschi occidentali, la visione che il genio di Bernardo concretizzò per l’Ordine dei Templari, il Bushido giapponese, come esempi, ma anche la Bhagavad Gita e il passo del Tao-te-ching in cui Lao-tze afferma che sia buon guerriero chi sappia fare a meno di combattere – diremmo, in altri termini, non chi si sottragga al combattimento, bensì colui che lo trascenda).
          Peraltro, a memoria, ricordo d’aver letto che anche l’etologia del branco di lupi sia culturalmente parecchio infiltrata da vergognose e indecorose “leggende” che ne definirebbero ingiustamente la natura spietata e sorretta rigidamente dagli individui alfa dominanti; è vero il contrario: il lupo sa essere gregario e collaborativo e gli elementi dominanti si accollano i rischi più diretti (come, del resto, vorrebbe una logica degna di questo nome: che i più forti difendano i più deboli). Verrebbe pure da ricordare, in analogia, la presenza dei “berserkir” (uomini-orso) e degli “ulfhednar” (uomini-lupo) nelle società germaniche e norrene, ovvero di guerrieri d’élite, soggiacenti a iter formativi probabilmente di tipo sciamanico, che si specializzavano nel “furore” bellico a favore e difesa della propria comunità.
          Dirottare questa visione da un lato verso l’esaltazione della logica del più forte in senso individualistico, dall’altro lato del più forte come minaccia al “gregge”, e di pari passo privarla della propria visione iniziatico-sacrale, è stato dunque come sollevare il tappo al fatidico vaso di Pandora: il risultato ottenuto ha fatto sì che le forme distruttive presenti nell’animo umano possano riversarsi per ogni dove, in ambiti e forme le più svariate, non soltanto prive d’un ordine superiore verso cui trasmutarsi, ma anche legittimate da una visione “libertaria” e cosmetica a dir poco demenziale.

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  4. giannetto 4 settimane fa

    Il parto necessario di Big Brother è la Animal Farm, dove finalmente i porcelli saranno sgozzati “in automatico”, seguendo l’iter pre-rogrammato. Del resto, già succede… Tutto il resto mi sembra già archeologia accademica.

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