"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Il mito del “libero” commercio globale

di Pepe Escobar

La chiave del TTIP è il cosiddetto meccanismo di risoluzione delle dispute tra investitori e stati, che essenzialmente dà alle grande compagnie il potere di fare causa ai governi per “mancata implementazione”, nel caso le politiche o le leggi statali interferiscano con i loro profitti. Ma si tratta solo di commercio o c’è dell’altro?
C’era una diretta e cruciale agenda “segreta” che collegava l’incontro del G7 in Germania con quello del Bilderberg, tenutosi in Austria la settimana scorsa: l’avanzamento dei negoziati virtualmente segreti per il Partenariato Transatlantico per il Commercio e l’Investimento, l’imponente accordo commerciale tra USA e UE. Sebbene i poteri aziendali dietro al TTIP scalpitino affinché venga raggiunto un accordo prima della fine del 2015, restano dei seri problemi.

E poi c’è stato il voto di venerdì scorso al Congresso USA. Di fatto due voti: uno per autorizzare il governo USA a seguire la “procedura accelerata” per concludere accordi commerciali, e l’altro per aiutare i lavoratori statunitensi che, in conseguenza degli accordi commerciali, lottano per competere con le importazioni . La procedura accelerata è passata, ma non l’assistenza di adeguamento. Quindi il Senato USA dovrà revisionare la procedura accelerata. Non un divertimento per i poteri aziendali dietro al TPP (e al TTIP).
Eppure l’intero affare va molto oltre la completa autorità presidenziale a negoziare accordi oscuri come il TTIP, il TPP e l’Accordo sul Commercio di Servizi (TISA). L’amministrazione Obama insiste che, una volta concluso l’accordo del Pacifico, per i lavoratori statunitensi ci sarà una cascata di benefici. Ma ciò è altamente discutibile.

Dal punto di vista di altri paesi, il TPP non è certo una panacea. Washington non offre un migliore accesso ai mercati. Il TPP esclude la Cina completamente, il che è ridicolo, visto che Pechino è il maggior partner commerciale della maggioranza di quei paesi. E la chiave del TPP sta nel potere delle grandi compagnie di dettare legge sui diritti della proprietà intellettuale, cosa che apre la porta a ogni sorta di abuso sociale darwinista.

Sul TTIP, Bruxelles assicura che le negoziazioni non sono poi così “segrete”. La Commissione Europea si vanta di pubblicarne i testi sul suo sito, a differenza di Washington. Ma ne pubblica solo alcune, non quelle più scottanti.
Il punto cruciale del TTIP è la cosiddetta risoluzione delle dispute tra investitori e stati (ISDS), che essenzialmente dà alle grandi compagnie il potere di fare causa ai governi per “mancata implementazione”, nel caso le politiche o le leggi statali interferiscano con i loro profitti. In breve: l’etica delle compagnie vince; le piccole e medie imprese e la democrazia perdono alla grande. Si può già prevedere la proliferazione di “tribunali di arbitrato” pieni di costosi avvocati aziendali, alla faccia della “giustizia” sociale.
Ma si tratta solo di commercio? Ovviamente no.

Benvenuti nella NATO commerciale

La prova si evince da come l’amministrazione Obama stia disperatamente cercando di superare la resistenza giapponese, durata ormai due anni interi, contro molte misure del TPP. I proverbiali “ufficiali USA” non fanno che insistere che il TPP è cruciale per lo statunitense “spostamento verso l’Asia”. Perfino il capo supremo del Pentagono, Ash Carter, il mese scorso si è spinto a dire che il TPP “è importante per me quanto un’altra portaerei.”
E tutto questo è successo mentre Washington cercava, senza riuscirci, di costringere i suoi alleati a snobbare la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB) a guida cinese. E non si può incolpare l’amministrazione Obama di non sostenere chiaramente la linea: la Cina non può guidare una banca di sviluppo, né può aver voce in capitolo nello scrivere le regole e gli standard globali per il commercio e l’investimento.
Il nocciolo della questione è che questi 3 mega-accordi (TTP, TTIP e TISA) sono il modello supremo del sogno del Bilderberg: il “governo” globale delle compagnie.

E l’affermazione dello stesso Pentagono, secondo cui il TPP è l’arma economica “strategica” dello “spostamento verso l’Asia”, rivela quanto il “commercio” sia diventato politicizzato. Con il TPP, le compagnie cinesi verranno enormemente svantaggiate nella competizione con quelle statunitensi, sia nel mercato USA che in quelli asiatici. Un’altra faccia del “contenimento”, diciamo.
TTIP, TTP e TISA sono di fatto una testa come l’Idra, e seguono in ambito commerciale la stessa logica geostrategica della NATO: “l’Occidente contro tutti gli altri.” Non è un caso che ne siano esclusi i BRICS. E non sorprende che i negoziati siano segreti: dopotutto il “governo” globale delle compagnie non è proprio popolare a nessuna latitudine.

Qualcuno vuole il prosciutto di plastica?

Intendiamoci: c’è una notevole opposizione al TTIP in Europa, perlomeno tra i pochi cittadini europei preoccupati, e inorriditi, che si sono presi la briga di investigare oltre il muro della segretezza. In Germania ci sono state manifestazioni serie. Il Partito SPD, parte del governo di coalizione della cancelliera Merkel, è decisamente contro il TTIP. Gli italiani hanno appreso che il partenariato costerebbe al paese non meno di 1,3 milioni di posti di lavoro. E’ utile confrontare il TTIP con il NAFTA: in 12 anni, gli USA in effetti hanno perso 1 milione di posti di lavoro a causa delle delocalizzazioni verso il Messico, dove i costi sono molto più bassi.

Perfino Bruxelles è stata costretta ad ammettere che il TTIP significherà più disoccupazione; la delocalizzazione sposterà molti posti di lavoro lì dove gli standard e i diritti sindacali sono molto inferiori.

Il TTIP riguarderà 850 milioni di persone tra Nord America ed Europa, ossia circa il 45% del PIL globale. Il relativo commercio è al momento di 500 miliardi di euro annui. Si potrebbe parlare di “globalizzazione avanzata”, senza troppa interferenza da parte dei mercati emergenti.
Ora consideriamo che l’UE ha le norme più avanzate del pianeta in materia di salute, protezione del consumatore e qualità dei servizi pubblici, nonostante ciò vari molto da paese a paese (non si può paragonare la Francia alla Romania, per esempio). Perciò non sorprende che i produttori agricoli di alta qualità dei paesi mediterranei siano terrorizzati dalla prospettiva che il TTIP significherà di fatto un’invasione barbarica. Gli italiani sono terrorizzati dalla nascita di un mostruoso mercato del finto “made in Italy”, dove le compagnie USA chiameranno qualsiasi intruglio OGM un prosciutto “di Parma” o un formaggio “gorgonzola”. Basta fare la prova di questo nel supermercato statunitense medio. Altro che galleria degli orrori! Almeno il 70% di tutti i cibi confezionati è infestato da OGM. Al contrario, l’UE non permette praticamente nessun alimento OGM. Per non parlare dell’argomento tossine: nell’UE un’azienda deve dimostrare che una sostanza è sicura, prima di commercializzarla. Negli USA, va bene tutto.

Con il TTIP, la sanità pubblica, l’istruzione e i servizi idrici dell’UE verranno devastati e conquistati dalle grandi compagnie statunitensi. Le leggi sulla sicurezza alimentare, sull’ambiente e l’attività bancaria saranno capovolte.
Quanti propugnano il TTIP sostengono che la Globalizzazione 2.0 porterà ad un “aumento” dello 0,5% del PIL UE. Non proprio un tasso di crescita cinese, ma quando sei vittima dell’austerità bevi qualsiasi bibita ti venga propinata. E ci mangi insieme un prosciutto di Parma di plastica.

Fonte: Sputniknews.com

Traduzione: Anacronista

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