"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Classe politica al servizio della grande finanza

“Di tutti i modi per organizzare l’attività bancaria, il peggiore è quello che abbiamo oggi” (Sir Mervyn King, ex governatore Banca d’Inghilterra)

Da sempre strumento di supporto dell’economia capitalistica, con l’avvento del neoliberismo la finanza si è tramutata da servitore a padrone dell’economia mondiale, fagocitandola e riproducendosi a ritmi vertiginosi.

di Ilaria Bifarini *

Una delle trasformazioni più inumane del sistema capitalistico industriale, fondato originariamente sull’industria manifatturiera e più in generale di produzione, è quella in capitalismo finanziario, in cui il potere è concentrato in pochi grandi istituti di credito. Le banche hanno cessato il loro ruolo di supporto e di credito allo sviluppo, preferendo investire in prodotti finanziari dai quali viene generato altro capitale, in un sistema autoreferenziale in cui i profitti nascono dalla speculazione, senza passare attraverso il lavoro e la produzione.

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di Pietro Ratto

Uno degli aspetti che maggiormente caratterizzano questa nostra “democrazia” consiste nella fortissima distanza che separa la teoria dalla pratica.
In teoria siamo liberi. Liberi di scegliere, per esempio, e di partecipare alla vita politica del nostro Paese. Da un punto di vista pratico, però, il più delle volte il nostro voto e la nostra volontà vengono aggirati e messi da parte. Questo meccanismo si riverbera su tutti gli aspetti della nostra quotidianità.

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di  Marilù Galdieri

Con la vittoria del NO abbiamo salvato non solo la Costituzione ma anche quel poco di welfare che ancora sostiene gli italiani.

La riforma del Titolo V, con l’eliminazione della legislatura concorrente, avrebbe riportato in capo allo Stato diverse materie concorrenti tra cui la tutela alla salute.

La Sanità sarebbe stata completamente centralizzata, attraverso la clausola della supremazia, per superare la diseguaglianza tra Nord e Sud. A detta dei “costituenti”. Nel senso che sarebbero state tutte uniformate a Regioni inefficienti, come Calabria e Campania, e le buone performance di Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana sarebbero state compromesse.

Il loro punto di forza è l’efficienza calibrata sulle specificità amministrative, il modello lombardo è sussidiario, quello emiliano dirigistico.

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di  Eugenio Orso

La risposta globalista ai bisogni popolari nell’occidente e nel nord del mondo non è stata come quella della celebre Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, al popolo francese in occasione delle rivolte per il pane: “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”! La risposta globalista ai ceti medi in declino e ai lavoratori è ancor peggiore, perché nel nostro caso, avanzando gli squilibri sociali, le insufficienze di reddito e la disoccupazione, le brioches non sono neppure in agenda …

La risposta globalista ai bisogni vitali della popolazione è racchiusa nel binomio precarietà/esclusione, nel senso che l’alternativa a una precarietà lavorativa ed esistenziale sempre più spinta è l’esclusione completa del soggetto, la sua invisibilità nella società e tutte le conseguenze nefaste (isolamento, sensi di colpa, addirittura suicidio) del cosiddetto fallimento individuale.

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di Luciano Lago

Sembrava facile a Matteo Renzi il percorso verso il nuovo traguardo: attuare la riforma della Costituzione che gli richiedevano i potentati finanziari.

Per convincere della necessità di tale riforma, aveva lanciato da mesi una campagna mediatica di convincimento senza precedenti: occupando tutti gli spazi dei media, sempre costantemente sugli schermi delle TV, a tutte le ore ed in ogni canale per propagandare gli aspetti positivi ed i vantaggi (secondo lui) della sua riforma, come la riduzione dei senatori, l’abolizione del CNEL, i finti risparmi e l’efficientismo. Credeva, il fiorentino di avere il vento in poppa.

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di Eugenio Orso

Se il Remain nella Ue avesse vinto in Gran Bretagna, nonostante Farage, Johnson e l’Inghilterra “profonda”, e Donald Trump non gliel’avesse fatta negli Usa, nonostante il consenso del ceto medio e dei lavoratori, il referendum costituzionale italiano del 4 di dicembre avrebbe avuto minore rilevanza, poiché l’Italia è ormai un paese di serie B nel Risiko mondiale, giocato sulla nostra pelle dagli elitisti finanziari che dominano l’occidente.

Sappiamo che Renzi probabilmente non si dimetterà come inizialmente promesso, se prevarrà il No alla riforma costituzionale voluta dalle élite e da lui sottoposta, con un azzardo, al “giudizio popolare”. Sappiamo, altresì, che se i dominanti sopranazionali e i loro collaborazionisti nella penisola perderanno, il piddì resterà comunque al governo – come vogliono Soros & C.! – e ci potrà essere, grazie all’ambiguo e ricattato Berlusconi, sabotatore dell’opposizione, un inciucio con forza Italia per il “bene” del paese …

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Il prossimo referendum costituzionale. Un Manifesto contro
È stato fortunato Ireneo Corbacci ad entrare in possesso di una copia dell’effettiva Costituzione italiana rinvenuta a Milano tra le rovine fumanti (vi ricordano qualcosa?) di Expo 2015 da Alfredo, il precario “disinstallatore a chiamata” del suo pamphlet La Costituzione del 2016 che abbiamo segnalato in anteprima. E noi siamo stati fortunati con lui a poterla leggere nella sua originaria versione più autentica. Se la verità in generale rende liberi, come potrà non farlo un documento che per la prima volta fa conoscere alle moltitudini la voce del loro padrone?

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Di Marco Della Luna

ART. 117: ITALIA SOTTOMESSA A BERLINO

La Riforma costituzionale viola l’art. 11 della Costituzione perché subordina l’Italia a Francia e Germania.

Le recenti vicende legate ai terremoti e alla ricostruzione, in cui l’UE vieta all’Italia di aumentare la propria spesa a deficit di pochi decimi di punto per ricostruire in sicurezza, così come la linea generale dell’UE di non consentire di escludere dal conto del deficit le spese per investimenti produttivi, nonostante la recessione e la tragica disoccupazione, dimostrano che l’UE porta avanti una linea in conflitto di interessi con l’Italia.

L’Italia deve quindi dotarsi di filtri che consentano di tutelare i propri superiori interessi nazionali, così come li hanno Francia e Germania, le quali, grazie a tali filtri, non subiscono direttamente e passivamente le imposizioni della UE e difendono i propri interessi Leggi tutto…

Ve lo vedete il nostro ambasciatore a Washington che si intromette nelle campagna elettorale di Trump? Ne verrebbe fuori un putiferio. Invece, rileva Aldo Giannuli, in Italia nessuno apre bocca se mezzo mondo interviene in soccorso di Renzi, in vista del temutissimo referendum d’autunno – temutissimo perché, dopo il Brexit, sarebbe una breccia per altri “pericolosi” referendum, non solo in Italia, sull’euro e la Ue. «La Cei, l’ambasciatore americano, la Merkel, Wall Street, le agenzie di rating come “Fitch”, la Goldman Sachs e la Jp Morgan, la Ue e chissà chi altro nelle prossime ore, stanno accorrendo tutti al capezzale del governo italiano in vista del pericoloso appuntamento referendario che rischia di diventarne l’infarto finale».

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Dal mese di marzo la Francia è scossa da scioperi, picchetti e occupazioni di aziende, scuole e università. Gli studenti e i lavoratori francesi chiedono il ritiro della Legge “El Khomri”, omologa del nostro “Jobs Act”, che vuole estendere la precarietà, rendendo i lavoratori più facilmente licenziabili e aumentando i livelli di flessibilità a cui possono fare ricorso le aziende.

Questa è un’altra di quelle “controriforme” imposte dalla Troika e dalle grandi imprese, già varate in vari paesi come Italia e Spagna, e ora in fase di approvazione in Francia ma anche in Belgio.

Con esse il padronato  ed i rappresentanti del grande capitale (Renzi, Padoan e soci) stanno cercando di ridurre gli spazi di democrazia nei luoghi di lavoro e nella società tutta, di reprimere il conflitto e le organizzazioni sindacali che lo praticano e di riappropriarsi di tutte le concessioni che ha dovuto cedere negli anni ’70 a seguito delle lotte operaie e studentesche.

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