"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Cronache dalla “sub colonia” Italia

Matteo-Renzi in conference

Con l’inizio del nuovo anno, archiviati i discorsi di scontata retorica proferiti dal presidente della  Repubblica, nel mezzo di una valanga di notizie inutili, i media nostrani ci scodellano il   programma del nuovo personaggio politico dell’anno, pompato e sospinto da una delle più massicce operazioni di marketing degli ultimi venti anni: Matteo Renzi.

Questo “fenomeno” ci presenta con fare deciso quelle che secondo lui sarebbero le novità del suo programma che dovrebbero dare lo scossone alla politica italiana.

Tralasciamo di addentrarci nelle alchimie politiche delle presunte riforme elettorali viste come una necessità ineludibile da Renzi il quale finge di  dimenticare  che, a fine Gennaio, con la pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale, tutti i parlamentari eletti con il sistema del “porcellum” saranno di fatto illegittimi e di conseguenza anche gli eventuali atti normativi  promulgati da questo Parlamento potranno essere facilmente impugnati da chiunque abbia interesse a farlo (vedi dichiarazioni Capotosti). Non si vede quindi come possa essere un parlamento delegittimato a promulgare una nuova legge elettorale.

Ma Renzi non è un giurista e probabilmente è consigliato male e si affida anche lui alla tutela del “supremo Colle”, il vero arbitro della politica italiana (per conto terzi).

Ci sembra più interessante invece andare a vedere quello che  Renzi presenta come suprema novità del suo programma, il “Job Act” ossia il programma di riforme sul lavoro, già l’averlo definito con un nome anglofono fa molto “cool”, pochi lo capiranno ma molti penseranno che si tratti di qualche cosa di “molto avanzato”.

In realtà le ricette di Renzi, quando si entra nel merito, sono perfettamente in linea con la visione neo liberista predominante negli ultimi anni, quella che ha sempre predicato sul lavoro lo scioglimento di tutti i vincoli, i lacci ed i laccioli, liberalizzazione dei contratti, flessibilità in entrata ed in uscita, normative queste che, in parallelo  con la completa libertà di circolazione dei capitali, delle merci, con la politica delle “frontiere aperte” voluta dalla UE, dal WTO e dai grandi potentati finanziari sovranazionali, ha  prodotto il disastro in cui ci troviamo attualmente in Italia come in Spagna, Portogallo e Grecia.

In pratica  queste visioni dei neo liberisti  imposte progressivamente come legislazione ai vari governi, con il sostanziale assenso dei sindacati, hanno prodotto la precarizzazione del lavoro, la compressione salariale ed la libertà di licenziamento, nel settore delle imprese private in Italia, fatta salva  l’eccezione del settore pubblico dove vige la garanzia politica per le burocrazie parassitarie dei dipendenti pubblici e per  le corporazioni garantite.

La visione di base dei provvedimenti spacciati da Renzi come Job Act, non si discosta da questa linea ma anzi la conferma e la rende anche più rigida, adottando i precetti dell’ideologo liberista israeliano, Gutgeld Mc Kinsey, consulente di Renzi per l’economia, il quale predica  privatizzazioni, contratto unico di lavoro, abolizione del contante, tagli alle pensioni. Un programma che non a caso suscita l’entusiasmo di personaggi quali Mario Monti e Pietro Ichino, riceve elogi dai rappresentanti delle grandi multinazionali interessate a impiantarsi sul mercato italiano quando sia finalmente omologato ai mercati mondiali.

ALTAGAMMA

Gutgeld Mc Kinsey, consulente di Renzi in materie economiche

Renzi non sostiene niente di nuovo ma piuttosto è un fautore della visione neoliberista che tende a deregolamentare al massimo il mercato del lavoro, mettendo il contraente debole (il lavoratore) alla completa mercè del contraente forte (la grande impresa e la multinazionale) sottraendo il contratto alle tutele giurisdizionali (giudice del Lavoro) ed al vincolo dei contratti di categoria. Un sistema già adottato in altri paesi che ha portato a grande quota di disoccupati che rientrano in una  “riserva”  sempre utile come massa di manovra per possibili impieghi stagionali e sottopagati.

Renzi non sa o finge di non sapere che l’80% delle imprese italiane (quelle che ancora non hanno chiuso per la crisi) è costituito da piccole e medie imprese che sono spesso costituite da ex operai che si sono attrezzati per lavorare nell’indotto. I problemi principali di queste imprese sono l’altissima tassazione (ormai calcolata oltre al 65%) il peso della burocrazia, la impossibilità di accedere ai finanziamenti, il peso dei contributi sui dipendenti, l’euro che con il cambio sopravalutato mette fuori mercato le esportazioni in paesi extra UE. Non sono le ricette di liberalizzazione quelle che possono agevolare queste imprese ma al contrario queste ricette creeranno le condizioni per l’arrivo sul mercato delle grandi corporations estere che stritoleranno inevitabilmente le nostre imprese grazie ai costi ridotti e vantaggi di cui queste dispongono con le varie delocalizzazioni produttive, fenomeno che è già in fase di avanzata attuazione nel settore dl commercio e grande distribuzione.

Renzi finge di ignorare che i centri decisionali delle politiche economiche e di bilancio sono già da molto tempo fuori dall’Italia e che sono proprio questi che suggeriscono e premono per queste riforme. L’approvazione a queste ricette di riforma gli arriverà da Mario Draghi, del quale ha recentemente tessuto le lodi, da Olli Rehn, da Van Rumpuy e da Barroso, i veri personaggi che contano.

Non è un caso che  quelli che hanno finanziato la campagna mediatica di Renzi sono state le entità finanziarie (come il fondo Algebris) e banche interessate a questo programma. Tanto che lo stesso Renzi è stato definito il “fighetto” della grande finanza, il personaggio che avrà il compito di rottamare la vecchia classe politica ormai impresentabile del PD ed adeguare del tutto il PD e la politica italiana alle ricette neoliberiste di marca anglosassone per favorire i veri padroni del sistema economico italiano, sempre più ridotto al ruolo di una sub colonia.

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