"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Cosa non sapete dei 110 mld $ di armi vendute ai sauditi

di  Sabrina Duarte e Davide Lemmi

Il 20 maggio 2017 a margine della conferenza tra i paesi arabi, in cui sono intervenuti 55 tra capi di Stato e Primi Ministri, Donald Trump ha firmato un accordo in base al quale l’Arabia Saudita comprerà 110 miliardi di dollari in armi e tecnologie. Il 45° Presidente degli Stati Uniti ha posto la firma sulla più grande commessa nella storia del settore. Un’intesa che mira però a raggiungere un’altra cifra record, quella di 350 miliardi di dollari entro 10 anni.

Ma l’accordo firmato da Trump ha origini nell’amministrazione precedente. L’ormai ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva infatti, nel settembre del 2016, trattato con Ryad per una fornitura di armi e sistemi di difesa pari a 115 miliardi di dollari. Secondo Reuters, l’accordo includeva armi leggere, munizioni, carri armati, elicotteri, navi da guerra e missili terra-aria.

Washington inoltre avrebbe fornito assistenza tecnica e addestramento dei soldati sauditi. In pratica gli stessi 42 contratti firmati da Trump. I 5 miliardi di dollari di differenza sono dovuti all’intervento del genero di Trump, Gerard Kushner, che ha ottenuto uno sconto sul prezzo di alcuni radar con la Lockheed Martin, compagnia statunitense produttrice di tecnologie militari.

Secondo il Wall Street Journal, l’accordo finale prevede l’assembramento di 150 elicotteri Black Hawk sul posto. Un modo per assorbire parte del Know How dell’azienda americana e rendersi competitivi di fronte a chi, come Turchia e Iran, già possiede tecnologie prodotte in casa. Ankara ha testato per la prima volta due settimane fa nel Mar Nero un sistema missilistico chiamato KAAN, mentre Tehran ha testato il 29 gennaio 2017 un missile balistico a raggio intermedio.

La produzione in loco saudita di tecnologie militari permetterebbe inoltre, come confermato dal WSJ, di attuare una manovra espansiva che rientrerebbe nell’ambito del piano “Vision 2030”. Il progetto di Ryad mira a differenziare l’economia del regno wahabita, svincolandola dall’export del petrolio. Il programma è stato presentato dal vice principe ereditario Mohammed bin Salman in grande stile nell’aprile dello scorso anno.

L’intesa record firmata da Trump con l’Arabia Saudita non è la prima. Washington e Ryad hanno una lunga tradizione di accordi militari. Gli 11 miliardi di dollari in più di spesa annua in armi non ha che intensificato gli acquisti sauditi sul fronte Usa. La famiglia reale ha così cambiato solo il mix di fornitori. Stando ai dati pubblicati da Cnbc, nel quinquennio dal 2011 al 2015 il 10% dell’export delle armi Usa erano già destinate a Ryad.

L’Arabia Saudita si conferma così il primo paese come investimenti per la difesa. Nel 2015, secondo Business Insider, il regno di Salman ha destinato il 25% del budget totale del Paese, ovvero circa 80 miliardi di dollari, nel settore militare. Un incremento, dati The Guardian, del 275% rispetto a cinque anni fa.

L’interesse dell’imprenditore Trump ha quindi coinciso con l’interesse strategico di Washington. Il Tycoon è infatti proprietario di 30 compagnie operanti in Medio Oriente, molte delle quali ubicate in Arabia Saudita, EAU e Qatar.

Ma il trattato firmato il 20 maggio sarà praticamente a costo zero per Ryad. Stando a quanto affermano Cnn business e Wsj, la casa reale saudita avrebbe infatti intenzione nel 2018 di quotare in borsa il 5% della sua compagnia petrolifera Aramco. Il gigante di Dhahran, città ad est della penisola saudita, si occupa di estrazione, raffinazione e petrolchimico, con un valore stimato che si aggira tra i 2 e i 3 triliardi di dollari, fonte Il Corriere della Sera. Stando alle infografiche pubblicate dal Wsj nel giugno dello scorso anno, Aramco varrebbe due volte e mezzo Apple, capitalizzata per 803 miliardi, mentre le sue riserve di idrocarburi superano di 50 volte quelle della Shell. Il 5% della compagnia potrebbe quindi fruttare tra i 100 e i 150 miliardi di dollari. Un ritorno che coprirebbe completamente la spesa in armamenti firmata con il Tycoon.

Donald Trump nel suo viaggio in Arabia Saudita è stato accompagnato da Jamie Dimon, amministratore delegato di J.P. Morgan. Stando alle indiscrezioni diffuse dal Financial Times e riprese dal Wsj, la banca d’affari americana avrebbe ottenuto la commessa della vendita del 5% di Aramco, battendo così l’interesse della svizzera HSBC e della tedesca Deutsche Bank.

Il significato strategico dell’accordo firmato da Trump poggia su tre livelli e lancia tre messaggi.

Le tensioni crescenti nell’area del Golfo Persico preoccupano gli stati della penisola araba. Il 25 aprile di quest’anno si è registrato uno scontro tra imbarcazioni della Marina degli Emirati e dell’Iran in cui ha perso la vita un marinaio emiratino; mentre il giorno dopo un cacciatorpediniere americano ha rischiato la collisione con un’imbarcazione dei guardiani della rivoluzione. L’interesse statunitense nella zona è più che vivo. Washington ha infatti 7 basi militari nel Paese del Re Salman, 1 nel Bahrain, 4 nel Kuwait, 3 nell’Oman, 1 nel Qatar e 1 negli Emirati Arabi Uniti. La vendita di una così grossa mole di armi e tecnologie mira a rafforzare la posizione del blocco saudita, creando una sorta di deterrenza militare dovuta al divario negli armamenti. Il messaggio di Washington è quindi riferito a Tehran, “il Golfo Persico è roba nostra”.

Il secondo livello è invece un messaggio all’Europa. La Ministra degli Esteri di Bruxelles, Federica Mogherini, è stata tra le prime a congratularsi telefonicamente con Rohani dopo la vittoria alle elezioni dello scorso 20 maggio. La chiamata è avvenuta quasi contemporaneamente alla firma del Tycoon con i sauditi, come a voler fissare l’agenda di politica estera Usa in Medio Oriente. Un atteggiamento che fa emergere i contrasti tra i partner Nato. Contrasti di cui l’Italia non è estranea. Secondo quanto riportato dall’Agi, il volume degli scambi tra Iran e Italia nel periodo che va dal 2015 al 2016 è aumentato del 200%, mentre nel primo trimestre del 2017 il dato assoluto è di 1,2 miliardi di euro. Roma si è candidata a diventare il primo partner di Tehran, mentre Washington guarda con sospetto.

Il terzo messaggio è diretto ai rappresentati intervenuti alla conferenza dei paesi arabi. L’Arabia Saudita sta vivendo un momento di difficoltà strategica. La guerra in Yemen si sta prolungando e i partner di Ryad non riescono a stroncare la resistenza degli Houthi, minoranza sciita yemenita; mentre i referenti dell’Arabia Saudita nella guerra in Siria sono in stallo.

Il tentativo di Ryad, ma anche di Ankara e degli altri paesi del Golfo, di rovesciare Assad e indebolire l’asse iraniano è definitivamente fallito. Con la firma per i 110 miliardi di dollari di armi, Trump ha ribadito ai Capi di Stato invitati al summit, specialmente al Qatar, chi è il primo referente e alleato degli Stati Uniti nell’area. Un appoggio pagato a peso d’oro.

Fonte: Eastwest.eu

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  1. Manente 7 mesi fa

    Cercando di guardare al lato positivo delle cose, il fatto che i sauditi siano costretti a vendere quote della Aramco per comprare armi, potrebbe avere due effetti positivi, il primo è che questo baratto evidenzia che i sauditi hanno risorse ancora minori da destinare al finanziamento del Daesh, del terrorismo islamista e delle moschee da costruire in Europa. Il secondo aspetto positivo è che re Salman ha consegnato il proprio Paese alle “cure” della JPMorgan i cui effetti sono quelli ben noti di portare il Paese a svendere progressivamente le proprie risorse ai padroni dell’usura globale, sempre ammesso che l’Iran ed i suoi alleati russi e cinesi non provvedano prima a “prosciugare” una volta per tutte i campi petroliferi dei tiranni sauditi.

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    1. annibale55 7 mesi fa

      Sempre pensato che i SAUD sono degli schiocchi. Si stanno indebitando per una loro ideologia o per gli interessi di Israele. Finiranno in mano agli strozzini un pò alla volta!

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  2. Renè 7 mesi fa

    La Turchia produce in nosto elicottero d’attacco Mangusta ma più che “assembramento ” parlerei d’assemblaggio. Comunque, acquistre armi sofisticate all’estero è semplicemente folle, vi racconto di cosa successe in Argentina durante la guerra delle Malvinas/Falkland: un sottomarino di produzione tedesca inquadrò la portaerei Invincible e lanciò 5 siluri (tedeschi) NEMMENO UN SILURO esplose, perchè nel programma del siluro c’erano le impronte sonore di tutte le navi amiche tra cui le portaerei UK e questo impedì di detonare. Dunque chi oggi è tanto fesso da comprare armi all’estero (?!) inoltre i sauditi dovranno affidare tutte quelle armi a dei mercenari, perchè loro non sono in grado di far nulla… i sauditi sono solo degl’idioti assetati di sangue e piscio di cammello, con molti soldi.

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    1. Mardunolbo 7 mesi fa

      Sono pienamente d’accordo con Renè e ringrazio della info sui siluti e la portaerei Invincible, che non conoscevo.

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