"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Dallo Statuto dei lavoratori al Job Act, la caduta del diritto del lavoro in Italia

Merkel-Renzi

In Italia nel 1970 ci fu un giurista ed esperto del diritto del lavoro, Gino Giugni, docente presso l’Università La Sapienza di Roma, socialista, il quale scrisse un trattato di norme sulla regolamentazione del lavoro che fu denominato “Statuto dei lavoratori” che fu adottato come legge vincolante dal Parlamento di quell’epoca  nella legislazione del lavoro dove è rimasto vigente fino alla fine degli anni ’90, modificato in alcune sue parti con le leggi Biagi del 2003, preceduta dal così detto pacchetto Treu del 1997, quella che aveva introdotto per la prima volta le agenzie private per il lavoro abolendo i vecchi uffici di collocamento.


Il vecchio Statuto dei lavoratori era una legge molto avanzata per la sua epoca che si basava sul riconoscimento delle tutele e dei diritti universali quali la libertà sindacale del lavoratore, la garanzia per gli infortuni, per le malattie professionali e per le maternità, la normativa per i licenziamenti e la libertà di opinione, la regolamentazione del potere di controllo da parte del datore di lavoro e di quello disciplinare, le regole per i trasferimenti e per le mansioni, il divieto di atti discriminatori e di condotte antisindacali, il diritto di sciopero per il lavoratore ed altre garanzie tutte descritte dettagliatamente. Inoltre lo statuto rendeva vigenti “erga omnes”  le norme dei contratti di categoria realizzati dalle rappresentanze sindacali nazionali e questo ha regalato di fatto un enorme potere ai sindacati nazionali e limitato le trattative locali o aziendali.

Naturalmente, come sempre successo in Italia, pur essendo questa una ottima costruzione teorica, si basava su di una visione astratta del sistema delle imprese e del lavoro e questo ha determinato nel tempo uno scollamento fra la regolamentazione sulla carta e quanto avveniva nella realtà con ricorso al lavoro nero e forme di lavoro come il “caporalato” dove non vi era il controllo dell’autorità pubblica. Inoltre questo statuto aveva reso più rigido il mercato del lavoro tra coloro che un posto lo avevano già e godevano di un certo livello di garanzie e quanti, per lavorare con piccole aziende (escluse dallo Statuto) non potevano usufruire di tali garanzie o si trovavano nella impossibilità di trovare un posto di lavoro fisso e continuato. Questo grazie anche alle forti differenze esistenti tra nord e sud Italia dove in teoria si sarebbero dovuti applicare sempre la stessa tipologia di contratto indipendentemente dal diverso costo della vita e produttività delle aziende.
A questo poi si aggiungeva la rigidità delle procedure per il licenziamento ove viene richiesta un giusta causa per tale licenziamento che di fatto, in caso di contenzioso, veniva affidata al giudice del lavoro che, nella stragrande maggioranza delle vertenze, per impostazione ideologica, aveva sempre un orientamento favorevole al diritto al reintegro del lavoro anche quando questi aveva commesso comportamenti gravemente lesivi o di vero e proprio sabotaggio dell’azienda.
Fu per rendere la normativa più aderente alla realtà che si previdero la riforma Biagi, che rese istituzionali o tipiche altre forme alternative di contratto: dalla somministrazione all’apprendistato, dal contratto a progetto al contratto di lavoro ripartito a quello intermittente, il contratto occasionale, una grande varietà di tipologie contrattuali (anche eccessiva secondo molti analisti) con l’obiettivo di rendere più flessibile la normativa e favorire l’occupazione non solo quella stabile ma anche quella precaria.
Negli anni successivi ogni governo ha messo del suo per ulteriormente semplificare o complicare la materia che attualmente presenta un guazzabuglio di norme che non hanno incrementato i posti di lavoro disponibili ma hanno reso indispensabile per ogni azienda, per quanto piccola, il ricorso al consulente del lavoro specializzato per orientarsi nella giungla di norme e nelle conseguenti procedure burocratiche.
In pratica anche questa legge ha favorito la crescita di attività parallele di consulenza e servizi nelle quali si sono inseriti anche i sindacati con la costituzione dei Patronati sorti con miriadi di uffici, che si beneficiano dei contributi del lavoratore e dell’ente previdenziale di competenza.

Nel frattempo è intervenuta la grande crisi che ha reso superflue tutte le normative per molte aziende che, trovatesi senza commesse, senza credito, con imposte sempre più onerose da pagare, con costi aumentati a dismisura per contributi e burocrazia, hanno chiuso i battenti, dichiarato lo stato di crisi e mandato il personale a casa, in cassa integrazione o in mobilità, secondo i casi.
La disoccupazione è aumentata al massimo livello mai registrato dal dopoguerra, con il 43% dei giovani senza lavoro, con la riforma Fornero, che ha spostato i termini per il pensionamento e gettato nello sconforto gli over 50 che, perso il posto di lavoro, non hanno né la possibilità di una pensione anticipata né quella di trovare altro posto di lavoro.
Ecco però che arriva, acclamato da tutti i media e spinto da una imponente campagna di marketing, il nuovo politico rampante, Matteo Renzi, il fiorentino.
Questi che irrompe sulla scena politica con la sua nomina a segretario del partito di maggioranza, il PD, inizia a dettare l’agenda al governo e, attorniato da un buon numero di consulenti, italiani e stranieri, presenta la sua soluzione per il lavoro: non si chiamerà più statuto ma, in omaggio alla globalizzazione, avrà un nome inglese: il “Job Act”.
Questa sola pretesa di voler risolvere i problemi italiani affibbiando un nome straniero e scimmiottando gli americani, dichiarati superflui giuristi ed esperti di diritto, già la dice lunga sulla vacuità del personaggio ma, esaminando il contenuto di questa scatola con tal nome altisonante, si scopre che questo piano è composto da tre parti:
1) questa parte contiene una serie di proposte vaghe quali quelle concernenti il taglio del costo dell’energia elettrica, la riduzione del 10% dell’IRAP, l’azienda digitale (non si capisce quale sia), abolizione dei contratti a tempo indeterminato per i dirigenti pubblici,  la “spending review” (ma cosa vuole significare?) , semplificazione burocratica (da vedere come ), obbligo di trasparenza per le amministrazioni pubbliche (ma con il lavoro che c’entra?) che non sono attinenti con la normativa del lavoro se non indirettamente e sono troppo vaghe per essere discusse.
2) Si propone un piano industriale con priorità su alcuni settori (cultura, turismo, agricoltura e cibo), tutto espresso molto vagamente, con quali risorse e quali investimenti?
3) Si propone, in sostituzione dei vari contratti esistenti, una forma di “contratto unico” o “contratto aperto” di durata triennale con forme di tutela affievolite e contributi minori per le aziende, in pratica ti assumo il lavoratore per pagarlo meno e con possibilità di licenziarlo in qualsiasi momento.

Alla fine si è capito che questo personaggio pompato ad arte dai media non è altri che il soggetto con l’aspetto più presentabile ed accattivante (lo hanno definito il “fighetto della finanza”) che vuole articolare l’ennesima presa in giro per gli italiani che già si trovano in una situazione drammatica.
Si è capito che la finalità del piano Renzi, al di là del suo titolo altisonante, “Job Act,” altro non è che una manovra delle centrali di potere che vogliono rendere il lavoro italiano sempre più sottopagato, privo di reali garanzie e gestito dalle grandi multinazionali che vorranno installarsi nel paese a seguito di un piano di privatizzazioni, cessioni del patrimonio pubblico, dopo aver ridotto la classe media e quella popolare in miseria ed approfittare dell’ondata di massiccia immigrazione perché l’Italia venga presto “africanizzata”, resa del tutto un paese “meticcio”, come predicato apertamente dalla ministra Kyenge.

Nel piano era già previsto l’affossamento delle imprese manifatturiere italiane grazie e delle norme fiscali vessatorie e gravose, a livello di usura , situazione che ha già messo fuori uso il 25 % della produzione industriale italiana con vantaggio dell’industri tedesca e delle multinazionali.
I cittadini italiani debbono essere distratti con il Job Act, con le norme sulle coppie gay e le adozioni gay, con la normativa per lo “ius soli” (strano che non abbiano adottato un’altra denominazione British) per favorire gli extra comunitari che vengono in Italia, nonché con norme di tutela per gli stranieri e discriminatorie per  gli italiani.
Renzi si guarda bene  dall’affrontare i veri temi fondamentali che stanno affossando il lavoro: il sistema dell’euro che penalizza l’Italia, i trattati europei come Fiscal Compact e Mes che obbligheranno il paese a versare 50/60 miliardi all’anno alle centrali Bruxelles, oltre alle cifre enormi (85 miliardi all’anno) da pagare di interessi sul debito al cartello bancario internazionale. Questo mentre l’economia affonda, la domanda interna è ritornata a quella di 25 anni fa, il potere d’acquisto degli italiani a quello del 1989.

Non ci sono le risorse per fare alcun piano industriale ed il potere decisionale è ormai stato delegato interamente a Bruxelles e Francoforte, quindi appare perfettamente inutile che Renzi ci prenda in giro con il suo Job Act, piuttosto si metta una giacchetta bianca pulita e vada a farsi “benedire” dalla signora Merkel e poi torni a presentarci il conto, come farebbe un buon “cameriere”, perché questa è la vera funzione di Matteo Renzi il fiorentino: fare da “cameriere” dei banchieri e della Merkel, i veri poteri che stanno affossando l’Italia.

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