"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Cosmopolitismo, immigrazione, mondialismo

Africani in rivolta

di Fabio Calabrese

Un aspetto al quale finora forse non abbiamo prestato sufficiente attenzione per quanto riguarda i fenomeni migratori provenienti dal Terzo Mondo e i loro effetti sulle società occidentali, nonché le ideologie che li accompagnano, li sollecitano, li favoriscono ai danni delle popolazioni europee native, è il modo in cui questi fenomeni si inseriscono nelle dinamiche di classe del mondo occidentale, nonché il carattere fortemente classista che sta alla base delle ideologie cosmopolite, internazionaliste, terzomondiste, immigrazioniste e via dicendo.

In pratica, nel momento in cui i sostenitori del terzomondismo, del mondialismo, di estrazione invariabilmente borghese radical-chic, “aprono” verso lo straniero immigrato, inevitabilmente chiudono verso i lavoratori del proprio Paese, danneggiati in maniera inevitabile dalla presenza dell’immigrato.

Questo aspetto della questione, io forse non l’ho sottolineato abbastanza, tuttavia, ecco che negli ultimi tempi nella nostra “Area” sono circolati e stanno circolando due testi che affrontano questa tematica con sorprendente concordanza, uno è “Borghesi” di Antonio Puccinelli, comparso proprio sulle pagine della nostra “Ereticamente”, l’altro, apparso su “Stato e potenza”, www.statopotenza.eu , di Gennaro Scala, ha un titolo che non potrebbe essere più esplicito: “Le nuove forme dell’odio verso le classi inferiori: l’ideologia antirazzista”.

Tuttavia, prima di esaminare in dettaglio entrambi gli articoli, sarà forse utile considerare il significato storico da questo punto di vista delle ideologie cosmopolite, internazionaliste, antirazziste.

I primi ad inaugurare dopo diciotto secoli un discorso apertamente cosmopolita, a proclamarsi “citoyen du monde”, “cittadini del mondo”, furono gli illuministi. Era ovviamente un discorso fortemente utopico. Basti pensare al fatto che Montesquieu nelle “Lettere persiane”, per svolgere un discorso critico sulla società europea (di fatto francese) del suo tempo, si fingeva, immaginava di essere un persiano, un orientale, un appartenente al mondo mediorientale-islamico. Eravamo ovviamente nella più pura utopia al di fuori di qualsiasi logica, perché noi sappiamo fin troppo bene che se c’è una cultura totalmente chiusa verso l’esterno, che nei confronti delle altre mira esclusivamente alla loro distruzione-assimilazione e rifiuta a priori qualsiasi ipotesi di dialogo, è proprio quella mediorientale-islamica, e dubito fortemente che tre secoli fa le cose fossero migliori di adesso.

Quello che però ci interessa rilevare ora, è il fortissimo classismo di questa concezione: il borghese colto, cosmopolita, rivendicatore di diritti universali (non credo che all’epoca si sia sprecata una parola più di “universale”, quasi il nostro pianeta non bastasse allo zelo di questi riformatori) si contrapponeva non solo alle classi aristocratiche ma a tutto l’ordinamento della società tradizionale, segnava un solco netto fra sé e le classi popolari, operaie e contadine, ovviamente e fortemente identitarie.

Durante la rivoluzione, i rivoluzionari borghesi eredi dell’illuminismo, si serviranno delle classi popolari come truppa d’assalto, ma le loro finalità rimarranno totalmente estranee ad esse, soprattutto le classi contadine, da sempre depositarie del più autentico spirito identitario di un popolo, e verso le quali i rivoluzionari manifesteranno un autentico odio, basta pensare per tutte alla sanguinosa repressione della Vandea.

E non è certamente un caso che lo stesso odio verso il mondo contadino-rurale, certamente dettato dagli stessi motivi, ossia il riconoscere in esso il custode naturale di identità e tradizione, quindi IL NEMICO per eccellenza, si trova tale e quale nel bolscevismo, pensiamo per tutti alla persecuzione dei kulaki, i contadini benestanti, poi ampliata fino a diventare strage per fame del popolo che viveva sul granaio dell’ex impero zarista, il terribile “holodomor”, il genocidio per fame che spazzò l’Ucraina.

Al di là di bugiarde formulazioni retoriche, d’altronde, il bolscevismo non ha mancato di manifestare il suo odio anche per la classe operaia, si pensi alla sanguinosa repressione della rivolta di Kronstadt.

L’internazionalismo proletario marxista deriva dal cosmopolitismo illuminista in misura molto maggiore di quanto di solito non si pensi. Come il primo, è qualcosa di totalmente artificioso o, per parlare con ancora maggiore chiarezza, di INNATURALE.

Noi conosciamo abbastanza la storia umana da essere in grado di riconoscere certe dinamiche che hanno sempre agito in essa; nei piccoli gruppi umani si riconoscono meglio, ma sono presenti allo stesso modo in società estese, solo su scala maggiore. Farsi dalle società pre-umane dei primati, alle tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori fino alle società complesse nate con la rivoluzione agricola, il messaggio è sempre lo stesso: qualsiasi essere umano che non sia un isolato anacoreta, è sottoposto a una duplice tensione frutto di una duplice dinamica, quella interna al gruppo alla quale appartiene, e quella rappresentata da gruppi esterni.

Se trasportiamo queste dinamiche dalle società di primati e dai gruppi di cacciatori nomadi che hanno continuato a vivere per milioni di anni in maniera non dissimile, alle società complesse ed estese dal punto di vista demografico, le tensioni intra-gruppo corrispondono alla lotta di classe, e quelle fra i gruppi ai conflitti nazionali.

Ora, si vede bene che l’appartenenza a un gruppo non solo comporta vantaggi per l’individuo, ma anche lo stabilirsi di legami affettivi e di collaborazione, che hanno senso in quanto legami di sangue fra soggetti imparentati in vario grado e con un genoma in comune, mentre rispetto a gruppi diversi esistono soltanto la competizione e l’antagonismo anche là dove la collocazione sociale degli appartenenti ai diversi gruppi appare in qualche modo simile.

Si comprende bene che Marx, creando il mito dell’internazionalismo proletario, propaggine caricaturale del cosmopolitismo illuminista, ha creato un’operazione tutta affatto artificiosa, perché ha voluto ignorare deliberatamente quei legami di appartenenza etnica, nazionale, culturale, biologica, che connettono la persona al suo ambito e in definitiva hanno un’importanza maggiore della collocazione di classe.

Verso la fine dell’ottocento, i lavoratori che scioperavano avevano cominciato a chiamare “crumiri” coloro che venivano assunti temporaneamente per rimpiazzarli o chi si rifiutava di scioperare. Il nome era ripreso da una tribù africana con cui si era venuti in contatto durante le conquiste coloniali, ed è tuttora in uso, anche se pochi – credo – ne ricordano l’effettiva origine. Bene, a pensarci sembra proprio una profezia, perché oggi quotidianamente sbarcano sulle nostre coste centinaia di “crumiri” la cui presenza ha ed avrà sempre di più l’effetto di deprezzare ciò che i nostri lavoratori hanno da offrire sul mercato del lavoro, presentandosi come uno stuolo illimitato di braccia eccedenti.

Il terzo dei grandi movimenti cosmopoliti- antirazzisti-mondialisti è quello che storicamente si presenta come primo, anche se queste tematiche sono state messe per lungo tempo in soffitta dai suoi fautori, per essere riscoperte solo in tempi recenti. Stiamo parlando ovviamente del cristianesimo.

Ab origine, il cristianesimo non conosce popoli, etnie, frontiere, è il prototipo di tutti gli universalismi, ed è forse da qui che deriva la sua tremenda forza d’urto. Le cose ovviamente cambiano quando la dottrina del Discorso della Montagna si trasforma nella serie di istituzioni che conosciamo come Chiese, cattolica e ortodossa, cui si sono poi aggiunte quelle protestanti. Soprattutto l’offensiva dell’islam contro l’Europa, offensiva che dai tempi dei primi califfi a oggi non è mai cessata, ha costretto il cristianesimo a fungere SUO MALGRADO da bandiera europea identitaria per un certo tratto, peraltro oggi esaurito, della nostra storia. La religione oggi più diffusa nel mondo extraoccidentale, del resto proviene da un altro ramo di quella stessa matrice ebraica da cui il cristianesimo ha avuto origine.

A partire dal concilio vaticano II, ma con una netta accentuazione negli ultimi anni, la Chiesa cattolica, allineandosi in questo a una scelta compiuta da tempo da quelle protestanti, ha completamente abbandonato questo aspetto (pseudo?)identitario, spalancando le porte al terzomondismo, al mondialismo, all’immigrazione.

Ebbene, la cosa interessante, è che il cosmopolitismo cristiano non si presenta per nulla diverso da quello illuminista o marxista, è infatti in realtà l’autentica matrice di questi ultimi, con tutti gli annessi e connessi.

Va notato per prima cosa che esso nasce dal messianismo giudaico anti-romano, e si sviluppa poi in un universalismo che guarda ai popoli fuori o ai margini dell’impero, per sfociare poi nell’esaltazione dei costumi “incontaminati” dei barbari contrapposti a quelli “corrotti” dei Romani e dare poi il suo contributo all’edificazione del forte classismo che caratterizza la società medioevale. Oggi, più per interessi poco limpidi che per ideali di una qualche sorta, la Chiesa spalanca le porte all’invasione allogena, senza minimamente curarsi del danno che essa è destinata a causare e sta già causando ai lavoratori italiani.

Questo è per sommi capi il quadro storico, rispetto al quale vediamo ora gli apporti di Puccinelli e Scala.

Non a caso Puccinelli intitola il suo articolo “Borghesi”: borghesi senz’altro estranei alle classi popolari sono i “compagni” che si sono scagliati contro la recente protesta anti-immigrati di Tor Sapienza a Roma, un quartiere di estrazione popolare.

“Quartieri si badi bene, tutti a base popolare, abitati cioè da gente semplice, laboriosa, umile. Con la calce che ricopre i loro vestiti e le mani ruvide, callose, cotte dalle fornaci. La gente del lavoro. Proletaria, qualcuno potrebbe affermare”.

Sono questi “i fascisti” a cui lo stato si sarebbe arreso secondo un vergognoso titolo comparso su “Il fatto quotidiano”.

Quello che “i compagni” borghesi radical-chic si ostinano a (fare finta di) non capire, è precisamente il fatto che “l’apertura” terzomondista è a tutti gli effetti chiusura verso i connazionali, una nuova, insidiosa forma di classismo tanto più pericolosa in quanto si presenta con un volto buonista.

“Sono i sempiterni radical-chic, quelli che reclamano la solidarietà verso i più deboli a fronte delle loro borse di pelle di coccodrillo. Quelli che hanno la percezione “dell’ultimo” solo negli uomini con il colore della pelle diversa dalla loro, perché aiutare il “povero negro” è bello, vuol dire “aiutare un nostro fratello, un fratello migrante”. Comprando magari prodotti provenienti dal Terzo Mondo e fregandosene allegramente del contadino dietro casa che muore di fame”.

“Si dicono anticapitalisti, ma sono un’altra faccia del capitalismo, e nemmeno se ne rendono conto. Non comprendono che la “grande e bella” società multiculurale non è altro se non il retroterra di una società capitalisticamente realizzata…dove un uomo è uguale all’altro per il solo fatto di essere un consumatore…uguale solo nella miseria delle loro paghe rese uguali”.

E’ certamente sorprendente il fatto che l’articolo di Gennaro Scala completi così bene quello di Antonio Puccinelli, da far pensare che i due si siano “passati la palla”, ma la cosa è di certo un segno dei tempi, dei tristi tempi che stiamo vivendo. Scala è, se vogliamo, ancora più esplicito: l’immigrazione è uno strumento della lotta di classe, un’arma puntata contro le classi lavoratrici.

“In particolare essa [l’ideologia antirazzista] segnava la frattura fra il ceto medio semicolto e le classi inferiori, essendo un’ideologia con cui i ceti scolarizzati, dediti o aspiranti a occupazioni non segnate dalla competizione con gli immigrati, “prendevano le distanze” dalle classi inferiori, incolte, incapaci di “cultura dell’accoglienza”, dedite a “rozzi” conflitti con gli immigrati riguardanti l’esercizio delle capacità lavorative mezzo esclusivo con cui a tutt’oggi alcune classi riescono a ottenere i “banali” mezzi di sussistenza”.

Detto in poche parole la “non discriminatoria” ideologia antirazzista è all’atto pratico ferocemente discriminatoria, RAZZISMO nei confronti del nostro popolo.

“Per quale motivo, nel momento in cui la disoccupazione raggiunge uno dei livelli più alti dal dopoguerra e in una fase di acutissima crisi economica, si favorisce l’immigrazione abolendo il reato di immigrazione clandestina, e si stanziano notevoli fondi “per l’accoglienza” (mentre la tassazione da cui derivano questi fondi fa chiudere tante piccole e medie imprese)?

La risposta a tale domanda ci porta oltre il ceto semicolto al fine di individuare la vera origine dell’ideologia antirazzista. Origine da ricercarsi nella natura perversa delle nostre classi dominanti, nel fatto che si sono costituite come classi dominanti “antinazionali”, nel fatto che nel loro asservimento verso le classi dominanti statunitensi non esitano a eseguire il disegno della deindustrializzazione dell’Italia e del depauperamento delle classi lavoratrici italiane, in ossequio alla nuova collocazione internazionale subordinata dell’Italia”.

Forse l’unico elemento che manca ancora nell’analisi di Scala, è la spiegazione del perché i più zelanti esecutori di questo disegno capitalistico contro i nostri lavoratori, siano oggi gli esponenti della sinistra, ma questo per noi non è certamente un mistero, sappiamo benissimo che una sinistra composta in misura prevalente da elementi borghesi e radical-chic soprattutto a partire dal ’68, ha voltato le spalle, e non poteva essere diversamente, alle classi lavoratrici.

L’immigrazione e l’antirazzismo, la spinta al mondialismo e al meticciato che l’accompagnano, non sono solo un nuovo insidioso strumento della lotta di classe, sono un’arma per distruggere il nostro popolo e gli altri popoli europei.

Antirazzista è una parola in codice per anti-bianco.

Fabio Calabrese

Fonte: Ereticamente

Vedi anche: Immigrazione di massa come “arma letale” del mondialismo

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  1. Werner 2 anni fa

    Condivido ogni singola parola di questo articolo. Aggiungo che a dimostrazione del fatto che l’immigrazione é un danno per i nostri lavoratori, ci sono i dati forniti ieri dall’ISTAT sulla disoccupazione, in cui emerge che la disoccupazione aumenta solo tra gli italiani, e che quelle poche assunzioni che si fanno riguardano solo ed esclusivamente gli stranieri.

    È la cura Renzi.

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