"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Due candidati per due Americhe

America profonda chiede voce

di  Carlos Esteban

Trump e’ un personaggio narcisista, rozzo e aggressivo, come viene dipinto ossessivamente dai media ed e’ l’unico candidato in campo per  dare voce ad una certa coerenza  in forma ufficiale ad un crescente scontento in un settore del popolo americano che potrebbe essere in forte crescita e diventare  maggioritario.

E’ costume che, in una competizione di questo tipo, i candidati ed i loro supporters insistano  nel dire che si tratta di un appuntamento cruciale e che sia una sfida fra due visioni  radicalmente opposte della vita politica in cui il paese si gioca tutto nelle urne.

Bene, per una volta hanno entrambi ragione.

Prima non era avvenuto, neanche  lontanamente. In tutte le elezioni che abbiamo vissuto, l’alternativa era fra due ipotesi dello stesso sistema tra due toni dello  stesso colore, il colore del  consenso socialdemocratico del dopoguerra.

Chi si metta ad osservare la politica estera USA dal dopoguerra, un settore che ci tocca da vicino,  vedrà una regolarità ed una continuità sorprendente indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca. Guerre remote e bombardamenti con Bush padre (repubblicano), guerre e bombardamenti con Clinton (democratico), guerre e bombardamenti con Bush figlio (repubblicano), più guerre e bombardamenti con il Premio Nobel per la Pace, Obama (democratico).

Non c’è differenza.
Neppure si è cambiata la deriva interna, secondo che ci sia stato un repubblicano o un democratico al fronte dell’Esecutivo.

Con tutti i citati esponenti, è andato avanti il processo di mondializzazione economica e politica, quello delle delocalizzazioni delle imprese, verso la sostituzione demografica attraverso una immigrazione illegale di milioni-milioni – che entrambi i partiti erano propensi a premiare con la residenza e , successivamente, la nazionalità, soltanto che, con  termini e condizioni leggermente distinte; con tutti si è approfondita la tribalizzazione della politica e si è affermata la tirannia della correzione politica.

Tutti, alla fine, hanno operato come pezzi di un establishment ogni volta più solido e si sono comodamente seduti a guardia di quegli interessi. Wall Sreet, l’Amministrazione pubblica, i grandi media, le multinazionali, le università della Ivy League, Hollywood: erano tutti come una grande famiglia in cui tutti conoscono tutti. Per ridurlo all’aneddotica espressiva, andavano alle stesse feste, avevano studiato nelle stesse università, vivevano nei medesimi quartieri, avevano gli stessi gusti e le stesse opinioni con le loro inevitabili sfumature.

Le grandi agenzie regolate – la FDA con gli alimenti e le medicine, la SEC con il mondo finanziario – coprivano le loro fila occupando i vecchi direttivi delle imprese controllate e a loro volta, nell’ abbandonare l’ istituzione publica e le sue alte cariche, passavano abitualmente ai consigli di Amministrazione delle grandi firme che avevano supervisato. Osservino quanti direttivi della SEC provengono dalla Goldman Sachs, quanti nella FDA della Monsanto o Pfizer, non esiste alcuna cospirazione in questo.
Tutto era pace e prosperità per questa elite installata sulle coste Est ed Ovest, se non l’essere fuori per una pietra nella loro scarpa: il Flower country. Così il paese che si vede dall’aereo quando uno decolla da New York a Los Angeles o da Washington a San Francisco, è come la chiamano, l’America profonda, in questo curioso luogo pieno di paesi di persone antiquate con idee rimase vecchie ed obsolete.

E, inevitabilmente, l’abisso tra l’elite delle coste ed il popolo volgare del ‘paese profondo’ non ha fatto altro che espandersi . Non parlano la stessa lingua, non ci sono riferimenti culturali, anche i più elementari, che possano avere in comune Sono, a tutti gli effetti, tranne secondo i dati ufficiali, due paesi diversi.

Questa America che crede solo che New York sia  una città americana e che vede in Washington, la nuova Babilonia, tuttavia, è quella che paga le tasse, acquista i beni e vota. Ed è ogni giorno più disperata. Da un lato, soffre di quella distanza culturale con la sua élite. È qualcosa di psicologico, se si vuole. Vede come i suoi politici li demonizzano come ‘razzisti’ e ‘xenofobi’, come Hollywood lancia frecciate alle loro credenze ed usanze, come gli intellettuali gettano sulle loro spalle la colpa di tutti quei mali.

Trump Comizio
Trump Comizio

Molte città che ha vissuto di una piccola – o grande-fabbrica, hanno visto come questa impresa che assicurava lavoro, si è ritirata per delocalizzare in Messico o Bangladesh, lasciando gran parte della popolazione per strada. L’indice dei suicidi tra i ragazzi bianchi, maggiori di 40 anni, ha accusato già proporzioni di una epidemia. Non è facile trovare occupazione nell’economia dei servizi, certamente non un’occupazione ‘come quella di prima’, o formare una famiglia con un certo sollievo, perché gli immigrati illegali, logicamente, hanno fatto ridurre i loro salari.

Anche senza questa influenza sull’occupazione, gli americani della America profonda avvertono  come, quelli appena arrivati, che logicamente arrivano con la loro lingua ed i loro usi, costumi e forme proprie di intendere la vita sociale, stanno rendendo irriconoscibile l’America a cui sono stati abituati e qualsiasi debole protesta in questo senso viene rapidamente messa a tacere con le accuse di razzismo, che è l’equivalente moderno dell’eresia.
Per evitare che queste frustrazioni rovinino la festa infinita dell’elite con il voto, l’establishment contava con una valvola di sicurezza: il partito Repubblicano. È essenzialmente uguale a quello democratico, ma la sua retorica si avvicina un po’ più verso l’America dello spirito pioniere ed amante della libertà, orgogliosi delle loro radici. In ogni caso, chi hanno intenzione di votare? Stanno per gettare il voto assegnandolo ad un terzo partito?

A questo punto è arrivato Trump

Quindi perchè Trump? Semplice. Le elezioni negli Stati Uniti sono terribilmente costose, non diciamo le presidenziali. Per finanziarle , bisogna trovare donatori, ma le grandi aziende non sono le ONG nè sono dirette da imitatori di madre Teresa di Calcutta. I donatori capiscono che le loro donazioni alla carriera politica del candidato sono investimenti, il beneficiario sarà abbastanza grato come per soddisfare governando a loro favore. Non è possibile, pertanto, che appaia un Jefferson Smith o un Frank Capra caricato con pure illusioni, perché il nostro ‘cavaliere senza spada’, per avere qualche possibilità, avrebbe dovuto essere venduto ai lobbisti per finanziare la sua campagna.
Trump dispone di denaro, quello sufficiente per pagare la sua campagna e fare una pernacchia ai donatori.

Ma il denaro è solo una parte. Un altro requisito, in un paese così enorme, è quello che viene chiamato ‘nome riconoscimento’, cioè, che il tipo in questione che sia una persona conosciuta. Non vanno a votare per un estraneo, meno nella cultura ossessiva della celebrità che regna in America. E Trump è stato su carta, dal momento in cui ho iniziato in questa attività giornalistica, molti anni fa, monopolizzando i titoli sulla stampa finanziaria, dallo spettacolo al cuore della gente.
Così Trump può essere, da quello che so, questo narcisista a parole, maleducato e aggressivo, come ossessivamente dipingono i media. Potrebbe essere vero, cosa che è probabile, che la sua conoscenza di quello che succede della vita politica, per non parlare il complesso panorama esterno, è superficiale e semplicistica, ed è chiaro dai loro dibattiti che non è un pensatore profondo o di verbo facile.

Ma, come ha detto nel suo giorno Rumsfeld, uno va in guerra con l’esercito che ha, non con quello che gli piacerebbe avere. Trump è quello che offre oggi il sistema, l’unico possibile per il momento, per rappresentare e dare una certa coerenza ufficiale per una relazione, che sia intensa e crescente con il malcontento in uno strato sociale di americani che potrebbe ben essere la maggioranza.
Che cosa viene ora? Temo che vinca chi vinca, l’orizzonte sarà tempestoso.

Se Clinton vince, non sarà Clinton a governare . Cioè, la Clinton è quella che si uniforma ai suoi donatori, alla Goldman Sachs, a Soros, all’ Arabia Saudita, nessuno dei quali è famoso per sperperare soldi alla leggera. Ma anche, in generale, all’establishment. A questa amministrazione, guidata da Obama, che ha assoggettato l’ FBI e il dipartimento di Giustizia. I media, che hanno coperto gli scandali tacitando e mettendo in un angolo per non danneggiare le rivelazioni nocive per la candidata dell’establishment.

Se la Presidente Clinton dovesse far arrabbiare l’establishment, cadrebbe in una settimana. Immaginare la stampa prendendo le rivelazioni sulla  Clinton con il succo di facezie che gli hanno fatto dire su Trump. Immaginate cosa possono avere in mano gli alti funzionari ed i magnati della finanza contro la Clinton, se dovesse comportarsi male. Cioè, sta per essere qualche cosa di più di se stessa . Ma molto, molto di più.

Si avrà apertura sempre più ampia delle frontiere, amnistia e legalizzazione per i nuovi arrivati. Gli immigrati votano in tragrande maggioranza democratica, con questo il cambiamento demografico sarebbe un buon modo per avere nuovamente un democratico alla casa bianca per decenni.

Se vince il Trump… Questa è la grande domanda. Se farà tutto quello che lui dice che lui vuole fare , Trump potrebbe rallentare i processi di decomposizione della società americana. Ma, può essere? È solo il Presidente di un paese con la separazione dei poteri e, come accennato, un establishment ben stabilizzato che lo va a ricevere con le unghie affilate.

Fonte: La Gaceta.es

Traduzione: Manuel De Silva

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