"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Disastro Libia: ecco chi dobbiamo ringraziare

libya-rebels

La Libia in mano ai gruppi radicali islamici, nuova frontiera dell’Isis a 350 km da Italia

Roma, 14 feb. (askanews) – La minaccia dell’Isis e del terrorismo radicale islamico, di ispirazione wahabita e sunnita, è ormai arrivata alle porte dell’Europa. Fino a qualche settimana fa si trattava solo di una possibilità da scongiurare, ma con la caduta di Sirte nelle mani del Califfo nero, il timore si è trasformato in certezza. Con dirette minacce all’Italia, che si trova – dicono i jihadisti – a gittata di missile. Potrebbero sembrare esagerazioni, però la Libia è un Paese sempre più fuori controllo, con una crescente presenza di organizzazioni terroristiche e ‘un mix perfetto di armi, assenza di strutture dello Stato, terre e confini marittimi incontrollati, passaggio di profughi e migranti, risorse naturali e finanziarie, divisioni’. In pratica una nuova “Somalia”  alle porte della Sicilia.

La minaccia terroristica è ormai ‘a poche ore di navigazione dall’Italia’, ‘non la possiamo sottovalutare’, ha confermato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Solo ‘200 miglia marine’ separano i combattenti dell’Isis dal nostro Paese, ha sottolineato. La Libia è uno Stato ‘fallito’, l’Italia ‘deve ragionare con l’Onu sul da farsi’ ed ‘è pronta a combattere nel quadro della legalità internazionale’.
Gli esponenti del governo e della classe politica italiana evitano però (come al solito) di parlare delle cause e delle responsabilità: il disastro della libia chi lo provocato e per quali interessi. Vediamo di analizzarlo di seguito

Disastro Libia: ecco chi dobbiamo ringraziare
di Gianpaolo Rossi
UN FRANCESE, UN’AMERICANA E UN ITALIANO

Un francese, un’americana e un italiano: non è l’incipit di un barzelletta ma coloro che dobbiamo ringraziare per aver imposto con miopia la più assurda tra le assurde guerre che l’Occidente ha condotto in questi ultimi anni in nome dell’imperativo umanitario. Il disastro in Libia e lo spaventoso errore di generare un “regime change” non governato, trasformando quello che era uno dei paesi più stabili e floridi dell’Africa in un cumulo di macerie, hanno tre firme d’autore.

IL FRANCESE
La prima è quella Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, gollista con velleità napoleoniche. Fu lui a volere con tutta la forza l’abbattimento del regime di Gheddafi nella convinzione che la Francia avrebbe recuperato la sua “grandeur” e lui i sondaggi che lo davano peggior Presidente francese degli ultimi 20 anni (record negativo oggi conquistato da Hollande).
Fu lui a guidare le potenze occidentali al riconoscimento di un governo libico d’insorti che aveva la legittimità di un pinguino nel Sahara e fu lui ad imporre, ad un recalcitrante Obama, i bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che portarono la Nato ad entrare a gamba tesa in una guerra civile schierandosi con uno dei contendenti e violando così il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Fu lui a recarsi nei giorni della fuga di Gheddafi, a Tripoli con al fianco Bernard Henry Levy il filosofo francese di sinistra da sempre protettore delle bombe umanitarie; ufficialmente per rassicurare i libici sul ruolo della Francia nella costruzione della democrazia e per chiudere qualche accordo sullo sfruttamento delle risorse energetiche del ricco paese africano, ufficiosamente per far sparire le tracce sui rapporti non proprio eleganti tra lui e Gheddafi.

L’AMERICANA
Il secondo artefice del disastro è una donna, americana: la democratica Hillary Clinton. Fu lei a trascinare di malavoglia l’amministrazione Obama nella guerra “francese” in nome della difesa di diritti umani che in Libia erano violati più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi; e lo fece applicando un principio del tutto nuovo: quello della guerra umanitaria preventiva (ne parlammo qui). L’idea cioè, che gli Usa, in Libia, dovessero intervenire non per i punire i crimini commessi dal regime ma per quelli che avrebbe potuto commettere. In altre parole, io ti bombardo non per quello che hai fatto ma per quello che io penso tu farai: una follia nel diritto internazionale.

L’ITALIANO
Il terzo da ringraziare è italiano e si chiama Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia nella guerra facendoci aderire alla coalizione che doveva applicare la risoluzione Onu, ma di fatto abbattere il regime libico al grido: “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Berlusconi (allora presidente del Consiglio) si era opposto all’intervento militare per ragioni facili da comprendere: primo per un rapporto di fiducia costruito negli anni con il leader libico Gheddafi, fiducia che aveva portato importanti accordi economici tra i due paesi e un impegno della Libia a controllare l’immigrazione clandestina verso le nostre coste (impegno che aveva fatto diminuire gli sbarchi sulle coste italiane del 90%). Secondo, perché sapeva che il vuoto di potere creato sarebbe stato pericolosissimo per i nostri interessi nazionali.

Ma in quei mesi la figura del premier italiano era indebolita, assediata dalle inchieste giudiziarie, dalla perdita di credibilità internazionale dovuta allo scandalo Ruby e dalle manovre in atto di quelle tecnocrazie che avrebbero poi portato al complotto del novembre 2011.
Napolitano ne approfittò e, in perfetta obbedienza a quei poteri internazionali per i quali subisce un naturale fascino, impose la nostra entrata nel conflitto non trattando nemmeno i posti a sedere nella gestione del dopoguerra e impedendo che il nostro Paese creasse un’asse neutrale con la Germania (che allo sciagurato attacco alla Libia non partecipò). Anche perché senza le basi italiane e la partecipazione dei nostri aerei nelle missioni di bombardamento e interdizione, l’operazione internazionale avrebbe avuto difficoltà a realizzarsi.

Ed è grazie alle loro responsabilità che ora l’Occidente sta a guardare la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento già attivo di Egitto ed Emirati Arabi, il rischio di allargamento alla Tunisia e l’espansione dell’islamismo.
Sarkozy, Clinton e Napolitano: ecco chi dobbiamo ringraziare se oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono ormai a due ore dalle coste italiane.

Fonte: L’Anarca

Vedi anche: Libia: dieci cose su Gheddafi che non vogliono farti sapere

*

code

  1. Idea3online 2 anni fa

    Ogni accelerazione dipende da una forza, l’ISIS è una massa di uomini, ma la forza da chi è impressa? Tutta questa accelerazione della massa ISIS, certo se l’ISIS stava fermo o meglio eseguiva movimenti lenti ancora ancora potevamo pensare il movimento dipendeva da energia interna al loro sistema, ma ci troviamo ad assistere ad una loro super accelerazione, lo stesso sistema è stato creato pochi mesi fa più o meno nello stesso periodo quando la Russia e la Cina vietarono l’uso della forza in Siria, non avere permesso all’Occidente di entrare in Siria ed in Iran dalla porta ha costretto la creazione di un “sistema ISIS” per sfondare le finestre, sistema alimentato da forze continue per accelerare il movimento per raggiungere gli obiettivi. Ucraina, ISIS, Grecia, Siria, Iran, sono solo l’inizio, però a mano a mano che i BRICS ma principalmente il braccio militare(Russia) ed il braccio finanziario(Cina) continueranno il loro cammino tanta paura inietteranno agli uomini di potere, solo questione di tempo e queste due braccia stringeranno l’Europa ed alcuni pezzi si alleeranno alla Russia&Cina, perchè è qui che gli USA e la Russia hanno deciso di confrontarsi prima del grande scontro.

    Rispondi Mi piace Non mi piace