"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Contro il “mondialismo” neoliberista

di  JESÚS J. SEBASTIÁN

La globalizzazione ed il neoliberismo sembra che siano la stessa cosa. Tuttavia, una analisi approfondita permetterebbe di riconoscerli come fenomeni essenzialmente distinti, sebbene paralleli. La globalizzazione risulta essere un fenomeno storico connaturato al capitalismo; mentre quello neoliberista è un profetto politico sospinto da agenti sociali, ideologi, intellettuali e dirigenti politici con una identità molto concreta, appartenenti -o al servizio- delle classi sociali proprietarie del capitale nell sue diverse forme (finanziario ed industriale). La convergenza di entrambi i processi costituisce la modalità sotto cui si sviluppa il capitalismo nella fase attuale.

Tuttavia non si possono presentare i fenomeni del capitalismo, dell’imperialismo, della globalizzazione e del neoliberismo come fenomeni indipendenti. Queste quattro forme socioeconomiche non possono esistere indipendentemente la una dall’altra. Il primo è un regime economico, il secondo una tendenza e dottrina del dominio del primo, il terzo è la tendenza dei mercati nell’applicazione del regime economico capitalista e dell’appropriazione delle risorse del pianeta da parte delle grandi multinazionali o corporations globali.

In definitiva il neoliberismo corrisponde ad un progetto di rinnovazione del capitalismo nella sua dimensione finanziaria che prospetta la riduzione dello Stato nazionale, nella dimensione sociale ed in quella economica, alla sua minima espressione fino alla totale scomparsa, sostituito da organismi sovranazionali.

II principali fattori che caratterizzano la gobalizzazione sono, tra gli altri, la espansione illimitata del sistema economico capitalista; la nuova forma di organizzazione territoriale e politica del sistema mondiale come un processo permanente (dove lo Stato-nazione viene affossato); il processo di espansione delle imprese multinazionali ed il suo peso specifico nella produzione mondiale; lo sviluppo delle comunicazioni e la rapidità con cui si sviluppa l’innovazione tecnologica.
Se pure il processo di globalizzazione sembra irreversibile e, in molti aspetti, indipendente da come operino i governi, un’altra cosa è l’ideologia basata sulla globalizzazione, l’ideologia del libero mercato, il neoliberismo, quello che è stato definito anche il “fondamentalismo del libero mercato”, così come la vita sociale uniformata ai valori dell’individualismo si impone mediante un processo politico diretto dalla nuova classe dominante.

Tuttavia, uno degli aspetti che i difensori neoliberisti della globalizzazione utilizzano con maggiore frequenza, in forma apologetica senza offrirne alcuna conferma, è quello che la globalizzazione, con la sua forma neoliberista, porterebbe con se tutta una serie di opportunità egualitarie e di progresso economico. I fatti tuttavia indicano tutto il contrario visto che, fino al momento attuale, il processo di globalizzazione neoliberista non ha portato benefici condivisi in alcuna parte del mondo; in ogni caso ha mantenuto e e rinforzato gli aspetti essenziali del capitalismo – le relazioni di produzione, per esempio, basate sullo sfruttamento del lavoro da parte del capitale-, il cui sviluppo diseguale ha significato mantenere e consolidare le differenze sociali e regionali che lo stesso ha creato.

In questo senso, Samir Amin (economista e storico di origine egiziano) avverte che: “L’espansione capitalista non implica alcun risultato che possa identificarsi in termini di sviluppo. Ad esempio in nessun modo questo comporta il pieno impiego o un grado predeterminato di eguaglianza nella distribuzione del reddito”. Lo stesso Amin, trova le ragioni delle diseguaglianze nel fatto che l’espansione del capitalismo viene guidata dalla ricerca del massimo profitto per le imprese, e questo avviene, senza maggiori preoccupazioni per le questioni relative alla distribuzione della ricchezza o alla possibilità di offrire posti di lavoro in maggiore quantità e qualità (con un minimo di garanzie sociali), al contrario l’espansione si basa sul maggiore sfruttamento di mano d’opera a basso costo.

Da parte sua, Alain Touraine ( importante sociologo francese), ricordando la storia dello sviluppo del capitalismo, risulta ancora più eloquente: “L’affermazione secondo cui il progresso costituirebbe il cammino verso l’abbondanza, la libertà e la felicità, e che questi tre obiettivi sarebbero fortemente collegati fra loro, non costituisce niente altro che una ideologia costantemente smentita dalla Storia (……) Ancora di più quello che si definisce il regno della ragione non è per caso il crescente dominio del sistema, non sono che la normalizzazione e la standardizzazione, quelle che dopo aver distrutto l’economia dei lavoratori si estende anche al mondo del consumo e della comunicazione? (….) E non è forse in nome della ragione e del suo universalismo il modo attraverso il quale si è esteso il dominio dell’uomo occidentale?”

Il neoliberismo ha iniziato ad imporsi nel mondo a partire da una dominante critica all’intervento dello Stato nell’economia. Allo stesso modo è partita una forte critica contro lo stato del benessere sociale (welfare) intrapresa dagli ideologi neoliberisti nella decade degli anni ’70/’80, del secolo passato. Questo ha avuto a che vedere con la trasformazione dei diritti sociali in servizi di mercato che possono essere acquistati soltanto sul mercato ai prezzi determinati dall’incontro tra domanda ed offerta.
A tale effetto si è consolidata l’idea che lo Stto risulta inefficiente per produrre beni e servizi; pertanto si è diffusa l’idea che soltanto i detentori del capitale sono in grado di rioconoscere correttamente i segnali che invia il mercato e rispondere a quelli in modo efficiente, cosa che garantisce, non solo l’utilizzo più produttivo dei fattori di produzione, ma anche la produzione dei beni e servizi socilamente necessari nella quantità e qualità in cui i consumatori li richiedono (privatizzazione dei servizi sociali).

In questo modo, si concludeva: se il mercato risolve ogni cosa e, inoltre, lo fa in modo efficiente, lo Stato non ha nulla da svolgere nell’attività economica, la cui forma naturale di sviluppo si trova nel mercato , dove l’equilibrio economico si ottiene senza la necessità dell’intervento statale. Lo spostamento dell’equilibrio fra Stato e mercato a favore di quest’ultimo, si è rinforzato con una pervicace offensiva sul terreno ideologico che, da un lato, “demonizza lo Stato” e, dall’altro, “esalta le presunte virtù del mercato” ed il suo libero funzionamento. Inoltre il diffuso senso comune neoliberista sostiene che sarà sempre preferibile sacrificare la democrazia al benessere della popolazione (“il popolo vuole prima mangiare e poi essere libero”), facendo in modo di escludere l’una per l’altro e negando la possibilità di ottenere entrambe, per quanto non si espongano mai le ragioni di questo diniego.

Alla fine l’imposizione del neoliberismo come la forma attuale di espansione richiesta dal capitalismo che richiede anche l’omologazione culturale, cioè a dire, perchè la modalità neoliberista possa avanzare è necessario eliminare le differenze culturali e riconoscerla come l’unica opzione. In altre parole, le abitudini, i costumi sociali ed ancora, le rappresentazioni simboliche di ogni cultura differenziata devono sparire per assumere le uniche possibili, quelle che ci permettono una attitudine di passiva accettazione della globalizzazione neoliberista: se l’economia è globale, anche la cultura deve essere globale.

Tuttavia, quale sarà la chiave della nuova cultura globalizzata? Per iniziare il concetto di pura cittadinanza con cui la stessa borghesia aveva reso uguali tutti (un cittadino, un voto) ha perso la sua importanza di fronte alla nozione del consumatore universale: in tutti i continenti si devono consumare gli stessi beni e servizi forniti da imprese transnazionali. In altre parole si propone una nuova categoria socio economica, quella del “consumatore globale”. Allo stesso tempo per grado e por forza i paesi iniziano a formare dei conglomerati regionali dove si diluiscono le identità collettive, nazionali ed etniche, cosa che provoca il giubilo dei difensori di una cultura universale e cosmopolita (i sostenitori del mondialismo) che denigrano le culture locali e tradizionali come una mera espressione limitata e provinciale.

In questo modo non si produce il necessario riconoscimento delle “altre culture differenti”, anche disprezzandole come espressioni di culture arretrate e marginali rispetto alla cultura globale, egemonica e moderna.
Quale sarà il seguito?

Tratto da: El Manifiesto

Traduzione: Luciano Lago

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  1. andreaa 1 anno fa

    neoliberista ??? mi sembra opportuno non usare la radice libertà su qualcosa che è la peggiore dittatura di sempre pechè controlla tutti indistintamente, ti fa mangiare veleni,
    ti terrorizza con guerre o fame ed è in mano a pochissime persone .Si sono impossessati delle Banche, risorse e informazione.
    Una tragedia peri tutti i popoli indistintamente, ci vuole la liberazione ma questa volta vera non quella schifezza che stiamo pagando ora e sottoscritta dai “Padri della Costituzione ” del dopo guerra su dettatura del occupante.

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