"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Grexit : Braccio di ferro tra Germania e USA

di Federico  Dezzani

“Americani e cinesi faranno di tutto per salvare l’euro” sostiene l’ex-presidente della commissione europea Romano Prodi: più che una previsione è una preghiera, l’ultima speranza cui il padre nobile della moneta unica si aggrappa mentre l’eurozona affonda. È proprio l’affievolirsi dell’influenza angloamericana sul continente, parallela alla sempre maggiore sicurezza tedesca, la principale causa della prossima implosione della moneta unica: Londra e Washington sono costrette a lavorare i fianchi dell’unione monetaria, con l’ISIS ed il governo golpista di Kiev, non riuscendo più ad esercitare un controllo diretto sul nocciolo dell’Europa. Si susseguono esortazioni alla federazione del continente fuori tempo massimo: la Germania preme ormai apertamente per il Grexit, controbilanciata solo dalla Francia, smarrita di fronte alla prospettiva di un’Europa post-euro. Il dramma greco è il giro di boa dell’eurocrisi.

Romano Prodi: l’euro sarà salvato da americani e cinesi
L’ex-presidente della commissione europea Romano Prodi deve essere in preda alla disperazione se, tacciato com’è di antiamericano, confida nientemeno che in Washington, democristianamente affiancata da Pechino, per il salvataggio di quella moneta unica di cui è stato uno dei padri nobili. Si legge nell’intervista che il professore bolognese rilascia a La Stampa il 6 luglio, all’indomani della schiacciante vittoria del no al referendum greco2:

D: Dopo l’avventura greca, l’Europa potrà essere la stessa?

Prodi: No, non potrà essere la stessa. Ma a salvare l’Europa, una volta ancora, sarà una forza esterna che ci costringerà ad un compromesso

D: Gli Stati Uniti?

Prodi: Gli USA e la Cina temono entrambi un effetto deflagrante. Hanno paura che un progressivo sfaldamento dell’euro provochi una nuova tempesta in tutto il sistema politico ed economico mondiale. Ancora una volta, come è accaduto in Iraq, in Ucraina ed in altri scenari, l’Europa vedrà condizioni le sue scelte da spinte esterne: americani e cinesi faranno di tutto per salvare l’euro. Ma sarà l’ulteriore dimostrazione che l’Europa ha perso la sovranità su se stessa”.

Le parole dell’ex-premier italiano contengono una significativa omissione, una velleitaria speranza ed un’interessata lusinga.

Romano Prodi dimentica che il primo moto alle istituzioni comunitarie ed ai disegni di federazione dell’Europa è impresso dagli angloamericani già nel 1945 e, da allora, Washington e Londra conservano l’ultima parole sulle questioni europee in materia di economia e politica estera. Romano Prodi pecca di velleitarismo quando auspica che gli americani, da lui mai particolarmente amati, esercitino una funzione coercitiva sugli europei, obbligando Atene e Berlino a scendere a compromessi: gli spasmi dell’eurozona sono una causa diretta della sempre più debole influenza angloamericana sul continente ed è ingenuo credere questa dinamica si possa invertire. Romano Prodi si comporta da cortigiano (è professore alla China Europe International Business School) quando invoca l’intervento risolutivo di Pechino per la risoluzione della crisi dell’eurozona: la Cina non è ancora sufficientemente “vicina” né influente per modificare gli equilibri europei, specie se ciò implica entrare in contrasto con gli interessi tedeschi.

È certo innegabile, come sostiene Prodi, che gli americani stiano seguendo da vicino la crisi greca, esercitando forti pressioni per evitare che Atene sfugga alle maglie della UE/NATO.

Palese è infatti il sostegno angloamericano di cui gode Alexis Tsipras, peraltro contraccambiato se si considera che, all’indomani del referendum, il premier greco sostituisce il ministro greco Yanis Varoufakis (docente presso un ateneo americano) con un altro esponente del mondo accademico anglofono, il Phd a Oxford Euclid Tsakalotos. A Washington e Londra hanno sicuramente aborrito le aperture greche alla Russia di questi ultimi mesi, ma è talmente importante che l’eurozona, strumento economico con è esercitato il controllo del continente insieme all’alleanza nord-atlantica, sia mantenuta integra, che sono disposte persino a chiudere un occhio sulle impresentabili amicizie di Tsipras.

Il giovane premier greco è ancora considerato da Washington un’utile pedina per scardinare l’eccesso di austerità propugnato dalla Germania, che sta portando la moneta unica al collasso dopo anni di recessione nell’euro-periferia. L’antagonismo con Berlino non nasce da divergenze sulle ricette da applicare all’eurozona (le “riforme strutturali” imposte dalla BCE sono infatti le stesse adottate nel Cile di Augusto Pinochet su consiglio della “scuola di Chicago”) ma dalla constatazione che una dose eccessiva concentrata di austerità può risultare fatale all’euro ed alla UE.

Già prima del referendum del 5 luglio, il Fondo Monetario Internazionale si sbilancia a favore di Tsipras nella sua contesa con i creditori europei: il 2 luglio, con un tempismo per nulla causale, il fondo con sede a Washington rende pubblico un rapporto dove si giudica insostenibile il debito pubblico greco e se ne chiede uno riscadenziamento accompagnato da ulteriori 50 €mld di aiuti4. Non solo quindi l’istituzione americana evita di dichiarare il default tecnico di Atene dopo il mancato rimborso della tranche il 30 giugno, ma esorta i creditori europei affinché alleggeriscano le loro pretese creditizie: è grazie all’assist del FMI che Tsipras avanza nuove richieste per un alleggerimento del fardello debitorio, chiedendo, in base alle indiscrezioni che precedono l’inconcludente Eurogruppo del 7 luglio5, il taglio del 30% del debito ed un piano di finanziamento dalla durata ventennale.

Anche i più blasonati giornali anglofoni intervengono nella contesa, inviando inequivocabili pizzini alla cancellerie europee, in particolare a quella tedesca, chiarendo qual è la posta in gioco e l’esito auspicato. Dopo gli editoriali del britannico Financial Times, dove si esortava a sfruttare l’ennesima crisi della moneta unica per costruire un’Europa federale, questa volta è il turno delle più famose testate americane.

È sulle pagine del New York Times che compare l’editoriale non firmato dal titolo “For Europe’s Sake, Keep Greece in the Eurozone”: ignorando i benefici che Atene trarrebbe da una svalutazione della moneta e dalla piena sovranità monetaria, l’influente quotidiano lancia un appello/ammonimento alla Germania affinché eviti l’uscita dall’euro della Grecia, membro della UE nonché della NATO. Si facciano carico la Germania ed i creditori europei del debito greco, scrive il giornale, perché le conseguenze del Grexit sarebbero un terremoto dei mercati finanziari mondiali e l’incrinatura dell’intera eurozona:

“Ms. Merkel, the most powerful political leader in Europe, now has to decide whether she is willing to risk the stability of the European Union, consign Greece to economic depression and threaten global financial markets, or do the rational thing at this critical moment.(…) A Greek exit would also do untold damage to the credibility of the euro and the European project by making clear that any country’s membership in the eurozone could be revoked (…) Yes, Greek officials past and present are responsible for many of their country’s problems. But European leaders have made the crisis worse by their mismanagement. Now it’s incumbent on them to end the threat to the eurozone by saving a small, paralyzed country”.

Incalza poi il Wall Street Journal che con l’articolo “Greek Crisis Shows How Germany’s Power Polarizes Europe” evidenzia come il vero problema oggi degli angloamericani si chiami Germania: il ruolo egemone assunto da Berlino nell’Unione Europea è la principale minaccia al processo d’integrazione del Continente. Certo, sostiene l’articolo, Angela Merkel si è spesa per le sanzioni alla Russia imponendole agli altri membri della UE, ma un eccesso di protagonismo nella crisi greca sta ora polarizzando le opinioni pubbliche degli altri Paesi europei contro il governo di Berlino, mettendo a repentaglio l’integrazione europea:

The pushback against German power in Europe is likely to grow if the eurozone crisis worsens or if Berlin’s policies grow more assertive. (…) If Greece careens out of the euro, Ms. Merkel will face blame for an episode that has further polarized Europe at a time when controversies over the U.K.’s EU membership and how to treat migrants and refugees are adding to the tensions wrought by the Ukraine crisis.

C’ è poi l’intervento di Barack Obama che si spende per l’ennesima volta in favore di Alexis Tsipras: durante un duplice colloquio telefonico, prima con la cancelliera tedesca Angela Merkel e poi con il premier greco, il presidente americano esprime il convincimento che la Grecia debba rimanere ad ogni costo nell’euro, schierandosi così apertamente a fianco del “marxista” Tsipras contro i falchi teutonici che, specialmente dopo il referendum del 5 luglio, citano con sempre maggiore frequenza l’evenienza che Atene sia espulsa dall’euro.

Di espulsione più che di una libera dipartita, infatti si tratterebbe: è ormai chiaro che Alexis Tsipras, almeno fino al referendum, non ha mai valutato l’addio alla moneta unica nemmeno nei momenti più drammatici delle trattative con la Troika. Il suo obbiettivo era infatti indire una consultazione popolare per la controparte prima che il voto si svolgesse effettivamente: l’insistenza tedesca perché il referendum si tenesse ad ogni costo e la prevedibile vittoria di Tsipras, pongono paradossalmente il premier con le spalle al muro. Adesso o accetta le condizioni di Berlino o abbandona l’euro, a meno che Washington, come spera Romano Prodi, non riesca a piegare la cancelliera Merkel.

Le speranze del professore rischiano però di infrangersi contro la cruda realtà dei fatti: gli USA, la cui credibilità è ai minimi storici dopo aver incubato la crisi finanziaria dei mutui subprime ed aver poi partorito la politica degli allentamenti quantitativi che alimenta bolle speculative più che produrre crescita reale, non hanno più né il peso economico né l’autorità morale per esercitare la funzione di ago della bilancia della UE.

L’impotenza angloamericana è testimoniata dalla destabilizzazione in atto ai confini dell’Unione Europea, in Nord Africa e Levante con l’ISIS e nell’Est europeo con la crisi ucraina: l’opera incendiaria attorno all’Europa denota la disperazione più che la forza di Washington e Londra che, non riuscendo più a modificare il corso degli eventi nelle capitali europee, ripiegano sulla strategia della terra bruciata, nel tentativo di arrestare o perlomeno sedare le forze centrifughe in seno alla UE.

Dove si attende con ansia l’atto finale del dramma greco, sperando in esiti opposti a quelli americani, è a Mosca, interessata a incunearsi nelle fratture tra la Grecia e la Troika, con l’intento, neppure troppo velato, di restituire all’Occidente i torti subiti in Ucraina.

Il 19 giugno i media riportano una disponibilità russa a sostenere finanziariamente la Grecia, previe ovviamente “alcune proposte ed iniziative”(l’addio alla NATO?) del governo ellenico. Poi, in vista del referendum del 5 luglio, il ministro degli esteri Sergei Lavrov compie una parziale retromarcia precisando che la Grecia non ha al momento richiesto assistenza economica. Infine, all’indomani della secca vittoria del no al referendum, Vladimir Putin e Alexis Tsipras discutono dell’esito del voto e di questioni inerenti lo sviluppo della cooperazione greco-russa10. A Grexit avvenuto, il salvagente russo sarà provvidenziale per resistere ai marosi della speculazione: tuttavia, la carta russa è sempre stata un’opzione di riserva per Tsipras, sicuro che non avrebbe mai dovuto giocarla, fiducioso com’era di vincere la guerra di nervi con la Troika.

È l’inaspettata fermezza dei creditori europei e la netta vittoria del 5 luglio, che spinge inaspettatamente Tsipras verso la Grexit: sono quindi le dinamiche fortuite della crisi più che un progetto premeditato del Cremlino ad attrarre Atene nell’orbita russa.

Merita infine un accenno la Cina, che in Grecia coltiva diversi interessi di natura economica , considerandola uno snodo strategico per penetrare nei mercati dell’Europa balcanica e centrale: a più riprese il governo di Pechino esprime la propria contrarietà al Grexit, vista come un pericoloso evento destabilizzante non solo per i propri investimenti infrastrutturali nel Balcani ma per l’intero portafoglio denominato in euro, che vanta titoli di debito pubblico e partecipazioni nelle maggiori società quotate. Tuttavia Pechino non ha ancora un peso tale da subentrare a Washington negli affari europei ergendosi a garante dello status quo : è probabile quindi che i cinesi rimangano spettatori fino ad una chiara ed inequivocabile svolta, pronti a collaborare con i russi sul dossier greco solo dopo l’espulsione di Atene dall’euro.

Fonte: Federico Dezzani.altervista

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  1. Idea3online 2 anni fa

    Tutto ormai non tornerà come prima, se la Grecia è arrivata a questo punto ci sono al suo interno delle forze contrarie all’Occidente che anche se Tsipras non vorrà più stare al gioco, in quanto uno non è leader perchè gode di grandi capacità e coraggio in battaglia come si verificava nel passato, ma oggi vengono scelti dal potere o dalle famiglie che detengono il potere in una nazione, vengono scelti uomini capaci di recitare il copione, soprattutto giovani, preferibilmente non idealisti, e con diversi scheletri nell’armadio per renderli ricattabili.
    I veri generali sono dietro le quinte, certo i generali nel passato mettevano la faccia ed offrivano il loro corpo, pronti a morire per ottenere il potere. Oggi tutto è semplice, uccidere è più facile, il potere ha dei mezzi per guidare una nazione, che l’ultima cosa che gli serve è avere un presidente idealista guerriero.
    In Grecia decideranno la famiglie legate alla Russia, alla Chiesa Ortodossa, ci sarà pure un gruppo di potere legati all’ateismo, al super liberismo, al parassitismo, perchè oggi una Grecia legata al debito può convenire a tutte qui livelli della società che si arricchiscono con finanziamenti europei, che non amano lavorare per la propria nazione, che vogliono godersi la vita solo con le chiacchiere, promettendo alla società libertà a tutti livelli sessuale e uso di droghe, e matrimoni con lo stesso sesso, facendo diventare tutti ermafroditi.

    Ora è in atto uno scontro tra oriente e occidente, in questa partita ci sono le religioni, l’occidente sponsorizza gli arabi moderati, i sunniti, e l’ala militare dell’ISIS, ma pensiamo che la Chiesa Cattolica e Ortodossa staranno a guardare mentre si sentono accerchiate? Quanto siamo ingenui……sono poteri quelli religiosi corrotti quanto quelli laici. Pensare che scardinare il potere del Vaticano e della Chiesa Bizantina sarà facile, e come volere strappare un albero secolare che ha generato tanti altri alberi divenuti anch’essi secolari.
    Se la Russia si alleerà al Vaticano, ed il Vaticano cercherà aiuto ai suoi fratelli ortodossi….i laici o atei super liberisti, verrebbero presi da convulsioni e da complessi di inferiorità…..Ma il Vaticano è potere come tutti i poteri, adesso debole, sotto attacco, ed è alla ricerca di nuove alleanze. Oggi nel mondo solo la Russia ha una storia simile a quella della Roma papale.
    La Grecia ormai è entrata dentro la contesa tra oriente ed occidente ed non potrà più tornare indietro, la Grecia percepisce che con i BRICS sarà la perla del Mediterraneo, una volta che l’odore della vanità e del prestigio che potrebbero avere con i BRICS è stato percepito difficilmente desidereranno fare la vita da schiavi e da colonia senza anima.

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    1. Ares 2 anni fa

      gli ultimi sviluppi fanno pensare il contrario, ance loro asserviti alla troika, sta al popolo reagire ora o mai più.

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  2. barbara 2 anni fa

    ” specie se ciò implica entrare in contrasto con gli interessi tedeschi.” certo infatti Wqashington gradirebbbe di buon grado la Cina nella colonia europea dove si trovano, quante basi NATO? Sembra quasi che sia la Germania a comandarle…
    “Il primo è ovviamente quello commerciale e finanziario. Come molti altri paesi, anche gli Stati Uniti hanno progressivamente disinvestito dalla Grecia e l’esposizione delle banche statunitensi nel paese si è ridotta di quasi il 65%, attestandosi attorno ai 6 miliardi di dollari. Permane però il rischio di un contagio greco verso altre economie deboli dell’area euro, a partire da Spagna e Italia, dove molto maggiore è la presenza di capitali americani. Una simile eventualità, i cui potenziali riverberi pandemici sono difficili da prevedere e quantificare, finirebbe per colpire duramente molti investitori statunitensi. In Europa le banche degli Stati Uniti hanno investimenti in obbligazioni pubbliche e private che, per quanto ridotti negli ultimi anni, sono nell’ordine dei mille e cinquecento miliardi di dollari; l’Europa rimane la principale destinazione degli investimenti statunitensi ed è già accaduto che importanti istituzioni finanziarie degli Usa, come la MF Global nell’autunno scorso, siano crollate per eccesso di esposizione sui titoli europei. L’inevitabile contrazione economica europea provocata dal “contagio greco” danneggerebbe a sua volta l’economia statunitense, alla cui ripresa dell’ultimo anno ha contribuito in modo non secondario anche l’aumento delle esportazioni, un quinto delle quali destinate al mercato dell’area euro, più capace oggi di assorbirle, in conseguenza del dollaro debole e di una maggiore competitività americana.” tratto da
    http://mariodelpero.italianieuropei.it/2012/05/obama-e-leuropa/

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