"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

“Cubaparecido”, o come di un embargo d’esuli al largo…

Tra anacronismi e parossismi, l’ultimo paradosso socialista si approccia all’Occidente mediatico.

di  Roberto Scaglione

A Cuba, giovani e meno, non si gioca a Pokemon Go: ma solo perché non esiste ancora una connessione mobile, wi-fi a prescindere che da appena un biennio l’ETECSA (Empresa de Telecomunicaciones de Cuba S.A.) ha innestato e delimitato presso talune specifiche aree – spesso parchi pubblici – per la modica cifra di 3 CUC (abbreviazione del Peso cubano convertible) all’ora: i quali scendono vertiginosamente ad 1 solo Peso, laddove filtrato abilmente dalla mano esperta del maneggione di turno nell’onnipresente quanto invisibile mercato nero.

Questo passa il convento, o peggio lo Stato: qui l’economia gira rigorosamente previo ausilio del contrabbando, ruotando tutto attorno a quella fetta di popolazione più indomita ed intrepida che, sottobanco, non ha mai rinunciato alla voglia di vivere e farcela, poco approssimativamente al di sopra degli standard davvero infimi concessi e connessi al comunismo, votandosi a quel consumismo che è consonanza, allitterazione, antitesi e nemesi storica dell’intero impianto socioeconomico su cui si regge e verte, dal 1° Gennaio 1959, la prima “repubblica” comunista ed anti-americana del mondo occidentale che, tra le contemporanee o del recente passato, è terza solo a Cina ed ex URSS in quanto a longevità.

Nella “repubblica”, il dannoso e perpetrato embargo commerciale o bloqueo (“El genocidio màs largo de la historia”, come recita in sottotitolo il crudo slogan di un apposito manifesto che campeggia attualmente tra le più trafficate arterie stradali) ha solo amplificato le dimensioni di un caos politico che si riflette inesorabilmente, da quasi sei decenni, su una cittadinanza che vive immersa in un eterno presente: sospinto dalla propinata propaganda, ormai logora e stantia propria dei totalitarismi, sovrapposta ad un vanaglorioso passato che rivive – in maniera davvero sempre più imbarazzante – l’ambiguo concetto di “revolucion”.
Inizialmente e per sinestesia, verde come la palma che spontaneamente cresce sulle sue spiagge, la prode e proba “revolucion” ha lentamente declinato le sue sfumature semantiche all’occorrenza retorica, apparendo diafane unicamente ad uso e consumo privilegiato del suo Líder Máximo Fidel Castro Ruz, l’ultimo jefe ancora in vita di quel Movimiento 26 de Julio che ha stravolto i precedenti equilibri filoamericani dell’isola, assieme alle esistenze di oltre dieci milioni di suoi connazionali: ridotti dapprima sul lastrico con la nazionalizzazione e statalizzazione operata pedissequamente al modello sovietico; ed attualmente sussistenti nella tangibile miseria di quella che, da quasi sessant’anni ad oggi, continuano inusitatamente a definire “repubblica”.

Termine che, nonostante il malcapitato tentativo immolantela suo malgrado a fungere da presupposto nominale ad un’inesistente democrazia pur di facciata, palesa viceversa proprio il paradigma del regime puro e duro, reo d’aver progressivamente indotto fervidi intellettuali ed oppositori a rinnegarsi sotto l’ombra del castrismo imperante, una teocrazia guidata per oltre mezzo secolo da un semidio ispirato niente poco di meno che dallo Spirito Santo della “rivoluzione”: della quale è, assieme, l’allegoria personificata e di cui ha fatto ragione di vita e pseudo-religione di stato, metafora e sempiterna istanza del potere teocratico, centralizzato ed assoluto.

Sessant’anni di generazioni perdute, ancorate qui e prematuramente condannate alla rassegnazione: nonché spessissimo ridotte, verso le più floride spiagge di Miami, alla fuga. Talvolta, pure mortale: vedi i repentini naufragi con le zattere o altre imbarcazioni di fortuna, dal Malecon de la Habana.

La Habana, gente nelle strade
La Habana, gente nelle strade

Questo è il vero volto del Socialismo: reale, sociale ed antropofago, i cui ciudadani, i cittadini, si cannibalizzano metaforicamente per sopravvivere ad uno squilibrio di dimensioni catastrofiche ed anzitutto finanziario, in un paese talmente disastrato che, non potendo adeguare la propria irrisoria valuta al cambio internazionale (da cui esce a priori sconfitta), ne ha inventata ex novo un’altra – il già menzionato CUC – che, inizialmente affiancata alla principale e relegata alla disponibilità dei turisti, diventò universale solo in seguito alla soppressione del dollaro americano nelle transazioni nazionali. Tutto era partito con il crollo del blocco socialista nel ’90, cui seguì il difficile quadriennio noto come Periodo Especial in cui, venute meno le scorte regolarmente inviate dall’URSS, ci si rese finalmente conto che non bastava più a soddisfare i fabbisogni alimentari del pueblo unido la gloriosa libreta de abastecimiento: i cui viveri sono tuttora diminuiti, se non ridotti ai minimi termini.

Ciò rischiò seriamente di minare le fondamenta medesime nonché la continuity storica di una saga epocale, quasi screditando quella tradizione che dovette rinunciare ad un po’ di orgoglio revolucionario per mantenersi salda e perseverare nel proprio intento ormai radicalmente para-castale votato dalla cosiddetta nomenklatura (ossia l’élite composta peraltro dai membri del PCC), che possiamo immaginare vivere come rette parallele non tangenti né secanti a chi già adopera il discreto Peso convertible (volgarmente e confusamente detto “dollaro”, per le sopracitate ragioni) e, soprattutto, a chi paga esclusivamente con la più infima moneda nacional; che moltissimi neppure vogliono sentire nominare: taxisti particulares (ossia privati) in primis, anche se il tariffario fisso di tante corse – variando in base alla tratta percorsa – va dai pochi spiccioli di pesos in moneda nacional a qualche CUC e spesso si riesce a pagare contemporaneamente con entrambe le valute, convenienti soprattutto al taxista per fornire poi il resto a prestazione avvenuta.

Cuba, mercatino vendita
Cuba, mercatino vendita

Per intenderci, benché in banca lo cambino tassativamente a 24 ed in alcuni negozi nella turistica e splendida Varadero addirittura a 23, convenzionalmente 25 pesos in moneda nacional equivalgono ad 1 Peso convertible, che segue pressoché la quotazione del dollaro americano con rapporto fisso di 1 CUC = 1.08 USD: immaginatevi quanto poco valga, al cambio, un cent in moneda nacional con cui si pagano i “comodissimi” e “poco” affollati autobus (nel gergo guagua, che diventa uaua nello scioltissimo slang locale) per risparmiare, nella certezza però di finire stritolati come sardine e con qualche costola incrinata, se non finanche derubati furtivamente dai borseggiatori. I quali, assieme alle tristissime e parimenti facili puttane d’occasione, costituiscono loro malgrado la feccia del colorito microcosmo isolano: difatti revolucion è anche mercificare occasionalmente, o regolarmente, il proprio corpo con gli stranieri. D’altro canto, nell’immaginario collettivo e nazionalpopolare è questo che viene a fare qui il turista medio: se il turismo cosiddetto d’élite è quello che sceglie le spiagge migliori, il resto è giocoforza di massa. L’arte è ancora per pochissimi: in vacanza si va al mare.

Difatti a Cuba vi sono solo playas: il resto è anacronismo paradossale e surreale parossismo del sogno astratto di una democrazia pragmaticamente mai vista né vissuta, giacché presto mutata tra le più tragiche ed insensate dittature della storia recente. Per cui sono salpati forse più cadaveri annunciati dal Malecon, che quelli periti per internamento negli stessi campi di concentramento cubani post-revolucionarios: benché l’Éxodo del Mariel, con cui nell’80 Castro si liberò astutamente di galeotti, dissidenti e gay, ne abbia a posteriori evitanti altrettanti. Troppo tardi o troppo presto, per molti: e comunque un unicum, da quando esiste el gobierno revolucionario. Laddove concesso ed esperito tramite lavoro, ricongiungimenti familiari o fughe clandestine, nessuno riesce invece ad evitare l’inarrestabile flusso migratorio, duplice in quanto esterno da Cuba agli States et similia; ed interno in quanto urbanizzante dalle province più arretrate, rurali e poco industrializzate, ossia dall’Oriente (da cui proviene la maggior parte degli impiegati statali, tra cui tantissimi poliziotti) all’Occidente: per quanto poco “occidentale” – secondo i parametri di chi scrive ed intende – possa reputarsi persino la provincia più importante: Ciudad de la Habana che, per quanto per noi anacronistica, nel suo complesso offre decisamente assai più sbocchi occupazionali.

Cuba manifesto contro il bloqueo
Cuba manifesto contro il bloqueo

A differenza dell’Italia distrutta economicamente dalla moneta unica europea e ancorché dall’evasione fiscale, a Cuba la pressione in tal senso è minima ed il mercato nero, assieme alla doppia valuta, costituiscono i principali ingredienti vincenti atti a salvare il salvabile di quel che resta di un’economia fondata sul turismo e sulle rimesse dei parenti emigrati all’estero.

Dunque, se la mettessimo solo sul versante prettamente comunista non implicante pressoché alcuna tassazione – come inversamente percepibile, palpabile e tangibile dagli abitanti dei nemici capitalisti – e, considerando che sanità gratuita (tra i pochissimi fattori d’eccellenza e d’esportazione del paese) ed istruzione obbligatoria (sulle cui imparzialità, integrità e compiutezza nutriamo parecchie riserve) assurgono qui a diritti naturali, congenitamente acquisiti e pertanto garantiti, il sistema sembrerebbe teoricamente perfetto. A ciò fa però da contraltare l’inaccettabile bassezza salariale che segna ineluttabilmente il dislivello incolmabile con l’occidente: a fronte di un carovita altissimo e sproporzionato, il salario medio percepito (in moneda nacional, è doveroso ribadirlo) da un impiegato dell’elefantiaca e mastodontica quanto inefficiente – e per forza! – pubblica amministrazione cubana, si aggira mediamente attorno all’equivalente di 30 CUC, laddove l’affitto in nero di un umile bilocale nella provincia habanera può arrivare a costarne tranquillamente 50.
Tutto ciò che è buono, è particular. Tutto ciò che è statale, è disprezzato ma non per ciò anche deprezzato. Anzi.

Inoltre negozi, mercati, supermercati e rivenditori vari sono tuttora poco forniti: scarseggiano beni di prima necessità, generi di conforto e ci si arrangia alla meglio; forse per questo tutta l’isola pare una variopinta e multicromatica crisalide, dal colore della pelle alla tinta delle case, su cui ragionare in termini razionali – ossia occidentali – è davvero arduo, se non impervio: impossibile ed impensabile da comprendere se non lo si vive almeno un po’ a diretto contatto coi nativi e non senza minimamente conoscerne la storia, perlomeno del triennio ’59-62: dalla rivoluzione all’embargo (passando per la crisi dei missili, impresa peraltro in evocativi fotogrammi nello scorrevole prologo del film Watchmen), eventi che cambiarono connotati all’isola militarizzandola massicciamente con perpetui pattugliamenti su strada e degli obiettivi sensibili. Quali, ad esempio, il vecchio forte spagnolo del Cañonazo (che da anni spara regolarmente un colpo alle 21:00 esatte d’ogni sera) ed i quartieri più malfamati e pittoreschi tra cui il municipio de la Habana Vieja, centro storico in cui, girando e rigiratolo in lungo ed in largo specie nelle vie limitrofe alla trafficatissima calle Obispo, potreste passare pure ore a cercare putacaso invano una pur stracciata copia del censuratissimo romanzo Antes que anochezca (“Prima che sia notte”), opera autobiografica del maricon contrarevolucionario Reinaldo Arenas: impossibile da reperire tra le bancarelle e che al solo sentirlo nominare, come per Lord Voldermort, i commercianti “giustamente” impallidiscono.

A che serve dunque sbattersi, in un luogo in cui il degrado urbano raggiunge l’apice ricordando molto da vicino – ma rendendo al confronto quasi vivibili – i nostrani ghetti di Palermo e Napoli e del meridione in generale? Ma anche volendo privatamente ricostruire, lo stato non consente di edificare sugli abbandonatissimi terreni demaniali (figuriamoci se li concede in comodato d’uso!) e spesso neppure fornisce le adeguate concessioni edilizie per innalzare la costruzione oltre il primo piano di ogni edificio già preesistente.

Tutto è vano alla Habana, quando invano ci si chiede perché tutto il mondo è paese, mentre questa piccola nazione remota tuttavia permane un grande paese, per il coraggio di non arrendersi dinanzi ad una sciagura simile, forti i suoi residenti di un innato ed intrinseco istinto di sopravvivenza corroborato a quell’arte dell’arrangiarsi (da non confondere col savoir-faire che è ben altra ed edulcorata cosa) diventata cronico e perpetuo mutuo soccorso fondato sull’immancabile susseguirsi di assistenzialismi individuali, che fanno il paio con quello sociale assai più scarno, fornito da par suo dal regime; e coesistente parallelamente all’imperturbabile rassegnazione ad una pur impensabile ed insperabile lotta volta all’impegno politico: d’altronde, nessuno “sano di mente” oserebbe parlare contro la revolucion e chi l’ha già fatto è stato individuato, ingabbiato, esiliato o peggio epurato.

Difatti come ogni regime che si rispetti, Cuba pullula d’infiltrati e spie governative di cui s’ignora la reale identità, per cui nessuno s’azzarda in discorsi contrarevolucionarios in presenza di terzi ignoti, preferendo la più comoda soluzione del modico contentino del welfare state gentilmente offerto dalle casacche verdi: augurandosi tacitamente che, prima o poi, si riesca ambiziosamente ad andarsene.

Frattanto, l’umile capacità di soprassedere ad avversità ed intemperie – finanche atmosferiche: quali le piogge torrenziali proprie del clima tropicale e gli sporadici cicloni – hanno indiscutibilmente e sin da pequeñito, cioè da bambino, temprato e corazzato il carattere e la spina dorsale del pueblo cubano, rivestendolo di un materiale màs fuerte dello scheletro in adamantio del buon selvaggio mutante Wolverine e dello scudo in lega di vibranio del patriottico Capitan America: materiali che, per quanto concretamente inesistenti, i cubani saprebbero in qualche modo reinventarsi ed importare clandestinamente, per poi rivenderli a prezzi vantaggiosissimi ai connazionali.

Pertanto, chi se ne importa dell’embargo se vi rimedia alla buona il mercato nero con cui puoi procurarti, ad un prezzo maggiorato e nella stessa farmacia che ufficialmente non lo dispone, l’ambito ed introvabile farmaco che stai cercando? Quando le rimesse dei parenti si aggiungono e accatastano gradualmente allo stato sociale e tutto si ruba per rivenderlo ad un Peso soverchio? Magari frodando il turista ignaro che, toccata e fuga, viene e vede per poi dileguarsi poiché, preventivabili truffe fiutabili a naso, ciò che ha visto tocca veramente il cuore facendovi storcere il naso, dalla capitale alla suburra.

Le favelas restano il vero manifesto del Partito Comunista Cubano, su cui potrebbero organizzare 365 congressi annuali senza mai risolverlo se non disciogliendo il partito stesso, figlio e padre assieme di un sistema chiuso, imperturbabile ed immutabile monade dove il paradosso è all’angolo: come chi lavora in aeroporto senza aver mai preso l’aereo. Pertanto, in assenza di un’economia di mercato e della privatizzazione del medesimo, Cuba continuerà a restare davvero poco competitiva sul piano internazionale, senz’avvalersi della necessaria transizione, voluta o meno, verso l’agognata democrazia: perché revolucion non dev’essere solo il diritto di curarsi gratuitamente nelle strutture nazionali o la paventata capacità più o meno dimostrabile di un’alfabetizzazione comunque incompiuta giacché comprensiva di una miope cognizione delle vicende storiche nazionali propinate a tutti i livelli del sistema scolastico.

Revolucion dev’essere anche il pur superfluo diritto che ogni cittadino ha di cercare il proprio pokemon, possibilmente internamente ai palazzi del potere e tra le istituzioni oppure a Plaza de La Revolucion, dove campeggiano imperiture le rispettabilissime gigantografie stilizzate dei compianti ed eternamente venerabili Camilo Cienfuegos ed Ernesto Guevara de la Serna, quest’ultimo seguito dalla sua minimalista citazione più celebre: “Hasta la victoria siempre!”.

Ripensandoci, il medico argentino fu forse tra le primissime, ignare ed involontarie vittime della revolucion, dapprima inconsapevole del programmatico tradimento di un’utopia corrotta sul nascere dal castrismo nel nome di Fidel: per fortuna, dall’assenza reiterata dalla cosa pubblica di questi, il fratellino Raul sembra aver coraggiosamente lavorato per attenuare l’isolamento decennale dell’isola, riprendendo miracolosamente i rapporti con los enemigos USA.

Ecco spiegato, più che altrove, il successo riscontrato da internet: oltre che a sentire i parenti più fortunati, la rete è servita ai cubani per mostrargli finalmente il volto di un mondo che gli è stato sinora negato, scoprendo con Facebook come si socializza nell’occidente globalizzato; per quanto ancora schermati possano essere tantissimi siti indesiderati e scomodi al regime, come la splendida isola dei Caraibi lo è, per radar e satelliti di Google Maps: per sapere com’è Cuba, bisogna proprio andarci. Come han fatto gli immarcescibili Rolling Stones il 25 marzo 2016, giorno del venerdì santo, organizzando un concerto storico (seguito di una sola settimana dalla visita ufficiale di Obama, il primo presidente americano dopo 88 anni) con tanto di benedizione della Santa Sede (finanche il papa vi si sarebbe recato, di li a breve), paragonabile a quello a Budapest dei Queen, che nell’86 fecero crollare il muro del suono socialista ancor prima che Berlino fosse definitivamente ricongiunta alla sua reietta gemella socialdemocratica.

Restiamo, infine, a poche miglia di distanza dalla capitale del vudu Haiti, col suo Baron Samedi di cui qui neppure l’ombra: santerìa e un po’ di cristianesimo resistono imperturbabili agli incancreniti morti viventi. Difatti, a Cuba si respira solo tantissima vita da perdersi tranquillamente nella sua placida routine senza orario seguendo i consigli di un suo abituale frequentatore del passato, lo scrittore Ernest Hemingway: « My mojito in La Bodeguita, my daiquiri in El Floridita ».

Per cui, tra un fortissimo e purissimo rum – più conservatore dei puristi della nomenklatura – ed uno sguardo alle sempiterne icone di Simon Bolivar, José Martí e del Che immortalate in statue, mezzibusti e cimeli vari, non evitiamo di auspicarne un glorioso futuro inneggiando coralmente “Viva Cuba Libre” mentre sorseggiamo un mojito dove proprio fu creato, nella rustica Bodeguita del Medio o ancor sostando al bancone del Floridita, per l’appunto la cuna del daiquiri, che qui è nato e qui va bevuto come va mangiata la bagna càuda in Piemonte, gustati i cannoli in Sicilia e gettate via entrambe le alternative, tra pasta o carnera, sul volo intercontinentale che ricongiunge idealmente, da Madrid, due facce della stessa medaglia: la Spagna del franchismo e la Cuba del castrismo.

Le dittature principiano ammazzando i popoli e terminano solo col decesso dei rispettivi despoti: meno drasticamente, con l’impossibile “Hasta che se seque el Malecon”, il reggaetonero Jacob Forever in una sua celebre hit canta ossessivamente la speranza che il mare si prosciughi e tutti i cubani possano fuggire. Y entonces: hasta pronto, Pikachu!

Roberto Scaglione

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