"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

E’ il neoliberismo il nemico giurato di Marine Le Pen

di  Ilaria Bifarini

“Ni de droite ni de gauche”: questa è l’etichetta che Marine Le Pen attribuisce al proprio movimento politico. E in effetti, analizzando in dettaglio il programma del Front National, che si dipana in 144 punti, non possiamo darle torto. Le categorie, si sa, sono difficili da abbandonare, semplificano la realtà e permettono di inquadrare ogni fenomeno, e la dicotomia Destra/Sinistra è una delle più consolidate. Il programma della Le Pen può definirsi sia di destra che di sinistra, piuttosto che nessuna delle due.

La candidata dell’Eliseo la definisce “una rivoluzione della vicinanza”, intesa in senso democratico ed economico. E proprio all’economia dedica lo spazio più ampio, dimostrando una forte dose di pragmatismo, lontana da proclami artefatti tipici del populismo, nonostante le accuse dei media mainstream.

Dopo le due sezioni iniziali in cui viene esposta la prospettiva di uscita dall’Unione Europea, il rafforzamento della sicurezza nazionale e una politica di tolleranza zero verso i reati penali, segue la parte economica, “Una Francia prospera – un nuovo modello patriottico in favore del lavoro.” Il connotato nazionalistico è forte anche qui, tanto da parlare dell’introduzione di “un vero patriottismo economico liberandosi dei vincoli europei”, ma le proposte sono concrete.

Viene dedicato un capitolo intero a come sostenere le imprese, in particolare il mondo delle PME francesi, ossia quelle aziende di dimensioni ridotte che, come in Italia, rappresentano il tessuto economico nazionale. E’ prevista per esse la diminuzione degli oneri sociali e la creazione di un’aliquota al 24% (anziché al 33%); viene inoltre introdotto l’obbligo per lo Stato e per gli Enti locali di rispettare i termini di pagamento nei loro confronti, applicando penali nel caso di inadempienza.

L’obiettivo è di sostenere la reindustrializzazione del Paese attraverso una forma di cooperazione tra industria e Stato-stratega: non un contraltare granitico di matrice keynesiana al neoliberismo imperante, ma qualcosa di più simile alla cosiddetta “terza via”.

Il dominio neoliberista, con le sue degenerazioni, è il nemico giurato del programma lepeniano, che insiste più volte sulla necessità di riportare la finanza attuale, ormai dedita solo alla speculazione, al servizio del cittadino e dell’economia reale. Nulla è lasciato al caso, tantomeno la politica monetaria e del debito pubblico: è previsto il ritorno all’indipendenza dai mercati finanziari attraverso il finanziamento diretto del Tesoro da parte della Banque de France (pensiamo se in Italia il Tesoro e la BI si ricongiungessero…!) e, ovviamente, la riconquista della sovranità monetaria.

Verranno inoltre congelate le autorizzazioni per gli ipermercati e le aziende che si occupano di vendita per corrispondenza. L’economia reale dunque, quella fatta da esseri umani che producono beni o servizi, da aziende che assumono, in antitesi al sistema economico attuale, fondato su bit elettronici di speculatori finanziari ed e-commerce che garantisce piccoli risparmi sul prezzo a fronte di grossi tagli al personale.

Sempre per contenere la deriva neoliberista, che sotto gli assurdi diktat dell’UE ha avviato negli Stati una politica di dismissione degli asset pubblici nazionali, viene fatto espresso divieto alla politica di vendita a stranieri e privati di palazzi ed edifici nazionali.

L’economia deve ritrovare il suo contatto con la realtà e la società, attraverso la tutela dei diritti dei lavoratori – il cui orario settimanale dovrà essere mantenuto nelle 35 ore, mentre saranno detassate le retribuzioni per le ore di straordinario – e politiche fiscali di redistribuzione della ricchezza, con la diminuzione del 10% delle imposte per le prime tre tranche e misure di sostegno per i redditi e le pensioni più basse.

L’economia reale è fatta anche (e soprattutto ndr ) dei benefici indotti dal patrimonio artistico e culturale di un Paese che, secondo Marine Le Pen, va incentivato con un aumento del budget a esso dedicato e attraverso la riedizione di un nuovo “mecenatismo culturale”.

A scontentare chi vorrebbe ancora tacciare il programma lepeniano come retrogrado e conservatore, esso prevede espressamente un’impronta laica e orientata alla libertà di espressione. Last but not least la protezione degli animali, limitando il più possibile le pratiche di sofferenza e la sperimentazione, diventa una priorità nazionale.

Difficile da inquadrare nella dicotomia tradizionale tra destra e sinistra, la politica di Marine risponde a un solo attributo: antiliberista.

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  1. Christian 4 mesi fa

    Chiedo scusa, non c’entra un belino con l’articolo sopra, ma fà lo stesso; voglio solo dedicare un caloroso ringraziamento, in ricordo di uno degli EROI della resistenza della Novorussia contro il regime nazifascista di Kiev sostenuto dalla Nato e dall’occidente, il Tenente-Colonello Mikhail Tolstykh “Givi”, assassinato dall’SBU ucronazi. GRAZIE GIVI!!! ONORE, ONORE, ONORE!!!

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  2. Salvatore Penzone 4 mesi fa

    Purtroppo la base mercantile su cui è stata impostata la nostra “unione” fa sì che non ci sia riforma che tenga, bisogna ritornare ognuno nei propri confini e da lì aprire un dialogo alla pari, un dialogo costruttivo. Come dice Bagnai: “il mercantilismo si basa su un’aporia logica: se per crescere devi esportare, qualcuno dovrà importare, e se a tutti viene proposto il medesimo modello si va necessariamente al conflitto”.
    A questo proposito si dovrà pensare al recupero dell’assunto teorico di economisti come Friedrich List il quale già nell’ottocento fa una critica radicale ai vantaggi del libero commercio. Egli scrive: «nelle attuali condizioni mondiali, la libertà commerciale universale non porterebbe a una repubblica universale, ma all’universale soggezione delle nazioni meno progredite alla supremazia della potenza preponderante nell’industria, nel commercio e nella navigazione». (come non vedere in quest’affermazione quasi una profezia rispetto al ruolo della Germania nella Unione Europea o degli USA sul piano internazionale). List considera, dunque, la teoria di Smith dei vantaggi del libero commercio internazionale un «regresso …per gettare polvere negli occhi alle altre nazioni in vantaggio dell’Inghilterra» un «cavallo di Troia …per indurci ad abbattere con le nostre stesse mani le mura che ci proteggono». Sul concetto di nazione List scrive: «E’ forse nella natura dell’individuo preoccuparsi dei bisogni delle generazioni future, come fanno invece per natura la nazione e lo stato?». Caratteristica del mio sistema, scrive List, «è di essere un edificio basato sull’idea di nazione come intermediaria fra individuo e umanità»”. La nazione di List non si caratterizzata per una ideologia protezionista perché il destinatario della sua azione è l’umanità in quanto principio e non la mera comunità nazionale. Per List la nazione è una sorta di coscienza sovra individuale in grado di programmare il benessere anche delle generazioni future, cosa impossibile se questa programmazione viene affidata a soggetti che hanno come priorità l’interesse individuale o di parte.
    All’internazionalismo liberoscambista di Smith, List contrappone un “cosmopolitismo tra nazioni non concorrenti” perché un’economia universale “parte dal presupposto che tutte le nazioni del mondo formino un’unica società, vivente in un regime di pace perpetua”. Oggi lo svuotamento delle sovranità nazionali non ha permesso una politica funzionale a uno sviluppo equilibrato tra la comunità degli stati come si pensava dovesse avvenire ma al contrario, proprio come aveva previsto List, ha portato alla soggezione delle nazioni meno progredite verso quelle più forti nell’industria, nel commercio, nella finanza. Nemmeno la creazione di una comunità degli stati, come nel caso della UE, ha ridotto le differenze, anzi, la gabbia monetaria le ha acuite perché un diverso costo del lavoro nel quadro di una diversa fiscalità, un diverso welfare, e un diverso sistema pensionistico insieme ad una diversa struttura industriale e di servizi, crea un diverso costo dei prodotti.
    In un regime di cambi fissi paesi con costi di produzione più alta si trovano penalizzati perché il mercato interno di questi paesi preferisce i prodotti dei paesi con un costo dei prodotti minore e questo indebolirà ulteriormente la capacità produttiva del paese più svantaggiato. Inoltre, come insegna Bagnai, i paesi forti con la loro disponibilità di capitali prestano a quelli deboli perché acquistino le loro esportazioni e, portando in “sofferenza” le banche dei paesi importatori per il debito privato accumulato, costringono lo stato a intervenire trasformando il debito privato in un debito pubblico dato il trasferimento di risorse pubbliche alle banche in sofferenza. Alla luce di queste considerazioni lo Stato nazionale risulta essere lo spazio più prossimo in cui una comunità possa svilupparsi e programmare il proprio futuro. E’ stato un errore della sinistra l’aver sostenuto lo svuotamento della sovranità nazionale in nome, come dice Massimo Pivetti, di un europeismo ingenuo e superficiale. L’alternativa seria all’Unione Europea è un cosmopolitismo tra nazioni non concorrenti, come dice List, e il modello che può permettere questo cosmopolitismo lo suggerisce Nino Galloni che ne propone uno “aperto ma auto-centrato”, dove, fermo restando il principio della sovranità monetaria, si punta allo sviluppo di una domanda interna che faccia viaggiare verso la piena occupazione e con l’esportazione delle eccedenze il cui prezzo verrebbe stabilito dal mercato internazionale, acquistare dall’estero, con quegli introiti fatti di valuta internazionale, ciò che manca alla produzione interna. Questo consentirebbe l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti di ogni paese i quali, proprio grazie a questo pareggio nei conti con l’estero non sarebbero più concorrenti ma potrebbero, anzi, partecipare a valorizzare le risorse ed ottimizzare le produzioni degli altri per renderle disponibili sul mercato. Inoltre un simile modello favorirebbe la struttura produttiva del nostro paese fatta di piccole e medie industrie le quali, per loro natura, sono portate più alla valorizzazione del lavoro che ad ottimizzare i profitti.

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    1. Anonimo 4 mesi fa

      “E’ stato un errore della sinistra l’aver sostenuto lo svuotamento della sovranità nazionale in nome, come dice Massimo Pivetti,
      di un europeismo ingenuo e superficiale.”
      …lo leggerei diversamente…”E’ stato una infame atto criminale della sinistra l’aver sostenuto lo svuotamento
      della sovranità nazionale in nome, come dovrebbe dire Massimo Pivetti,
      di un europeismo camuffato ma cannibale e colonialista, con l’unico scopo,
      di questa sinistra di far parte della elite oligarchica, anche se solo in veste di servitori .”

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  3. ramo 4 mesi fa

    Credo che il ministro Galloni, defenestrato ai fini dell’affondamento della nostra economia, possa dare molte dritte in merito, e il fatto che di lui e dei suoi punti di vista non parli mai alcun quotidiano “importante” e men che meno le famigerate nostre televisionistrutturate al fine di distrarre la gente e di manipolarla con le fregnacce della De Filippi e della D’Urso e degli altri, nonché costrette a contratto post bellico da anni e anni a comperare tutta la spazzatura americana (che spreco di soldi e di tempo!), già la dice lunga e credo non vi sia altro da dire. Io farei studiare nelle scuole elementari e medie la vicenda di Galloni e della nostra industria, accanto alla storia di Garibaldi e Mazzini, compresa la vicenda vera di Mattei e della nostra energia, tanto per cominciare.

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  4. ramo 4 mesi fa

    Altra possibile futura fonte di introiti: il RECUPERO dei soldi rubati dagli anni ’80 ad oggi, almeno. Ci sarebbe da istituire un apposito ministero del Recupero pecuniarum pro Italia, con tanto di quadri neoassunti e possibilità per tanti giovani investigatori ( e vecchi defenestrati onesti a guidarli) di drenare pro salute populi i soldi illeciti compresi emolumenti, stipendi, liquidazioni, consulenze, beni immobili, eredità e pensioni di reversibilità: un vero e proprio tesoro che farebbe godere la tanta gente. Insomma una nuova Agenzia Pinkerton per l’Italia, con tanto di risultati tabellonati online per la consultazione disponibile a tutti. Meglio che perdere tempo coi “spetteguless” vista la passione della gente per questi altarini scoperti. E sarebbe poi il vero voltare pagina una volta per tutte, oltre al creare nuovi posti di lavoro e la ricollocazione dei licenziati o dei disoccupati di valore. Si istituirebbe una Banca apposita il cui compito oltre all’ammassare i liquidi e i beni vari recuperati, sarebbe anche quello di ridistribuirli sia allo Stato che ai cittadini, aumentando le basse pensioni, erogando prestiti senza interesse, e via facendo. La chiamerei ” La Banca di Zaccheo”, intendendo quel pubblicano ladro che, colpito in pieno da Cristo, gli disse, felice d’essersi liberata la coscienza, che dava tutto il maltolto indietro alla gente.

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    1. Quantum 4 mesi fa

      Ma il denaro rubato dai politici insieme a tutti i costi della burocrazia è di soli 6 miliardi di euro l’anno.

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