"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

I finanzieri d’accatto strangolano Buenos Aires

cristina kirchner

Non c’è limite all’ingordigia e alla depravazione economica dei fondi avvoltoio che dopo il fallimento dell’Argentina nel 2001 comprarono a man basso i bond dai creditori che avevano aderito al concambio pagandoli pochi spicci ed ora ne richiedono il pagamento a valore facciale più gli interessi.

Con la connivenza del giudice di New York che ha condannato l’Argentina a pagare prioritariamente gli sciacalli finanziari, prima di coloro che avevano aderito allo stralcio del 70%, il quale ha sequestrato anche i fondi destinati a questi ultimi, l’Argentina ha avviato un’attività frenetica in queste ore per scongiurare un nuovo fallimento tecnico.

Le navi mercantili argentine devono viaggiare per il mondo sotto scorta per evitare pignoramenti e sequestri richiesti da questi fondi speculativi e nessun accordo è riuscito nell’incontro con il Club di Parigi.

E’ evidente che si vuole la morte economica dell’Argentina per fini di pura geopolitica, ma il gruppo BRICS è deciso ad evitare l’emarginazione del Paese sudamericano e Russia e Cina si dicono pronte a investire su Buenos Aires.

La partita è aperta e il giudice di New York è in disonore.

(repubca.it) -Le banche argentine scendono in campo per scongiurare il default argentino. La conferma è arrivata dall’Associazione bancaria argentina che a poche ore dal secondo default in 13 anni ammette di essere al lavoro per mettere a punto un piano di salvataggio. Gli istituti di credito argentini hanno infatti proposto ai creditori hold out, gli hedge fund che non hanno accettato la ristrutturazione del debito argentino nel 2005 e 2010 e che ora stanno mettendo al muro Buenos Aires, di comprare i loro crediti verso il governo.

In cambio le banche vorrebbero che gli holdout chiedessero al giudice americano Thomas Griesa di sospendere la sua decisione che di fatto impedisce all’Argentina di onorare i propri impegni con i creditori che accettarono il concambio se prima non versa 1,5 miliardi di dollari ai fondi. E così a poche ore dalla scadenza del termine, i mercati sembrano credere a un accordo: i bond ristrutturati al 2033, che sono tornati a quota 96 cents sul dollaro dopo essere precipitati in area 83 cents. Già ieri, d’altra parte, l’indice Merval aveva guadagnato oltre il 6%.

Insomma la soluzione pare vicina dopo la fumata grigia di ieri quando a calmare gli animi non era bastato l’inatteso arrivo del ministro dell’Economia argentino Axel Kicillof a New York che continua a trattare con i fondi. E senza un accordo le ripercussioni economiche arriverebbero a circa 29 miliardi di dollari, cioè il valore dell’ammontare delle emissioni in valuta estera fatte da Buenos Aires. Fondamentale sarà la decisione del giudice: in base alla clausola Rufo, pagando volontariamente un bond piuttosto che un altro l’Argentina si esporrebbe a una cascata di ricorsi; se invece saldasse i debiti per ordine del giudice non avrebbe problemi. E gli stessi hedge fund sostengono che qualsiasi accordo non sarebbe volontario, quindi quella clausola non si applicherebbe.

All’origine dei problemi c’è il fatto che l’Argentina ha 539 milioni di dollari di interessi da pagare ai detentori di circa 13 miliardi di bond in scadenza al 2033, ristrutturati dopo il default di inizio anni Duemila. Questi interessi devono essere versati tecnicamente entro stanotte, diversamente si potrà parlare di un fallimento “tecnico”. In realtà, i fondi ci sono e sono custoditi presso la Bank of New York Mellon, ma non possono essere versati ai titolari di quei bond: il giudice americano, Thomas Griesa, li ha bloccati perché bisogna prima pagare i detentori di bond che non hanno aderito alla ristrutturazione.

Appunto gli hedge fund che ora siedono al tavolo delle trattative e che reclamano 1,33 miliardi più interessi, che arrivano a circa 1,5 miliardi. Una eventuale conclusione metterebbe Baires alle strette, perché potrebbe voler dire pagare tutti i creditori che non hanno accettato gli swap e anche vedersi di fronte alle liti giudiziarie di coloro che hanno aderito, che sarebbero “messi all’angolo” e scavalcati nelle priorità dei pagamenti: il danno e la beffa per chi ha già ingoiato il taglio del 70% del valore dei titoli anni addietro.

Ma a fronte di questi tentativi disperati, alcune agenzie di rating danno il Paese già sul lastrico, proprio come 13 anni fa. Secondo Standard, che già collocava i titoli di Buenos Aires a livello spazzatura (CCC-), stasera ha emesso un giudizio di “selective default”: situazione che non equivale a un fallimento totale, ma che riconosce che il Paese onora i sui impegni su certi bond ma non su altri. Il riferimento citato da S&P è al fatto che il 30 giugno l’Argentina non ha onorato il pagamento di 539 milioni di dollari di interessi su titoli emessi con scadenza 2033.

A innescare l’ennesimo declassamento proprio il mancato accordo dei giorni scorsi con gli hedge fund americani. Alla fine del 2001 fu il governo argentino a dichiarare un completo ed effettivo default perché non era più in grado di onorare titoli per 132 miliardi di dollari.

Tratto da Azione Tradizionale

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