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Gioia Tauro: armi chimiche siriane, in scena la “farsa” democratica

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di Manuela Comito

Si è conclusa con un fallimento la “missione romana” dei sindaci della Piana di Gioia Tauro che si sono recati all’incontro con il Presidente Letta, avvenuto martedì 21 gennaio. Quello che doveva essere un tavolo di confronto e di trattative si è rivelato l’ennesima beffa ai danni delle istituzioni locali calabresi e della popolazione che rappresentano. La delegazione dei sindaci si è trovata di fronte ad un ultimatum, ad un ordine imposto dall’alto e a nulla sono valse le motivazioni addotte per spiegare il rifiuto di ospitare la nave carica di armi chimiche che giungerà i primi giorni di febbraio dalla Siria.
I sindaci dei 33 comuni della Piana di Gioia Tauro si erano riuniti in assemblea lunedì 20 gennaio, per decidere quale linea adottare e seguire in previsione del vertice di Palazzo Chigi e ne era scaturito un documento, sottoscritto da tutti i presenti, con il quale davano mandato ai sindaci di Gioia Tauro e di San Ferdinando ad opporsi al transito delle navi nel porto della cittadina calabrese. Ma il vertice con i rappresentanti del governo non ha avuto l’esito sperato e auspicato: l’operazione di trasbordo si farà, con o senza l’approvazione degli enti locali.

All’uscita da Palazzo Chigi, i sindaci non hanno celato il loro rammarico per la scarsa considerazione mostrata dalle istituzioni e hanno dichiarato che, nei limiti della legalità, faranno quanto in loro potere per impedire l’intera operazione. Ciò che più preoccupa le autorità locali è l’assenza di una struttura sanitaria adeguata a fronteggiare un’eventuale emergenza e la mancanza di un piano di evacuazione di sicurezza che garantisca l’incolumità della popolazione.
Di tutt’altro avviso, invece, il governatore della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, che vede l’intera vicenda in chiave positiva, come un’occasione per accendere i riflettori sul porto e sulle sue problematiche. Mentre il Presidente della Provincia di Reggio Calabria Giuseppe Raffa parla di volontà di barattare l’uso del porto con la concessione della Zona economica speciale (Zes), provvedimento già approvato dalla giunta e dal Consiglio Regionale ma che giace in commissione parlamentare e permetterebbe di risollevare le sorti dei lavoratori del porto, attirando investimenti.
Ulteriori polemiche ha alimentato la vicenda dei 4 parlamentari calabresi del M5s che si erano presentati al vertice di Palazzo Chigi e a cui è stato impedito l’accesso. Intanto, Pino Romeo, urbanista e coordinatore del tavolo tecnico di tutela ambientale della Piana, ha consegnato al giornale “Il Manifesto” una relazione shock, già esposta in sintesi nell’assemblea di lunedì sera alla presenza dei sindaci dei comuni interessati. «Siamo entrati in contatto con gli alti esponenti della comunità scientifica di Democritos (gli omologhi del Cnr) di Atene e del Politecnico di Creta, che parlano di completa distruzione dell’ecosistema che gravita intorno al Mediterraneo causato dalla distruzione delle ogive» ha spiegato Romeo. «A Roma si vuol annacquare il vino con l’acqua usando tecnicismi per creare volutamente confusione. I portuali del Sul, al pari di altri lavoratori, ci hanno confermato che è vero che materiale tossico di questa categoria ne è passato negli anni lungo le banchine gioiesi, ma sostanze letali mai. Sarebbe la prima volta» ha concluso.
Sul metodo con cui sarà trattato l’arsenale siriano si è espresso criticamente Nikos Katsaros, collaboratore scientifico di Democritos, ed ex presidente dell’Unione dei chimici greci: «L’armamento sarà distrutto nella zona di mare ad ovest di Creta, con la connivenza delle autorità greche, italiane e maltesi» ha dichiarato Katsaros. «Se tale neutralizzazione sarà effettuata tramite il processo di idrolisi, non c’è da stare tranquilli. Si tratta di un metodo estremamente pericoloso, con conseguenze imprevedibili per l’ambiente mediterraneo e i popoli vicini».
Ultima nota dolente, il comunicato della Protezione Civile che ha dichiarato la zona portuale “in piena allerta sismica”. Non si capisce in base a quali studi o a quali dati il governo italiano abbia ritenuto opportuno mettere a disposizione il Porto di Gioia Tauro per le operazioni di trasbordo delle sostanze chimiche provenienti dalla Siria. Forse l’unico dato certo in suo possesso era che a Gioia Tauro non ci sarebbero state quelle “resistenze locali” dalle quali perfino il Wall Street Journal aveva messo in guardia nei giorni scorsi. Ma, fortunatamente, i sindaci della Piana di Gioia Tauro e tutta la popolazione calabrese stanno dimostrando loro di saper lottare e di saper resistere, facendo crollare quest’ultima loro certezza.
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Intanto, il governo di Damasco sta trasferendo le sue armi nel porto di Latakia, dove una parte è già stata caricata su una nave danese, che le condurrà nel porto di Gioia Tauro, e qui verranno caricate sulla Cape Ray, unità americana attrezzata a distruggerle con il procedimento chimico dell’idrolisi. L’intera operazione è gestita dall’Organizzation for the Prohibition of chemical Weapons (Opcw) e il programma prevede che in base alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza 2118 e alle decisioni del consiglio Direttivo dell’Opcw, le armi chimiche provenienti dalla Siria devono essere distrutte entro il 30 giugno 2014.
Secondo quanto reso noto dall’Opac, il carico è di 1500 container che proteggono contenitori sigillati e a doppia camera stagna filtrata con carbone attivo per evitare che gas letali, come iprite o sarin, possano contaminare persone o ambiente prima di essere resi inefficaci. In queste ore, il diplomatico turco a capo dell’Opac, Ahmet Uzumcu, ha ammesso che la rimozione e la distruzione delle armi procede a rilento rispetto ai tempi previsti per l’infuriare dei combattimenti in Siria, al punto che solo 16 delle 560 tonnellate di sostanze chimiche primarie previste ha raggiunto il porto di Latakia, ultima tappa su territorio siriano.

E’ doveroso, infine, offrire qualche spunto di riflessione, ripotando alcuni brani di un articolo che Manlio Dinucci ha pubblicato a settembre 2013: “Il martellamento politico-mediatico sulle armi chimiche della Siria, che secondo le «prove» segrete della Cia sarebbero state usate dalle forze governative, genera la diffusa impressione che sia ormai solo la Siria a possedere tali armi e che con esse minacci il resto del mondo. Potenza delle armi di distrazione di massa, capaci di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica su un singolo punto, facendo sparire tutto il resto.(…) Perché la Siria non ha firmato la Convenzione sulle armi chimiche? La risposta, in termini essenziali, è: perché ha puntate addosso le armi nucleari israeliane. Non solo. Israele ha costruito dagli anni Sessanta anche un sofisticato arsenale di armi chimiche. Ma, come quello nucleare, resta segreto poiché Israele ha firmato ma non ratificato la Convenzione sulle armi chimiche. Secondo un rapporto di «Foreign Policy», basato su un documento della Cia, avanzate ricerche sulle armi chimiche furono condotte nel Centro israeliano di ricerca biologica e tali armi furono prodotte e stoccate nel deserto Negev, a Dimona, dove si producono anche armi nucleari. Lo riferisce perfino il «Jerusalem Post». Anche se Israele non avesse conservato tale arsenale, scrive la rivista specializzata «Jane’s», possiede la capacità di sviluppare in alcuni mesi un programma di armi chimiche offensive”.

Fonte: IL Farosulmondo

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  1. Piero61 3 anni fa

    salve
    e che cosa potevamo aspettarci da questi “governanti” che ci sono stati imposti da chi ci porterà questo, ennesimo, regalino democratico ?
    saluti
    Piero e famiglia

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