"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Globalizzazione neoliberista: esiste un’alternativa al saccheggio della Terra?

Estratto da “La crisi economica globale: la grande depressione del XXI secolo”
della prof. Claudia von Werlhof

Esiste un’alternativa al saccheggio della Terra? Alla guerra? Alla distruzione del pianeta?
Nessuno pone queste domande perché sembrano assurde. D’altra parte però, nessuno le può eludere. Prima che la crisi economica globale colpisse, il motto del cosiddetto “neoliberismo” era: non c’è alternativa!
Niente alternativa alla “globalizzazione neoliberista”?
Niente alternativa all’economia senza regole del “libero mercato”?

Cos’è la “globalizzazione neoliberista”?
Chiariamo cosa sono la globalizzazione e il neoliberismo, da dove vengono, da chi sono diretti, cosa affermano, cosa fanno, perché i loro effetti sono così fatali, perché falliranno e perché nonostante ciò la gente vi aderisce. Poi analizziamo le risposte di quanti non possono, o non potranno, sopportare le conseguenze di ciò che provocano.

E’ qui che cominciano le difficoltà. Per una ventina d’anni ormai ci hanno detto che non esiste alternativa alla globalizzazione neoliberista e che, di fatto, un’alternativa non serve neppure. Ci hanno martellato con il concetto che “non c’è alternativa!” La “lady di ferro”, Margaret Thatcher, fu una di quelli che ripetevano questa credenza all’infinito.
Tale credenza proibisce ogni pensiero. Essa segue la logica per cui non ha senso analizzare e discutere il neoliberismo e la cosiddetta globalizzazione, perché tanto sono inevitabili. Che approviamo o meno ciò che sta succedendo non importa, sta succedendo comunque. Non ha senso cercare di capire. Perciò: accettatelo! Uccidete o verrete uccisi!
Alcuni arrivano a suggerire che la globalizzazione (ovvero un sistema economico che si è sviluppato in specifiche condizioni storiche e sociali) non è niente meno che una legge naturale. A sua volta la “natura umana” si suppone riflessa nel carattere dei soggetti economici ed essere egoista, spietata, avida e fredda. Questo, ci dicono, funziona a vantaggio di tutti.

Resta la domanda: perché la “mano invisibile” di Adam Smith è diventata un “pugno visibile”? Mentre un’esigua minoranza dall’attuale neoliberismo trae profitti enormi (nessuno dei quali ovviamente resterà), la vasta maggioranza della popolazione terrestre si trova in difficoltà tali da mettere in forse la sua stessa sopravvivenza. Il danno prodotto sembra irreversibile.
I media di tutto il mondo, soprattutto le televisioni, evitano di discutere il problema. Spesso usano la scusa che il problema non ha spiegazione. La vera ragione, ovviamente, è che i media sono controllati.
Cos’è il neoliberismo?
Come programma di politica economica, il neoliberismo cominciò in Cile nel 1973. La sua inaugurazione consistette in un colpo di stato organizzato dagli USA contro un presidente socialista democraticamente eletto, e nell’imposizione di una sanguinaria dittatura militare tristemente famosa per il suo uso sistematico della tortura. Questo era l’unico modo per trasformare il modello neoliberista dei cosiddetti “ragazzi di Chicago”, guidati da Milton Friedman, formatosi su Friedrich von Hayek, una realtà.
Il predecessore del modello neoliberista è il liberismo economico del 18° e 19° secolo, con la sua idea di “libero scambio”. La valutazione che allora ne dette Goethe è: “Libero scambio, pirateria e guerra: un trio inseparabile!”

(Faust, seconda parte)
Al cuore del liberismo vecchio e nuovo troviamo: Egoismo e individualismo; separazione dei principii etici dagli affari economici, in altre parole un processo di scorporazione dell’economia dalla società; razionalità economica come mero calcolo di costi, benefici e massimizzazione del profitto; competizione come motore essenziale di crescita e progresso; specializzazione e sostituzione dell’economia di sussistenza con commercio estero orientato al profitto; divieto assoluto di interferenza pubblica nelle forze del mercato.
Dove il nuovo liberismo economico supera il vecchio è nella sua pretesa globale. Il liberismo di oggi funge da modello per tutto e tutti: ogni parte dell’economia, ogni settore della società, della vita e della stessa natura. Di conseguenza, l’economia prima “scorporata” afferma ora di essere incorporata in tutto, compreso il potere politico. Inoltre emerge una nuova e distorta “etica economica” (e con essa una certa idea di “natura umana”) che fa una parodia di qualsiasi cosa dall’altruismo all’aiuto disinteressato alla cura degli altri all’idea di responsabilità.
Questo si spinge fino al punto di affermare che il bene comune dipende interamente dall’egoismo controllato dell’individuo e, soprattutto, dalla prosperità delle compagnie transnazionali. La presunta necessaria “libertà” dell’economia (che paradossalmente significa solo la libertà delle compagnie) consiste perciò nell’assenza di responsabilità e impegno verso la società.

La massimizzazione del profitto deve avvenire nel tempo minore possibile; ciò significa, preferibilmente, tramite la speculazione e il “valore azionario”. Deve incontrare meno ostacoli possibile. Oggi gli interessi economici globali superano in importanza non solo le preoccupazione non economiche, ma anche le considerazioni economiche nazionali, poiché le odierne compagnie si considerano aldilà sia delle comunità che delle nazioni. Si crea un “campo da gioco livellato” che offre ai giocatori globali le migliori condizioni possibili. Questo campo non ha barriere legali, sociali, ecologiche, culturali o nazionali. Ne risulta che la competizione economica gioca in un mercato scevro da influenze non economiche o protezionistiche, a meno che ovviamente queste non servano gli interessi dei grandi giocatori (compagnie). Gli interessi delle compagnie, ovvero la loro massima crescita, assumono la completa priorità. Ciò viene razionalizzato sostenendo che il loro benessere si traduce nel benessere anche delle piccole imprese e degli artigiani.

La differenza tra il vecchio e il nuovo liberismo economico si può esprimere in termini quantitativi: una volta superate le interruzioni e le sfide provocate da “sistemi economici in competizione”, la crisi del capitalismo, le politiche keynesiane con le loro tendenze al welfare e allo stato sociale, il fordismo con l’aumento della domanda interna, l’obiettivo di piena occupazione nel nord, gli obiettivi economici del passato vengono ora euforicamente risuscitati e anche “globalizzati”. Il motivo principale è che in effetti non c’è più competizione tra sistemi economici alternativi. Tuttavia, concludere che questo confermi la vittoria del capitalismo occidentale sull’ “oscuro socialismo” è solo una delle interpretazioni possibili. Un’altra, opposta, vede il “moderno sistema mondo” (che contiene sia capitalismo che socialismo) in una crisi generale che provoca una competizione totale e spietata per le risorse globali e livella la strada alle opportunità di investimento, ovvero alla valorizzazione del capitale.

La globalizzazione del neoliberismo in corso dimostra qual è l’l’interpretazione giusta. Non da ultimo perché le differenze tra vecchio e nuovo liberismo economico si possono esprimere non solo in termini quantitativi ma anche qualitativi. Stiamo assistendo a fenomeni completamente nuovi: anziché una democratica “competizione completa” tra molte piccole imprese in regime di libero scambio, vincono solo le grandi compagnie. A loro volta, esse creano nuovi oligopoli e monopoli di dimensioni mai viste prima. Il mercato resta quindi libero per loro, mentre viene reso non libero per tutti gli altri, condannati a un’esistenza di dipendenza (come produttori forzati, lavoratori e consumatori) o esclusi del tutto dal mercato (se non hanno nulla da vendere o comprare). Oggi circa il 50% della popolazione mondiale ricade in questo gruppo, e la percentuale è in crescita.

Le leggi anti-trust hanno perso ogni efficacia da quando le norme vengono dettate dalle compagnie transnazionali. Sono le compagnie, non il “mercato”, il meccanismo anonimo, la “mano invisibile” che decide le odierne regole del commercio, per esempio i prezzi e le norme legali. Ciò avviene al di fuori di ogni controllo politico. La speculazione, con un margine di profitto medio del 20%, marginalizza i produttori onesti, che diventano “non profittevoli”. Il denaro diventa troppo prezioso per progetti a lungo termine che rendono meno, o progetti che (inaudito!) migliorano solo la vita. Il denaro invece “viaggia verso l’alto” e scompare. Il capitale finanziario decide sempre più cosa i mercati sono e cosa fanno. Svincolando il dollaro dal prezzo dell’oro, la creazione di denaro non è più in relazione diretta con la produzione. Inoltre oggigiorno la maggior parte di noi è, proprio come gli stati, in debito. E’ il capitale finanziario a possedere tutto il denaro; noi non ne abbiamo alcuno.

Le piccole, medie, perfino alcune grandi imprese vengono spinte fuori dal mercato, costrette a sbaraccare o inghiottite dalle compagnie transnazionali, perché le loro prestazioni sono sotto la media in confronto ai profitti della speculazione. Il settore pubblico, che storicamente è stato definito come settore di economia e amministrazione no-profit, viene fatto “dimagrire”, e le sue parti redditizie consegnate alle compagnie (privatizzate). Di conseguenza i servizi sociali necessari alla nostra esistenza scompaiono. Le imprese private piccole e medie, che fino a tempi recenti impiegavano l’80% della forza lavoro e fornivano condizioni di lavoro normali, sono anch’esse colpite da questi sviluppi. La presunta correlazione tra crescita economica e impiego sicuro è falsa. Quando la crescita è accompagnata da fusioni di imprese, i posti di lavoro vengono tagliati.

Se si creano nuovi posti di lavoro, questi sono in maggioranza precari, ovvero temporanei e mal retribuiti. Un lavoro di solito non basta per vivere. Ciò significa che le condizioni di lavoro nel nord diventano simili a quelle del sud, e quelle degli uomini simili a quelle delle donne (una tendenza diametralmente opposta a quanto ci hanno sempre detto). Le compagnie ora si trasferiscono al sud (o all’est) per sfruttare manodopera a buon mercato (soprattutto femminile) priva di affiliazioni sindacali. Sta succedendo dagli anni ’70 nelle aree speciali che producono per le esportazioni, le “fabbriche del mercato mondiale”, o “maquiladoras”, dove viene prodotta la gran parte dei chip per computer, scarpe da ginnastica, abbigliamento e beni elettronici. Queste fabbriche si trovano in aree dove le condizioni colonial-capitaliste e autoritarie garantiscono la disponibilità di manodopera a buon mercato. Il recente spostamento delle opportunità del business dai beni di consumo agli armamenti è uno sviluppo particolarmente preoccupante.

Non è solo la produzione di beni che viene “delocalizzata” nelle aree speciali, ma anche i servizi. Questo è il risultato della cosiddetta “terza rivoluzione industriale”, ovvero lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche e delle comunicazioni. Molti lavori sono completamente scomparsi a causa della computerizzazione, anche nel settore amministrativo. La combinazione fra i principi dell’alta tecnologia e del basso salario o nessun salario (sempre negato dagli entusiasti del “progresso”) garantisce un “vantaggio sul costo comparato” nel commercio estero. Il che porterà a “salari cinesi” anche in occidente. La potenziale perdita di consumatori occidentali non viene vista come una minaccia. All’economia dei conglomerati non interessa se i consumatori sono europei, cinesi o indiani.
I mezzi di produzione vengono concentrati in sempre meno mani, soprattutto da quando il capitale finanziario, esso stesso precario, controlla il valore degli asset in modo sempre più aggressivo. Vengono create nuove forme di proprietà privata, non da ultimo tramite la svendita di patrimonio pubblico e la trasformazione di servizi e industrie di piccole dimensioni, in precedenza pubblici, in settori di business aziendale. Ciò riguarda in primo luogo settori che erano rimasti a lungo almeno in parte esclusi dalla logica del profitto, come l’istruzione, la sanità, le forniture di energia ed acqua. Dall’attuale commercializzazione di servizi o industrie in precedenza pubblici emergono nuove forme di privatizzazione delle risorse naturali come gli oceani, le foreste pluviali, le regioni ricche in biodiversità o geopoliticamente strategiche (ad esempio per potenziali gasdotti) ecc. Per quanto concerne i nuovi spazi virtuali e le reti di comunicazione, assistiamo a sforzi incessanti di portare anch’essi sotto controllo privato.

Tutte queste nuove forme di proprietà privata vengono essenzialmente create da forme più o meno predatorie di appropriazione. In questo senso sono la continuazione storica della cosiddetta accumulazione originale, espansa globalmente secondo il motto: crescita tramite l’esproprio!
La maggioranza della popolazione ha sempre meno accesso ai mezzi di produzione, quindi la dipendenza da un lavoro scarso e mal retribuito aumenta. La distruzione dello stato sociale distrugge anche l’idea che gli individui possano contare sulle comunità per ricevere aiuto nell’ora del bisogno. La nostra vita conta esclusivamente su servizi privati, ovvero costosi, spesso di qualità molto peggiore e molto meno affidabili di quelli pubblici. (E’ un mito che il privato faccia sempre meglio del pubblico). Stiamo assistendo alla carenza di offerta che prima era sofferta solo dal sud coloniale. La vecchia pretesa secondo la quale il sud si sarebbe alla fine sviluppato come il nord si sta dimostrando sbagliata: è’ il nord che sta diventando sempre più come il sud. Stiamo assistendo all’ultima forma di “sviluppo”: un sistema mondiale di sottosviluppo. Sviluppo e sottosviluppo vanno mano nella mano, e questo potrebbero presto ritrovarsi a capirlo perfino i lavoratori degli “aiuti per lo sviluppo”.

Di solito si ricorre alle donne per bilanciare il sottosviluppo, attraverso un maggiore lavoro domestico. Di conseguenza il carico di lavoro e lo sfruttamento sui salari delle donne assume dimensioni terribili: svolgono lavoro non retribuito a casa e lavoro sottopagato e “casalinghizzato” fuori. Tuttavia, la commercializzazione non si ferma nemmeno davanti alle porte di casa. Perfino il lavoro domestico diventa cooptato commercialmente, con scarso o nessun vantaggio per le donne che lo svolgono.
Non ultimo a causa di questo, sempre più donne vengono costrette alla prostituzione, una delle maggiori industrie globali odierne. Ciò dimostra due cose: a) quanto poco l’ “emancipazione” delle donne porti in effetti alla parità di termini con gli uomini; e b) lo “sviluppo capitalista” non implica maggiore “libertà” nei rapporti tra salari e lavoro, come la sinistra ha a lungo affermato. Se così fosse, il neoliberismo significherebbe la fine volontaria del capitalismo una volta raggiunta la sua massima estensione; cosa che però non sembra probabile.
Oggi esistono nel “sistema mondo” centinaia di milioni di quasi-schiavi, tanti come non mai. Il modello autoritario delle aree speciali che producono per le esportazioni sta conquistando l’oriente e minacciando il nord. La ridistribuzione della ricchezza avviene sempre più dal basso verso l’alto, e a velocità sempre crescente. Il divario tra i ricchi e i poveri non è mai stato così ampio. La classe media scompare. Questa è la situazione cui siamo di fronte.
Diventa palese che il neoliberismo non segna la fine del colonialismo, ma, al contrario, la colonizzazione del nord. […]
Ogni considerazione sociale, culturale, tradizionale o ecologica viene abbandonata per lasciare il posto a una mentalità di saccheggio. Tutte le risorse globali che ancora possediamo (foreste, acqua, risorse genetiche) sono diventate oggetti da utilizzare. La conseguenza è la rapida distruzione ecologica per esaurimento. Se si guadagna di più tagliando gli alberi che piantandoli, non c’è ragione per non tagliarli. Né il pubblico né lo stato intervengono, nonostante il fatto ovvio che abbattere le poche foreste pluviali rimaste distruggerà irreversibilmente il clima terrestre, senza parlare dei numerosi altri effetti negativi. Clima, animali, piante, esseri umani non hanno alcun valore rispetto agli interessi delle compagnie, non importa che la foresta pluviale non sia una risorsa rinnovabile e che l’intero ecosistema terreste dipenda da essa. Se l’avidità e il razionalismo con il quale viene imposta all’economia fossero davvero tratti antropologici congeniti, non saremmo neppure arrivati ad essere qui oggi.

La comandante dello Space Shuttle che orbitava attorno alla Terra nel 2005 affermò che “il centro dell’Africa stava bruciando”. Intendeva il Congo, nel quale si trova l’ultima grande foresta pluviale del continente. Senza di essa non si formeranno più le nuvole della pioggia sulle sorgenti del Nilo. Tuttavia deve scomparire affinché le compagnie guadagnino libero accesso alle risorse naturali del Congo, le quali sono il motivo delle guerre che oggi piagano la regione. Dopotutto, diamanti e coltan servono per i telefoni cellulari.
Ormai qualsiasi cosa sulla Terra è diventata un bene, cioè tutto è oggetto di “scambio” e commercializzazione (che in realtà significa liquidazione, ovvero trasformazione in denaro liquido). Nel suo stadio neoliberista, al capitalismo non basta più inseguire globalmente la produzione di beni a bassa intensità di costo e preferibilmente senza salari. L’obiettivo è trasformare tutto e tutti in beni, compresa la vita stessa. Stiamo correndo ciecamente verso la fine violenta e assoluta di questa “modo di produzione”, ovvero la totale capitalizzazione/liquidazione attraverso la “monetizzazione”.

Siamo testimoni non solo di una perpetua lode al mercato, ma di quello che possiamo definire il “fondamentalismo del mercato”. La gente crede nel mercato come se fosse un dio. Pare esserci la sensazione che niente può avvenire senza di esso. L’unico scopo dell’attività economica diventa la totale accumulazione globale massimizzata di denaro/capitale. Bisogna istituire un “libero” mercato mondiale di qualsiasi cosa, un mercato che funzioni secondo gli interessi delle compagnie e del denaro capitalista. L’istituzione di un simile mercato procede alla velocità della luce. Crea nuove possibilità di profitto dove prima non esistevano, per esempio in Iraq, Europa orientale o Cina.
Generalmente si sorvola una cosa: la ricchezza astratta creata per l’accumulazione implica la distruzione della natura, ovvero della ricchezza concreta. Il risultato è un “buco per terra” e vicino ad esso una discarica con i beni usati, i macchinari obsoleti e il denaro senza valore. Tuttavia, una volta esaurita tutta la ricchezza concreta (che oggi consiste soprattutto nelle ultime risorse naturali), scomparirà anche la ricchezza astratta. Nelle parole di Marx, “evaporerà”. Il fatto che la ricchezza astratta non è reale diventerà evidente, e così la risposta alla domanda: quale ricchezza ha creato davvero la moderna attività economica? Alla fine non è altro che ricchezza monetaria (e perfino questa esiste principalmente in virtuale o in conti) che costituisce una monocultura controllata da una minuscola minoranza. E davvero: come si sopravvive senza né risorse né mezzi di produzione né denaro?

Il nichilismo del nostro sistema economico è palese. L’intero mondo sarà trasformato in denaro, per poi scomparire. Dopotutto, il denaro non si può mangiare. Quello che nessuno sembra considerare è il fatto che è impossibile ri-trasformare beni, denaro, capitale e macchinari in natura o ricchezza concreta. Sembra che sotto tutto lo “sviluppo economico” ci sia l’assunto che le “risorse”, le “fonti di ricchezza” siano rinnovabili ed eterne, come la “ricchezza” che creano.

L’idea che capitalismo e democrazia siano una cosa sola viene dimostrata un mito dal neoliberismo e dal suo “totalitarianismo monetario”.
Il primato della politica sull’economia è stato perso. I politici di tutti i partiti l’hanno abbandonato. Sono le compagnie a dettare la politica. Quando si tratta di interessi aziendali non c’è posto per il consesso democratico o il controllo della comunità. Lo spazio pubblico scompare. La res publica diventa res privata, o, diremmo oggi, res privata transnationale (e nel significato latino originario, privato deriva dal verbo privare). Solo quelli al potere hanno ancora diritti. Si conferiscono le licenze di cui hanno bisogno, da quella di saccheggio a quella di uccidere. Quanti si mettono sulla loro strada o li sfidano vengono vilipesi, criminalizzati e sempre più definiti “terroristi” o, nel caso di governi non compiacenti, “stati canaglia”, etichetta che solitamente implica la minaccia di un attacco militare o un attacco vero e proprio, come abbiamo visto in Yugoslavia, Afghanistan e Iraq, e forse in Siria e Iran nel prossimo futuro. Il presidente Bush aveva perfino parlato della possibilità di attacchi nucleari “preventivi”, nel caso gli USA si sentissero minacciati da armi di distruzione di massa. L’Unione Europea non obiettò.

Neoliberismo e guerra sono due facce della stessa moneta. Libero scambio, pirateria e guerra sono ancora “un trio inseparabile”, oggi forse più che mai. La guerra non è solo “bene per l’economia”, ma in effetti la sua forza trainante, e si può considerare “la continuazione dell’economia con altri mezzi”. Guerra ed economia sono diventate quasi indistinguibili. Guerre per le risorse, soprattutto petrolio e acqua, sono già cominciate. Le guerre del Golfo ne sono l’esempio più ovvio. Il militarismo appare ancora una volta come “esecutore dell’accumulazione di capitale”, potenzialmente ovunque e per sempre.
I diritti umani e la sovranità sono stati trasferiti dai popoli, le comunità e i governi alle grandi compagnie. L’idea di popolo come ente sovrano è stata praticamente abolita. Abbiamo assistito a una sorta di colpo di stato. Nel moderno sistema mondo, i sistemi politici dell’occidente e gli stati nazionali come garanti ed espressione della divisione internazionale del lavoro sono in via di dissoluzione. Gli stati nazionali stanno diventando “stati periferici”, secondo il ruolo subordinato che essi giocano nella proto-dittatura del “Nuovo Ordine Mondiale”. […]
Il “Nuovo Ordine Mondiale” implica una nuova divisione del lavoro che non distingue più tra nord, sud, oriente e occidente; oggi, ovunque è sud. Viene istituito un diritto internazionale conforme, che funziona efficacemente dall’alto al basso ed elimina tutti i diritti comuni locali e regionali. E non basta: molti di tali diritti vengono resi nulli sia retroattivamente che per il futuro.
La logica del neoliberismo come una sorta di neo-mercantilismo totalitario è che tutte le risorse, i mercati, il denaro, i mezzi di produzione, le “opportunità d’investimento”, i diritti e il potere appartengono solo alle grandi compagnie. Esse sono libere di fare qualsiasi cosa le aggradi, a nessuno è permesso interferire. Ironicamente ci viene detto che dovremmo fare affidamento su di esse per trovare una via d’uscita dalla crisi. Questo mette l’intero pianeta a rischio, poiché la responsabilità è che qualcosa che le compagnie non hanno né conoscono. I tempi dei contratti sociali sono finiti. Di fatto, anche solo sottolineare la crisi è diventato un crimine e tutti i critici verranno presto etichettati come “terroristi” e perseguiti come tali.

La medicina economica del FMI
Fin dagli anni ’80, sono soprattutto i “programmi di aggiustamento strutturale” (SAPs) della Banca Mondiale e del FMI a imporre il neoliberismo. Tali programmi sono usati contro i paesi del sud, che possono venire ricattati grazie ai loro debiti. Nel frattempo, numerosi interventi militari e guerre aiutano ad impossessarsi dei beni anche ancora restano, istituire il neoliberismo come politica economica globale, schiacciare i movimenti di resistenza e facilitare il business della ricostruzione.

Negli anni ’80, Ronald Reagan e Margaret Thatcher introdussero il neoliberismo in America e Gran Bretagna. Nel 1989 venne formulato il cosiddetto “consenso di Washington”, che asseriva di condurre a libertà, prosperità e crescita economica globale tramite “la deregulation, la liberalizzazione e le privatizzazioni”. Questo è diventato il credo e la promessa di tutti i neoliberisti. Oggi sappiamo che la promessa si è avverata solo per le compagnie e non per tutti gli altri.

In Medio Oriente, il supporto occidentale per Saddam Hussein nella guerra tra Iraq e Iran negli anni ’80, e la guerra del Golfo dei primi anni ’90, annunciarono la presenza statunitense permanente nella regione petrolifera più contesa al mondo.
In Europa continentale, il neoliberismo cominciò con la crisi in Yugoslavia provocata dai SAPs della Banca Mondiale e del FMI. Il paese fu sfruttato pesantemente, si spezzò e alla fine divenne preda di una guerra civile per le sue ultime risorse. Dalla guerra NATO del 1999 i Balcani sono frammentati, occupati e geopoliticamente sotto controllo neoliberista e la ricostruzione è esclusivamente nelle mani di compagnie occidentali.
Tutti i governi, di sinistra, destra, liberal o verdi, lo accettano. Non si analizzano i rapporti tra le politiche del neoliberismo, la sua storia, il suo background e gli effetti sull’Europa e altre parti del mondo. Allo stesso modo non si analizza la connessione al nuovo militarismo.

Fonte: Global Research

Traduzione: Anacronista

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