"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Capitalismo finanziario, crisi economica, prospettive per l’Italia, intervista con Eugenio Orso

Monti-Merkel-Draghi

Capitalismo finanziario, crisi economica, prospettive per l’Italia: ne parliamo con il dott. Eugenio Orso, analista, commentatore ed autore del blog  Pauperclass , docente ed esperto di formazione marxiana.

1)- Cominciamo dalla situazione italiana. Dovrebbe essere ormai evidente a tutti che la tendenza in atto è quella ad un continuo deterioramento delle condizioni dei lavoratori e della classe media: precariato, disoccupazione, fiscalità oppressiva, tra gli altri fattori, stanno impoverendo considerevolmente le fasce meno abbienti della popolazione. Ciò è dovuto a una congiuntura economica sfavorevole, oppure a scelte politiche ben precise? Come mai, dopo decenni che avevano visto un allargamento della classe media, improvvisamente si assiste ora alla sua decimazione? Cos’è cambiato nel rapporto tra capitale e lavoro?

Orso-Molta carne al fuoco, come si suole dire, il che significa che non sarò breve e che non mi limiterò allo specifico italiano, perché voglio fare un discorso un po’ più ampio, centrato sui cambiamenti epocali che l’affermazione del nuovo capitalismo globale e finanziario ha comportato.

Nulla accade per caso e in un microcosmo sociale complesso come il nostro è del tutto improbabile che certi esiti, economici e sociali, siano il frutto scontato e obbligato di un’ineluttabile tendenza, alla quale non ci si può sottrarre. Una tendenza nefasta alla de-emancipazione delle classi dominate che investe in pieno il sistema produttivo, la strutturazione sociale e la società nel suo complesso. Non stiamo parlando dell’effetto inevitabile di “leggi naturali”, o di una fumosa “legge di mercato” indipendente dai voleri della classe dominante, né di un finalismo che secondo alcuni pubblicisti mercatisti e neoliberali dovrebbe essere implicito nel corso storico. La rapida de-emancipazione in atto nella nostra società, a partire dal mondo del lavoro, è nient’altro che l’esito di politiche decise a tavolino, con lucida determinazione da chi possiede le chiavi del potere, nella “sabbia calda” della storia e nell’arco di un buon trentennio.
Possiamo fare prudentemente un paragone storico con l’epoca del mercantilismo, in particolare con il diciassettesimo secolo europeo, in cui l’elevazione delle barriere doganali per difendere “a spada tratta” le produzioni nazionali non era ineluttabile, ma semplicemente il risultato di decisioni verticistiche Ci offre un esempio storico, in tal senso, l’Oliver Cromwell del Navigation Act (atto di navigazione) che nell’imminenza della prima guerra anglo-olandese, vietava l’attracco nei porti inglesi e in quelli delle colonie di navi (nella fattispecie olandesi) che non fossero inglesi o del paese di provenienza delle merci trasportate. La decisione politica di Cromwell, in un clima foriero di guerra con le allora Province Unite, ha inciso sull’economia inglese e sul destino della stessa Europa per gli anni a venire.
Il parallelo con il mercantilismo, detto anche cameralismo dai consiglieri di camera del re, o colbertismo in onore del francese Jean-Baptiste Colbert, ministro economico-finanziario e consigliere di camera di Luigi XIV, potrebbe sembrare curioso ai più, visto che stabiliva barriere doganali stringenti e proteggeva con le leggi e con la spada le produzioni, le materie prime e le “professionalità” nazionali. Tuttavia il mercantilismo, esattamente come il neoliberismo oggi imperante, che, all’opposto, distrugge i confini, “sprotegge” le produzioni e l’industria nazionale, fa evaporare know-how e posti di lavoro con le delocalizzazioni, non fu il riflesso dell’ineluttabilità del corso della storia umana, o di una crisi economica epocale che impose un’unica strada da seguire. Fu semplicemente l’esito di un complesso di politiche imposte dall’alto, decise nelle stanze del potere, organiche agli interessi della classe dominante dell’epoca. In epoca mercantilista si anteponevano agli interessi del mondo rurale, allora largamente prevalente e ancora organicisticamente comunitario, il commercio, la ricchezza acquisita con gli scambi e gli attivi delle bilance commerciali in un “ambiente protetto” dalle dogane, si privilegiavano la dimensione nazionale e la potenza della corona anche a dispetto delle economie locali prevalentemente agricole.

Oggi si privilegia la creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica internazionalizzata (come la chiamo io), senza vincoli per la finanza “creativa” e senza considerazione alcuna per le esigenze vitali, ossia produttive, sociali e occupazionali, dei popoli e delle nazioni. E’ chiaro che non si tratta d’inevitabilità e finalismo storico – alla Francis Fukuyama di The End of History and the last man, quale esempio pertinente – ma, semmai, di nuove politiche “cameraliste globali” (mi si passi l’espressione, amaramente ironica) questa volta anti-protezionistiche, liberiste all’estremo, tese a sciogliere da ogni vincolo gli “spiriti animali e finanziari” dell’ultimo capitalismo. Politiche imposte scientemente attraverso gli organi sopranazionali di controllo e dominio, fra i quali le sedicenti istituzioni unioniste “europee”, i centri di potere politico ed economico più o meno occulti e la firma di trattati-capestro, come ad esempio quelli “europei” unionisti. La classe dominante mercantilista era proto-borghese e tardo aristocratica, legata all’insorgente potenza dello stato nazionale, mentre l’attuale classe dominante è post-borghese, globalizzata, autoreferenziale perché totalmente irresponsabile nei confronti dei paesi d’origine, della nazione, delle popolazioni, del territorio. Una classe alta ben più cinica della vecchia borghesia proprietaria, priva di qualsiasi traccia di quella “coscienza infelice” che animò la critica al capitalismo di Marx e Engels. Una classe dominante completamente organica al neocapitalismo, che non metterà mai in discussione il sistema, ma che prenderà decisioni politiche volte a favorirne la riproduzione. Ciò accade puntualmente anche in materia di lavoro e di diritti dei lavoratori.

Se il mercantilismo pose definitivamente in ombra la precedente economia feudale e fu adombrato dal primo capitalismo produttivo, il neocapitalismo attuale supera, come nuovo modo storico di produzione sociale, quello che io chiamo il capitalismo del secondo millennio a vocazione produttiva. Per intenderci, quello indagato da Marx e poi riformato da Keynes, decisamente più inclusivo dell’attuale e, dopo il secondo conflitto mondiale che risolse la crisi del ‘29, moderatamente emancipante a livello di massa. Lo “sviluppismo” implicito fin dalle origini nel capitalismo e la “dismisura” che lo contraddistingue non fanno più diretto riferimento alle produzioni industriali in quanto tali, di semilavorati, merci, attrezzature, macchine, da moltiplicare ed estendere all’infinito particolarmente nei paesi di più antica industrializzazione, come accadeva nello scorso secolo. Oggi si rapportano direttamente alla cruciale creazione del valore di natura finanziaria che si vorrebbe senza confini, illimitata per sua stessa, perversa natura. Raggiungiamo così l’ultima e più avanzata frontiera della crematistica, espressa dalle dinamiche neocapitaliste, che di strada ne ha fatta molta, dai tempi di Aristotele e del piccolo commercio alimentato dalla comparsa della moneta, soppiantando integralmente la buona economia. Gli equilibri sociali e la strutturazione della società in classi non possono non risentirne e così la concezione della ricchezza, che diventa squisitamente finanziaria, di rapina, prediligendo l’orizzonte del breve periodo.
Quella che io chiamo la creazione del valore azionaria, finanziaria e borsistica contiene in se la classica, marxiana estorsione del plusvalore dal lavoro umano, comportando perciò una doppia sussunzione del lavoro al capitale. Un’affermazione di tale portata deve essere precisata meglio. Di conseguenza, mi vedo costretto a riportare di seguito alcuni passaggi tratti da un mio saggio del 2012, dal titolo Rendita, profitto e creazione del valore, in cui evidenzio una differenza di non poco conto fra il capitalismo del secondo millennio e il nuovo capitalismo finanziarizzato.

[ … ] Il risultato della trasformazione storica nei rapporti economici e sociali, così come la osservava Marx in relazione al primo capitalismo, è racchiuso nella semplice espressione D – M – D’ (Denaro-Merce-Denaro) che sintetizza la genesi del plusvalore, che ci parla del profitto capitalistico e del “capitale industriale” nascente, raffinata evoluzione del pluslavoro spersonalizzato universalmente valorizzabile attraverso il denaro, con tutto il conseguente portato di problematizzazioni riguardanti l’uomo, il suo stesso habitat naturale e la sua organizzazione sociale. L’apice sulla seconda D, quella decisiva, simboleggia il plusvalore estorto ai lavoratori, e simboleggia, perciò, la sottomissione del lavoro al capitale industriale indagato da Marx, lo stabilirsi, sul piano della strutturazione sociale, della dicotomia Borghesia/ Proletariato, quale ordine imposto dal capitale alla società e quale principale contraddizione capitalistica. [ … ] La dimensione finanziaria, capace di generare rendite illimitate e di sopravanzare di decine di volte i volumi del PIL mondiale, ha offerto una miriade di strumenti per quella “moltiplicazione dei pani e dei pesci” che è la risultante della Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico nel breve termine. Per assicurare questo risultato non si è limitata ad intercettare il valore prodotto in uscita, ma ha sussunto completamente la produzione, e quindi il capitale industriale. L’espressione che può sintetizzare questo nuovo processo di produzione della ricchezza, partendo dal Marx de Il Capitale, è la seguente: D – [d – m –d’] – D’’. La produzione del capitale finanziario derivato, come si nota nell’espressione generale proposta, contiene la formula del capitale (industriale) marxiana, e l’ultima D, quella cruciale con doppio apice, mostra come l’autovalorizzazione del “capitale anticipato” in tale caso dipende sia dall’effetto finanziario (aumento delle quotazioni di borsa, reenginering e vendita di organismi produttivi attraverso la cessione di pacchetti azionari, incasso di dividendi, operazioni speculative sui titoli attraverso compravendite nel breve o l’uso di prodotti derivati) sia dall’estorsione classica del plusvalore, che però è sussunta, anzi, addirittura immersa nel nuovo processo di Creazione del Valore. Un valore creato che alimenta la rendita finanziaria e si rende disponibile, dopo la realizzazione, per nuove accumulazioni nel breve, con ulteriori incrementi della rendita finanziaria.

Quello che conta non è neppure la ricerca del più basso costo di produzione, se la produzione in sé non è più un fine, ma è il diktat finanziario dei Mercati e degli Investitori, dietro i quali si nascondono i membri del livello strategico della classe globale, che sono i primi beneficiari di questa autovalorizzazione. [ … ]

Oggi il capitale finanziario sussume quello produttivo-industriale che ha sussunto il lavoro fin dalla prima rivoluzione industriale (prima in modo formale e poi reale, attenendoci a Marx). Il lavoro umano doppiamente sussunto subisce, in simili contesti, una svalutazione economica e culturale che lo riduce a mero fattore-produttivo (fattore-lavoro) e il lavoratore diventa prestatore di un servizio come gli altri nel ciclo produttivo, una non-persona che subisce in pieno, ancor più degli altri fattori e servizi, i continui tagli ai costi di produzione. “Buon lavoro” e “buona impresa”, negli attuali rapporti forza capitale-lavoro, sono soltanto espressioni ipocrite, fuorvianti e propagandistiche usate in Italia dai Renzi, o da piccoli faccendieri in mala fede come Oscar Farinetti, amico e consigliere di Matteo Renzi. Poco importa se il lavoratore, nella società aperta di mercato, gode delle astratte libertà democratiche (può votare!) e dei fumosi diritti umani, perché sta perdendo diritti fondamentali come quello al lavoro, alla continuità del rapporto di lavoro e ad una retribuzione minimamente dignitosa.

Ciò provoca squilibri non solo sociali, ma anche individuali, esplosioni improvvise di violenza, dissociazione, nuove forme di alienazione. Del resto, le tappe della flessibilizzazione dei lavoratori e delle masse in Italia, dal 1984 a oggi – cioè dal “decreto di San Valentino” craxiano, per il taglio dei punti di contingenza della scala mobile, all’attuale jobs act renziano, centrato sulla libertà di licenziamento – rappresentano altrettanti interventi normativi calati dall’alto, controriformisti e in perfetta sintonia con gli interessi del grande capitale egemone, sempre più finanziario e sempre meno “produttivo”.
Quanto precede ci fa comprendere le origini storico-strutturali e la non-inevitabilità del “continuo deterioramento delle condizioni dei lavoratori e della classe media”, fenomeno sociale di primo rilievo che non riguarda esclusivamente il nostro paese. La de-emancipazione in atto, che investe come un’onda d’urto sia il vecchio proletariato industriale sia il ceto medio figlio del welfare novecentesco, nasce dall’interesse privato di chi è in grado di imporre ad una politica liberaldemocratica minore e sottomessa l’”agenda” politico-strategica da applicare. In proposito, il caso italiano è da manuale (si pensi alla sequenza di piccoli Quisling Monti-Letta-Renzi) e quello greco è ancor più drammatico e terminale. Ai molti che identificano in modo generico e semplicistico questo “interesse superiore” con quello delle ormai famigerate banche, è bene ricordare che le stesse banche sono strumenti di creazione del valore nelle mani di una classe sociale dominante ben precisa – spregiudicata e apolide fin che si vuole, ma lucida nel perseguire i suoi scopi ­– che a tale proposito se ne serve.

Con altre parole, la de-emancipazione di massa è un effetto tangibile dell’avversione degli agenti strategici neocapitalisti nei confronti dello stato sociale e assistenziale, al quale governi nazionali sovrani potrebbero dedicare risorse crescenti, e di un mercato del lavoro non completamente squilibrato a vantaggio del capitale, che dovrebbe garantire i diritti dei lavoratori in un’ottica compromissoria fra Stato e Mercato. Volendo essere più metaforici ma sempre concreti, i dominanti global-finanziari controllano ormai le sorgenti del fiume della spesa pubblica, riducendone la portata per tutti noi, che stiamo a valle. Disoccupazione endemica o precariato a vita, scuole cadenti, malasanità, fiscalità oppressiva, produzioni a picco e consumi interni in costante calo ne sono gli effetti tangibili. A ciò si aggiunge l’avversione dei dominanti globali nei confronti degli stati nazionali sovrani e la loro smania di “dissolverli”, svuotandoli di competenze in materie strategiche, come si cerca di fare nell’Europa dell’unione, con l’imposizione graduale, per tappe forzate, di un governo sopranazionale da loro stessi nominato, piuttosto opaco e indifferente davanti alle sofferenze sociali. La minaccia di un commissariamento della troika, rivolta ai paesi europei più deboli che scontano il ricatto del debito pubblico, riflette fino in fondo questa volontà, lucidamente espressa negli interventi normativi volti a privatizzare le aziende pubbliche, liberalizzare i servizi e rischiavizzare il lavoro umano.

2) –Che futuro devono aspettarsi i lavoratori, i giovani, i pensionati italiani?

Il futuro è oggi! Così ammonisce un celebre slogan di Matteo Renzi. Si tratta di una minaccia, che comporta accelerazioni improvvise nel processo di cambiamento in senso neocapitalista e neoliberista. Lo jobs act, o licenziamento libero senza reintegro, si avvia a entrare in vigore e la riforma della pubblica amministrazione, sicuramente punitiva per milioni di dipendenti pubblici nonostante le rassicurazioni di Madia, è in preparazione. Gli effetti di queste controriforme sulla popolazione italiana possiamo già immaginarli.
Tuttavia, il futuro è solo l’inizio! Prosegue Renzi, parlando per slogan all’inaugurazione di uno stabilimento Philip Morris in Emilia (ottobre 2014). La tecnica che usano i pericolosi imbroglioni come lui è sotto gli occhi di tutti. Per combattere la disoccupazione giovanile, ormai oltre il 40%, è fatale limitare i diritti di tutti i lavoratori, sdoganando i licenziamenti liberi, individuali e collettivi, con il superamento del vecchio articolo 18 la cui difesa è solo ideologica, come si ammonisce. Per “efficientare” il settore pubblico ci si guarda bene dall’agire sui veri sprechi, ma diventa prioritario colpire nullafacenti, fannulloni e assenteisti. A tale proposito, si monta il caso dei vigili di Roma assenteisti la notte di Capodanno, perché sottoposti al taglio della paga attraverso la riduzione del cosiddetto salario accessorio (300 euro a cranio, mi è parso di capire), riservandogli un ampio respiro mediatico. Poi, in rapida sequenza, i netturbini di Napoli e gli autisti di Bari. Lo scopo evidente è di colpevolizzare tutti quelli che lavorano nel settore pubblico, giustificando così la “mazzata” ai dipendenti pubblici, in arrivo con la riforma della PA. Nel primo caso si ricorre al solito “divide et impera” neocapitalistico, contrapponendo propagandisticamente e artificialmente gli interessi dei giovani, disoccupati o precarizzati, a quelli dei lavoratori stabili più anziani. Nel secondo caso, si criminalizza preventivamente e mediaticamente un’intera categoria di lavoratori (operazione in corso fin dai tempi dei “Nullafacenti” di Pietro Ichino, del lontano 2006), preparando il terreno per colpirla duramente. Per quanto riguarda i pensionati, Matteo Renzi, il “giovanilista” indaffarato nel cambiamento (che sotto sotto li odia, o almeno li considera un peso di cui disfarsi), ha già chiarito che l’elemosina degli ottanta euro non sarà anche per loro, mentre l’età pensionabile cresce di altri quattro mesi, con la scusa dell’allungamento della vita media.

Unendo gli slogan renziani prima richiamati, si ottiene: Il futuro è oggi, ma è solo l’inizio! L’inizio di che cosa? Di una nuova ondata di de-emancipazione di massa, con conseguente impennata della disoccupazione e della povertà effettiva. Gli squilibri sociali si approfondiranno in questo 2015. E’ nel DNA neoliberista ridurre al minimo, se non far scomparire del tutto i meccanismi di redistribuzione del reddito, che alimentano lo stato sociale, attenuano gli squilibri categoriali e territoriali, smorzano le possibili tensioni nella società. Così scriveva Milton Friedman, vero padre ideologico e anima nera del neoliberismo oggi imperante: Il principio etico che giustifica la distribuzione del reddito in una società di libero mercato è questo: “a ciascuno secondo quanto egli stesso e gli strumenti che possiede producono”. (Milton Friedman, Efficienza economica e libertà, Vallecchi Editore, Firenze, 1967) Chi può permettersi di “produrre” e possiede “gli strumenti” è eticamente legittimato, secondo i neoliberisti, ad accrescere illimitatamente la sua ricchezza, senza doverla dividere con il resto della collettività, mentre tutti gli altri si fottano!

Riassunto in poche parole, ecco il vero spirito neoliberista, recepito in pieno da governi nominati e succubi dei poteri sopranazionali, come quello piddino-renziano. Anzi, si valica il limite spremendo fiscalmente soprattutto le cosiddette fasce sociali più deboli, ormai inutili secondo l’agghiacciante logica del capitalismo concorrenziale. I Neocon americani si sono abbondantemente abbeverati a questa fonte, proponendo di trasferire interamente alla carità privata volontaria i costi dello stato sociale, e così i rampolli della classe globale dominante che manovrano Renzi e l’intero Pd. Emergono in modo sempre più chiaro e inquietante i lineamenti di un neocapitalismo “destatalizzato”, totalitario ma nello stesso tempo anarchico, senza redistribuzione della ricchezza.

Perché si deve far presto nel cambiare l’Italia, come sostiene davanti a microfoni e telecamere lo sfuggente “performer” fiorentino? Si potrebbe rispondere, ironicamente, che i padroni esterni al paese non possono più aspettare, scalpitano per “investire” in Italia, fanno pressioni sul governo (da loro nominato) chiedendo a gran voce un mercato del lavoro interamente flessibilizzato, l’avvio massiccio di nuove privatizzazioni, la ferrea applicazione del pareggio di bilancio recepito nella carta costituzionale (art. 81), le modifiche al titolo V della costituzione (regioni, province e comuni), eccetera. I mille giorni chiesti da Renzi per cambiare l’Italia possono essere troppi. Opposizione vera non c’è, il sistema non rischia, la passività sociale è sconcertante, e dunque perché diluire ancora, nel tempo, “le riforme che il paese aspetta”?

Prevedo per il 2015 un’accelerazione del processo in atto, a meno di eventi imponderabili e inattesi. Il neocapitalismo è come uno squalo pelagico (il pinna bianca oceanico, ad esempio) che deve nuotare in continuazione per poter respirare. Si tratta di uno squalo veloce che non può fermarsi, posandosi sul fondo o semplicemente per dormire, perché rischierebbe la morte per asfissia. Così è il nuovo capitalismo finanziario, che impone continue accelerazioni alla creazione del valore, mentre le sue élite sopranazionali intimano ai governi dei paesi sottomessi (come l’Italia) di velocizzare riforme contrarie agli interessi vitali dei popoli, rispettando il “timing” stabilito. Non c’è tempo da perdere, perché se rallenta e si ferma lo squalo neocapitalista muore. Per questo Renzi sembra così indaffarato, davanti alle telecamere. Oltre a gabbare gli italiani, dando l’impressione di affrettarsi per salvare il paese e salvarli, lancia un messaggio ai suoi padroni: “non preoccupatevi, nessuno ci fermerà, le vostre riforme le realizzeremo a spron battuto!” Così la troika si tranquillizza un poco e non scende ancora in campo per governare direttamente il paese. Ecco il futuro che ci aspetta.

3) –C’è speranza in tutto questo? E’ possibile secondo Lei organizzare una reazione efficace?

La speranza, solitamente, è l’ultima a morire, dopo di noi. Spes ultima dea, come si dice con locuzione latina, sempre che non intervenga anche lì Matteo Renzi con qualche “riformina” delle sue … A parte le battute, la situazione politica in Italia è grave, ma anche seria e mi dispiace per Ennio Flaiano che non la giudicava seria, se il noto aforisma è a lui attribuibile. Su una cosa, però, l’acutissimo Flaiano ha avuto ragione da vendere: la stupidità ha fatto progressi enormi, grazie ai mezzi di comunicazione. E’ proprio su questo punto che ora mi voglio concentrare, ossia sulla “stupidità” di massa organizzata socialmente e amplificata dai media.
Il grande Filosofo Costanzo Preve, che purtroppo non è più fra noi se non con i suoi scritti, per primo ha descritto “l’imbecillità socialmente organizzata” nel saggio Finalmente! L’atteso ritorno del nemico principale. L’imbecillità sociale è indotta e organizzata e non deve essere confusa con l’imbecillità, o stupidità naturale e accidentale, sempre esistita dal neolitico a oggi. Come ci ha insegnato Costanzo, l’imbecillità organizzata è una struttura ideologica di dominio funzionale alla riproduzione dell’attuale forma di capitalismo assoluto, interamente individualizzato e quindi non più caratterizzato dalle vecchie forme ideologiche. [ … ] L’imbecillità socialmente organizzata presuppone la società di mercato, la piena incorporazione della democrazia nella struttura del liberalismo politico, e infine lo sbriciolamento di ogni residuo comunitario nell’individualismo nei suoi due complementari aspetti di “destra” e di “sinistra”. Infine, presuppone la trasformazione della vecchia borghesia in oligarchia post-borghese globale, base materiale della sua sottomissione nella maggior parte dei paesi detti “occidentali” (ma non solo) al dominio imperiale unificato degli USA. A questi requisiti di minima, aggiungerei la potenza di un “buon” apparato massmediatico al servizio del neocapitalismo. Secondo la mia interpretazione, osserviamo quotidianamente un idiotismo massivo con annessa perdita della dimensione sociale e politica, corroborato dalla continua sostituzione, da parte dei media tributari delle aristocrazie postborghesi, della “realtà reale” (perdonatemi la ridondanza) con quella virtuale da altri immaginata per compiacere le signorie finanziarie globali e castrare sul nascere le proteste popolari. Ricompare in nuove forme, trasfigurato a distanza di moltissimi secoli, l’idios ellenista che dopo la perdita irrimediabile della Polis e degli spazi di discussione politica che questa garantiva, rifluiva nella propria dimensione privata, piccola piccola, talora soltanto consolatoria. Siamo davanti a un nuovo processo di diminuzione dell’essere umano iniziato, nel nostro paese, con il “riflusso nel privato”, secondo una nota espressione giornalistica, dopo la stagione delle lotte politiche, della “superfetazione ideologica” con moltiplicazione dei gruppi extraparlamentari, della lotta armata (il “disimpegno” fra gli anni settanta e ottanta). Non è che le ideologie sono morte, come si è voluto far credere ai gonzi, ma sono state sostituite dalla struttura ideologica di dominio di questo capitalismo, esattamente come ha scritto Costanzo Preve. Quella stessa struttura che produce imbecilli sociopolitici, adatti a vivere in una società aperta di mercato.

Quanto precede, non lascia molte speranze per organizzare una reazione efficace, antagonista, che riesca a scuotere la massa. Forme peculiari italiane d’imbecillità socialmente organizzata, o idiotismo sociopolitico, sono il berlusconismo, non solo “televisivo”, e anche il suo contrario, cioè l’antiberlusconismo furibondo che ha contribuito a far entrare Monti in Italia (producendo più danni al paese del berlusconismo ruspante). Antiberlusconismo praticato dall’imbecille sociale e politico più pernicioso, da me definito “idiota acculturato di sinistra”. Acculturato perché può avere alle spalle un lungo ciclo di scolarizzazione, con tanto di laurea e specializzazioni. Politicamente idiota perché se le beve tutte, compresa la favoletta che il Pd è “di sinistra”, ossia vicino alle classi subalterne che dovrebbe rappresentare, e, comunque sia, ci salveremo con le indispensabili riforme restando dentro l’Unione europoide e l’occidente neoliberale. Di sinistra perché talora aggrappato a un’identità novecentesca che non esiste più, come Linus del Charlie Brown di Schulz (quello con il dito in bocca) alla sua immancabile coperta. A ciò si aggiungono gli inviolabili tabù della liberaldemocrazia, miglior forma di governo possibile e del “pacifismo strumentale” (secondo una mia espressione) che trasforma in pecorelle belanti, innocue per il sistema, le masse dominate.

Mi premeva trattare, pur di sfuggita, il tema dell’idiotismo massivo alimentato dai media, ma vi sono altri aspetti del problema “organizzare una reazione efficace” che balzano all’occhio. Non vorrei scomodare il grande Lenin con il suo celebre Che fare?, tuttavia, in questo momento storico cruciale, anche noi dovremo chiederci “che fare?” e “da dove cominciare?”, come fece il padre dell’Ottobre Rosso già nel 1901-1902, molto prima della rivoluzione bolscevica. Usando espressioni novecentesche dal vago sapore marxista-leninista, gli ingredienti per organizzare una reazione efficace e potenzialmente vincente sono essenzialmente tre: 1) l’organizzazione, o partito, dei rivoluzionari; 2) il programma politico, rivoluzionario e antagonista; 3) la mobilitazione delle masse dominate. I primi due ingredienti del cambiamento sono i più importanti e vengono prima del terzo anche cronologicamente, perché una vera rivoluzione difficilmente può partire “dal basso”, ossia dal confuso spontaneismo di massa con esplosioni puramente insurrezionali, come molti superficialmente credono.

Per dare una spiegazione alle affermazioni di cui sopra, mi scuso ma devo proprio scomodare Vladimir Lenin, che nel saggio Che fare? ha definito l’organizzazione dei rivoluzionari – distinta da quella operaia di allora e portatrice di una lotta politica più vasta – “organizzazione dei rivoluzionari di professione”. Già agli albori del novecento l’allora proletariato non era una classe rivoluzionaria (come lo fu, invece, la borghesia nei secoli precedenti, per la stessa ammissione del grande Marx) e quindi il partito che diventò dei bolscevichi dovette incaricarsi della rivoluzione in nome e per conto della classe proletaria dominata, operaia e contadina. Nonostante la distanza che ci separa dai tempi di Lenin, si può tentare qualche confronto con la situazione attuale. Per quanto scritto in precedenza sull’”imbecillità socialmente organizzata” di massa e per la passività sociale che pervade la nostra società, la nostra situazione è ancor più grave di quanto lo fosse all’epoca di Lenin e dei suoi rivoluzionari organizzati. Nella Russia d’inizio secolo c’erano i contadini poveri affamati di terre da coltivare, che appoggiarono i bolscevichi e diventarono “massa di manovra” leninista. Oggi c’è una nuova classe povera formatasi con la dissoluzione della classe operaia, salariata e proletaria e il declassamento di una parte significativa del ceto medio. Questa nuova classe, che ho deciso di chiamare Pauperclass, è divisa nelle sue componenti costitutive, non ha ancora coscienza di sé ed anche per questi motivi ci sembra inerte. I due complementari aspetti della povertà, quello materiale e quello culturale che si alimentano a vicenda, sono ben riassunti nell’espressione latina “pauper” (povero che possiede poco o nulla), rendendo immediatamente l’idea dell’importanza e della radicalità della trasformazione sociale in atto.

L’intervento di una forza rivoluzionaria ben strutturata, portatrice di nuove élite contrarie al neocapitalismo finanziario e alla preminenza globalista, sarebbe oggi più che necessario, come lo fu la rivoluzione bolscevica e leninista in una Russia semi-feudale. Sarebbe altrettanto vitale un programma politico applicabile alla realtà che ripristini la sovranità politica e monetaria dello stato, nonché le basi per una vera giustizia sociale e fiscale, rinnovando le alleanze internazionali del paese (fuori gli Usa, la Nato e l’Unione europide, dentro la Russia). Purtroppo, di nuovi “rivoluzionari di professione” bene organizzati oggi non c’è neppure l’ombra. Tali non sono i membri a cinque stelle della “setta” grillina, i cui rappresentanti se ne stanno comodamente e vanamente seduti in parlamento. Così come non c’è traccia di programmi politici integralmente alternativi a quello neocapitalista, applicato senza contrasti da governi “nominati” e addirittura ostili al popolo. Questo vuoto incolmabile, che avverto intorno a noi, non lascia ben sperare per il futuro.

4) -Come vede svilupparsi il rapporto tra capitale e lavoro a livello mondiale? La classe media, che da noi si sta riducendo, si sta forse “trasferendo” in Cina e Russia, lasciando a noi il ruolo di manodopera a buon mercato?

Sul tormentato rapporto capitale-lavoro e sulla natura di questo capitalismo ho detto qualcosa rispondendo alla prima domanda, ma posso integrare quanto già esplicitato con osservazioni un po’ più approfondite. Sono dovuto ricorrere a un paio di semplici espressioni, per segnare la distanza fra il capitalismo industrial-produttivo indagato da Marx (nel Primo Libro del Capitale, del 1867) e l’attuale nuovo capitalismo finanziario a respiro globale. La contraddizione capitale-lavoro, considerati i rapporti di produzione dell’epoca (coerentemente con l’insegnamento di Marx), dipende in sostanza da questo. Pur non amando smodatamente le equazioni e l’algebra, pur non essendo cultori dell’economia matematica, qualche formalizzazione chiarificatrice di tanto in tanto ci vuole.
Se ci chiediamo perché il rapporto fra capitale e lavoro si è trasformato in un modo così sfavorevolmente per il lavoro, com’è accaduto in Italia, e perché sono rapidamente comparsi gli “emergenti” (Cina, India e altri), spietati concorrenti negli spazi globali, non possiamo evitare di fare le considerazioni che seguono, relative al modo di produzione neocapitalistico in affermazione sul pianeta a partire dall’occidente.
Il capitalismo del secondo millennio, adottando l’insuperata teoria dei modi storici di produzione di Karl Marx, in questi ultimi anni ha ceduto il passo al neocapitalismo finanziarizzato di dimensioni globali, che non ha soltanto nell’estorsione del plusvalore la sua ragion d’essere. Secondo Marx, gli elementi strutturali del primo capitalismo industriale, cioè i pilastri che sostenevano l’intero edificio, erano soltanto due: i rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive. La struttura del neocapitalismo è ben più complessa. Infatti, basandomi sulle mie analisi, individuo ben cinque elementi strutturali, indispensabili per sostenere l’intera costruzione. Esattamente i seguenti, in un ordine cronologico:
1) Rapporti di produzione e lo Sviluppo delle forze produttive, quale elemento originario qualificante di ogni modo di produzione storicamente esistito, unificati perché lo sviluppo delle forze produttive dipende sostanzialmente dai rapporti di produzione in essere.
2) Ideologia di legittimazione sistemica, che per la sua crucialità è elemento strutturale e non sovrastrutturale, come credeva Marx, tenendo conto di ciò che significano espressioni come Progresso, Libero Mercato, Investitori, e della funzione ideologica, a sfondo religioso-messianico, che rivestono assieme all’economia nella vita sociale e politica.

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3) Manipolazione antropologico-culturale dell’uomo su vasta scala, attraverso l’uso di strumenti mediatici, attraverso il lavoro precarizzato, l’alimentazione, la farmacologia e la chimica, la diffusione della droga, l’elettronica e l’informatica, l’imposizione di stili di vita in funzione della riproducibilità sistemica e del dominio elitistico. Ciò ha determinato la comparsa di nuove forme di alienazione umana nei rapporti sociali – oltre lo schiavismo classico precapitalistico e l’alienazione marxiana dell’operaio di fabbrica – che ho definito altrove neoschiavismo precario e meta-alienazione (Eugenio Orso, Alienazioni e uomo precario, Petite Plaisance, Pistoia, 2011).
4) Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistico, quale ultima metamorfosi dell’arte di far denaro con il denaro superando, rimuovendo o travolgendo qualsiasi limite alla circolazione dei capitali finanziari.
5) Crisi come assetto strutturale assunto dal neocapitalismo, che rappresenta un efficace e irrinunciabile strumento, con respiro planetario o applicabile a vaste aree geopolitiche, di dominazione e di estrazione/ creazione del valore (la prima crisi globale del 2007/ 2008 è un esempio, la prossima crisi determinata dal debito pubblico ci darà nuova conferma).
L’accelerazione impressa dal nuovo capitalismo ha prodotto quel doppio maligno dell’Europa che è l’Unione, golem quali l’Organizzazione Mondiale del Commercio e mostri come lo sviluppo cinese, alimentato da joint venture fra la Cina e il grande capitale occidentale, delocalizzazioni dall’Europa, aree di libero scambio in cui chi lavora è schiavo e via elencando. Possiamo dire, con qualche approssimazione, che è stata pompata l’economia di alcuni grandi paesi dell’ex terzo mondo e abbandonata al suo destino quella di alcuni paesi europei, di più antica industrializzazione. Se il capitalismo del secondo millennio era per qualche verso reattivo, cioè reagiva alle minacce portate alla sua stabilità e riproducibilità (rivendicazioni proletarie e rivoluzioni, depressioni di fine ottocento e del ‘29, eccetera), innescando fasi di grandi cambiamenti per sopravvivere rigenerandosi (capitalismo manageriale, riforma keynesiana, stato sociale), questo capitalismo prende sempre l’iniziativa, anticipa i possibili attacchi alla sua “instabile stabilità” (perdonate il gioco di parole), gestisce a senso unico la lotta di classe contro i dominati e i lavoratori, sottomette gli stati sovrani facendoli cadere l’uno dopo l’altro come birilli.
Alla luce della sua natura e degli elementi strutturali che lo sorreggono, il futuro che questo capitalismo riserva ai lavoratori non è troppo dissimile dalle antiche schiavitù, con o senza catene visibili. Questo vale non soltanto per noi, ma anche per i cosiddetti paesi emergenti. Esistono indubbiamente formazioni sociali particolari, diverse le une dalle altre, ma queste tendono inevitabilmente a convergere, pur con velocità diverse, verso la formazione sociale in generale determinata dall’affermazione del neocapitalismo.
La classe media infine, xiaokang per i cinesi. Mentre da noi e negli Usa il ceto medio è in netto arretramento, in Cina sembra che le sue file si stiano ingrossando. Ci sono stime quantitative impressionanti che riguardano lo strato di mezzo dell’ex impero di mezzo. Cento, cento e cinquanta milioni, addirittura duecento e quaranta milioni (numero che mi pare esagerato), con l’avvertenza, però, che è difficile stabilire chi faccia effettivamente parte dello xiaokang. In ogni caso, se fossero effettivamente cento e cinquanta milioni, ricordiamoci che la popolazione cinese era stimata in 1,36 miliardi nel 2013 e, di conseguenza, il ceto medio peserebbe per circa il 10% sul totale. I veri ricchi e gli straricchi, parte integrante della classe dominate globale, sono una netta minoranza di questo 10% circa. Se un ingegnere ben piazzato nella parte orientale e costiera del paese, nelle città del “miracolo economico”, può portare a casa qualcosa di più di mille euro mensili, ossia fra novemila e diecimila yuan – questa sarebbe la classe media! – ci sono lavoratori sotto i trecento euro. Non è che i costi della vita a Pechino o in altre grandi città del dragone siano eccezionalmente bassi, perché si parla anche di più di seimila euro al metro quadrato per gli appartamenti nuovi, se va meglio duemila e cinquecento per sistemazioni più popolari. Nel 2013 il salario medio russo, secondo una stima ottimistica, era cresciuto a circa ottocento euro mensili, spinto verso l’alto dal lodevole “modello economico patriottico” di Putin (come l’ha definito la Le Pen intervistata da Le Monde), ma ancora insufficiente. Cosa voglio dire? Semplicemente che il neocapitalismo è invasivo e che, purtroppo, tutte le formazioni sociali, per quanto particolari, sembrano tendere alla formazione sociale in generale.
Mentre qui, in Italia, si assiste a una progressiva “cinesizzazione” di salari e stipendi, portandoli sotto la soglia di decenza, là, in Cina, le retribuzioni salgono di un po’, ma sono ancora ampiamente sotto tale soglia, e accanto al ceto medio figlio del “miracolo economico” (che in buona parte non nuota nell’oro), vi sono innumerevoli lavoratori sottopagati, con immensi serbatoi di mano d’opera, nelle campagne, costituiti dai contadini poveri. La mano d’opera a buon mercato, quindi, riguarderà in futuro sia la Cina sia l’Italia.
5) –Per anni si è scritto che il capitalismo sarebbe imploso; ora in molti prospettano una prossima crisi finanziaria molto peggiore di quella del 2008, che potrebbe far crollare il potere occidentale, ma di fine del capitalismo nessuno parla più. Dall’ideologia del capitale non c’è scampo?

I discorsi crollisti, riguardanti l’imminente crollo del capitalismo, si sono esauriti con la fine del comunismo storico novecentesco realmente esistito, come l’ha definito Costanzo Preve. Le teorie del crollo hanno origine nell’opera di Marx, che fu, in un certo senso, il primo “crollista”. Dopo Marx, furono in molti, e illustri, a predire la fine del capitalismo, più o meno imminente. Ogni crisi di un certo rilievo porgeva il destro per annunciare la prossima fine del dominio del capitale e della sua società classista.
Non voglio qui fare un’analisi retrospettiva delle teorie in parola, ma può essere utile qualche cenno in proposito per comprendere meglio di che cosa si tratta. Riporto di seguito alcuni brevi passaggi tratti da un mio saggio del 2012, L’invincibilità del neocapitalismo, in cui ho analizzato fugacemente la questione.

La sopraggiunta incapacità di suscitare le forze produttive, la caduta tendenziale (e inarrestabile) del saggio medio di profitto, la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro che diventano incompatibili con l’involucro capitalistico (e lo “sfondano”), lo spettro incombente del sottoconsumo nonostante la crescita demografica, per molti anni hanno alimentato le speranze di coloro che attendevano la fine del capitalismo e la liberazione dell’uomo. [ … ] Le teorie del crollo del capitalismo, da Rosa Luxemburg a Paul Sweezy, da Valdimir Lenin a Henryk Grossman, hanno tenuto banco per decenni ed hanno avuto in qualche modo origine, come molte altre teorie del passato e l’intero corpus teorico marxista-engelsiano, dall’opera originale e dal pensiero di Karl Marx. Per quanto riguarda Grossman, ricordiamo brevemente, in questo accenno al crollismo novecentesco, la notissima opera dal titolo esplicito La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalista, la cui pubblicazione ha preceduto di poco il disastroso crollo del ’29 e la successiva, disastrosa depressione conclusasi con il secondo conflitto mondiale, suscitando per questo un grande interesse. [ … ] Ma il sistema capitalista, lungi dal collassare definitivamente e aprire la strada al nuovo, lungi dal preludere alla sequenza finale socialismo – comunismo, quale definitivo approdo dell’umanità, è mutato “geneticamente”, diventando altro da sé e imponendo, dopo il collasso sovietico, la legge neoliberista globalizzante in ogni angolo del mondo. Oggi che il capitalismo è mutato di forma ed è qualitativamente cambiato, rispetto a ciò che era all’epoca di Marx, ed anche ai tempi di Lenin, Luxemburg, Grossman e Sweezy, fino al punto che possiamo considerare il neocapitalismo un nuovo modo storico di produzione sociale, discutere del crollo imminente del capitalismo senza che vi siano scricchiolii decisivi, mentre si susseguono crisi non terminali lambendo aree geopolitiche vaste e interi continenti, ricorda un poco la condizione degli avventisti nordamericani ottocenteschi i quali, aspettando la fine del mondo fissata alla tal data e per la tal ora (ad esempio, per il 22 ottobre 1844), si riunivano in preghiera su una collina. Poi, constatato con sorpresa che l’ora era arrivata e il mondo era ancora lì, e che non vi sarebbe stato (ancora per un po’) un nuovo avvento e l’inizio dell’atteso regno dei giusti, se ne andavano scornati e delusi. [ … ]

Credo che questo possa bastare, come accenno al crollismo del passato, ma ciò che conta, oggi che i contesti sono cambiati e i rapporti sociali sono neocapitalistici, è comprendere che il nuovo capitalismo finanziario è ancora “giovane” e molto resistente, in fase espansiva, e che molto di più del capitalismo del secondo millennio si nutre delle crisi che provoca, diventate suo elemento strutturale. I grandi ideali non muoiono, come la materia si trasformano, ma l’ideologia del capitale, storicamente determinata, nasce e muore come qualsiasi altra ideologia. Solo che oggi non possiamo ragionevolmente prevedere come e quando si spegnerà.
6)-  C’è qualcosa che possiamo fare nella nostra vita quotidiana per cominciare a liberarci dal sistema che ci opprime? Piccole scelte che, se condivise, potrebbero fare la differenza?

Per liberarci da catene così spesse ci vorrebbe una rivoluzione epocale (1789 e 1792 Francia, 1917 Russia, 1949 Cina, 1959 Cuba). Giocoforza i grandi cambiamenti culturali, che scandiscono le tappe fondamentali dell’emancipazione umana nella storia, richiedono tempi lunghi. Nel mentre, si possono mettere in atto piccoli accorgimenti per resistere meglio e non farsi completamente fagocitare dal sistema. Senza però illudersi che possano essere risolutivi, anche se adottati da una parte significativa della popolazione. L’Italia è piccola nell’economia globale (e globalista) complessiva e il suo peso specifico non è più quello di un tempo.
Venendo al dunque, ciò che si può fare senza rischiare l’arresto, o comunque misure repressive del sistema, è non recarsi alle urne, per non avallare questo sistema infame che ci sta stritolando. Gli effetti concreti, come ho ripetuto più volte, nell’immediato sono scarsi, se non nulli, ma se l’astensione è alta o altissima, come si preannuncia in Italia, ciò può generare preoccupazioni e insicurezza particolarmente nel partito unico collaborazionista (delle élite globali), che notoriamente è il Pd. Il messaggio lanciato attraverso l’astensione, ossia la non partecipazione al rito elettorale liberaldemocratico è: “Attenzione! Se si presenterà sulla scena una forza veramente rappresentativa dei nostri interessi, saremo pronti a sostenerla!” Inoltre, chi è preoccupato e insicuro è più facile che commetta errori, che faccia un passo falso, addirittura danneggiando se stesso …

Una contromisura che prendo è quella di non ricorrere al denaro elettronico, sponsorizzato (e imposto) dal sistema. Ho sempre evitato le carte di credito, declinando anche gli inviti a dotarmi di bancomat, bancario o postale. Le carte presentano svantaggi economici (le commissioni gravano su chi paga e su chi riceve il pagamento) e favoriscono il controllo elettronico remoto. Se devo trasferire a terzi dal mio conto somme di denaro superiori al limite imposto, prelevo il contante in più riprese e lo consegno brevi manu al destinatario. Fino ad ora sono sfuggito al controllo elettronico, implicito quando si usano le carte. Il denaro virtuale è un’arma nelle mani del nostro nemico.

In passato, per uscire dal circolo vizioso del valore di scambio della merce, “riattivando” il buon valore d’uso, implicito nei beni e servizi utili alla vita quotidiana, i decrescisti proponevano cose come l’asilo condominiale non a pagamento, gestito a turno dai genitori dei bambini, onde evitare il circuito degli asili a pagamento pubblici e privati. Si arrivava fino alla salsa di pomodoro autoprodotta, comprando i pomodori dal contadino, dalla comunità di condominio. Così non si dovevano acquistare prodotti industriali, i sughi già pronti, alimentando la “circolazione del denaro come capitale fine a se stessa” (come direbbe Marx). Chiaro che si tratta di palliativi che fanno un po’ tenerezza, a rifletterci sopra …
La rivoluzione (non incruenta) sarebbe l’unica, vera soluzione ma oggi è anche la cosa più improbabile.
Ringraziamo Eugenio Orso per la sua analisi articolata e dettagliata.
Intervista condotta da Anacronista per Controinformazione.info

 

Nella foto alto: Monti, Draghi e Merkel

Nella foto al centro: il pres. Napolitano con Henry Kissinger

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  1. vincenzo 2 anni fa

    al netto delle palle che ci raccontano la BBC, la CNN, e Russia Today, mi pare di capire che sia in corso (solo) una redistribuzione della divisione internazionale del lavoro (e non è certo la prima).
    il metodo segue le due ferree regole del divide et impera e dell’ordo ab chao, ed al gioco partecipano tutte le colonie “inglesi”, Cina e Russia in testa.
    il processo è partito, dopo la “provvidenziale” seconda guerra mondiale, con l’indebitamento dell’Africa, negli anni ’70, e del Sud America, negli anni ’80.
    oggi prosegue con l’indebitamento di Europa e Nord America, mala cosa era pianificata fin dagli anni ’50, e quindi c’è poco da stupirsi.
    quanto invece alla “trasformazione storica nei rapporti economici e sociali” racchiusa nella “semplice espressione D – M – D’ (Denaro-Merce-Denaro) che sintetizza la genesi del plusvalore”, devo osservare che, mentre è chiaro il termine “merce” (cioè, beni materiali), non è affatto chiaro (e in nessun manuale di economia è infatti definito) il termine “denaro”, ma soprattutto che la formula non è spiega perché mai lo scambio di “merce” contro “danaro”, dovrebbe impoverire il “lavoratore” e arricchire (progressivamente sempre di meno, secondo la teoria) il “capitalista”.
    gioverà quindi ricordare che la banconota (o nota di banco) costituisce il primo “derivato” della storia (moderna), essendo null’altro che un contratto (la promessa di un banchiere ad un prenditore: una tratta) emesso su un secondo contratto (la promessa di un debitore di beni fatta ad un membro della stessa comunità, il quale gli ha fatto “credito” all’atto dello scambio di beni di equivalente “valore”: la moneta).
    la diffusione europea di tale “gioco”, inventato da fiorentini e veneziani nel ‘400, ha trasformato i mercanti di “merci” in mercanti di “denaro”, consegnando loro, con le banche di “emissione”, il potere (legale) di espropriare beni e servizi in cambio di … nulla.
    La moltiplicazione esponenziale di tali “derivati” ha prodotto l’attuale “bolla” di M3 (aria fritta), e anche qui c’è poco da stupirsi: vivere lussuosamente a spese del prossimo è molto comodo, ma perché il “gioco” continui, occorre che i derubati non siano mai in condizioni di accorgersi del “trucco”, e a questo fine ogni modo torna buono.
    la spiegazione è terribilmente semplice, ma è tutta qui.

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    1. Anacronista 2 anni fa

      Caro Vincenzo, possiamo dire che il nocciolo della questione, la radice delle storture del mondo contemporaneo, sta semplicemente nel fatto che ogni scelta individuale viene ormai fatta in base al denaro, ovvero a una ricchezza fittizia, immaginaria? Che tale adorazione del mezzo di scambio è stata introdotta proprio per impedire ogni presa di coscienza e reazione efficace?
      A me sembra evidente. Per questo sostengo che liberarsi dall’oppressione sarebbe semplice: spezzare le catene di carta con le quali è stata imbrigliata la civiltà.

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  2. vincenzo 2 anni fa

    Si, caro Anacronista, concordo pienamente.
    Solo che il problema è facile, ma non semplice.
    Si tratta di rimuovere un “blocco” socio – culturale costituitosi a partire dal ‘600 (da Bacone e Cartesio, per intenderci), e di schivare bande di spietati assassini, che non si peritano di fare milioni di morti, pur di conservare l’attuale status quo.
    Ma direi che vale la pena di provare, anche perché l’odierno modo di convivenza non è l’unico possibile (nonostante Hobbes, Locke, ed epigoni abbiano cercato di convincerci del contrario), mentre di fatto praticabili molte altre soluzioni (Marija Gimbutas e Riane Eisler ne indicano una più umana).
    Facciamoci quindi gli auguri, ed andiamo avanti.
    Il tempo, come si suol dire, è galantuomo.
    Un saluto.
    vincenzo

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  3. ATTISANI MICHELE 6 mesi fa

    Posso sbagliarmi ma a me sembra che detta crisi è dovuta alla troppa importanza data al debito pubblico e per ridimensionarlo si è scelta la via dell’austerity con tutte le conseguenze nefaste sulla domanda interne ecc. ecc.Il debito pubblico è un qualche cosa di interno agli stati che si riduce automaticamente con la ripresa economica per la maggiore ricchezza creata e con la progressivita’ delle imposte.Il debito pubblico , il suo ammontare non rende ne piu’ ricco ne’ piu’ povero una nazione.L’Italia riducendo il suo debito non diventa piu’ ricca di prima e pertanto non capisco razionalmente la sua importanza e preoccupazione a ridurlo.L’economia puo’ andare bene anche con la sua presenza anzi con essa si riimensione. Hanno creato un problema che dal lato tecnico economico non ha alcuna importanza.

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