"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero". Proverbio Arabo

Brexit o non Brexit, non è il problema.

di  Gianni Petrosillo

Il Brexit non ci sarà (a maggior ragione dopo l’omicidio di Jo Cox, deputato attivo per il “Remain”). Non facciamo ipotesi sul delitto, benché sia stata la linea europeistica ad avvantaggiarsi del tragico accaduto. Ma anche se Londra uscisse dall’Ue non cambierebbe molto per gli equilibri (geo)politici dell’Unione che sono garantiti dall’ingombrante presenza della Nato sul suo territorio e dalla costante ingerenza di Washinton nei suoi affari.

La Gran Bretagna è il Paese meno europeista della compagnia e non si è mai conformato pienamente ai principi comunitari: istituzionali, economici e culturali. Gli inglesi non hanno l’euro, guidano a sinistra, resistono al sistema metrico preferendogli quello imperiale, credono nella Common low anziché nella legge scritta ecc. ecc..

Lo scrive anche Andrea Cuomo su Il Giornale di oggi in un simpatico articolo intitolato: “Ma i britannici sono davvero europei? Ecco otto motivi per pensare il contrario: auto, misure, colazione, bevande, sport: esiste una diversità d’Oltremanica”.

Dunque, che vadano per i fatti loro o che restino dentro la comitiva continentale a lamentarsi di tutto, la loro fuoriuscita non sarebbe determinante in questa fase storica. Ma se fosse la Germania ad abbandonare la casa comune europea, mandando in frantumi gli attuali assetti dell’Ue, nati per imbrigliare Berlino e le sue potenzialità di proiezione egemonica (non solo) regionale, allora la situazione sarebbe molto diversa. Agli americani salterebbero i nervi mentre in Europa salterebbe di tutto, cose e persone (altro che il solito folle isolato che pugnala alla schiena una donna indifesa e un po’ sgradevole).

Gli Usa temono di più il Germanexit, scenario che capovolgerebbe il mondo da essi disegnato, a misura del loro predominio, già dalla metà del secolo scorso ma, soprattutto, dopo la riunificazione tedesca del 1989. Una Berlino libera dalle catene Usa andrebbe naturalmente ad Est, verso la Russia, e si porterebbe dietro altri pezzi importanti d’Europa.

Si formerebbe un blocco esteso europeo, in competizione con quello occidentale a guida americana, che riprenderebbe il controllo esclusivo della sua area di proiezione spingendo fuori i corpi estranei. Il magnate della finanza G. Soros ha detto: “La Federazione russa può diventare una potenza mondiale sullo sfondo della distruzione dell’Unione europea”. Ma Mosca può assurgere ad un tale ruolo unicamente in un asse geopolitico con Berlino (e Parigi). Di qui anche le preoccupazioni espresse in più occasioni da G. Friedman di Stratfor (agenzia vicina all’Intelligence Usa) che punta il dito sull’ambiguità tedesca e la sua (non abbastanza provata) fedeltà all’alleanza: “Durante tutto il secolo passato, e quindi durante la Prima e la Seconda guerre mondiali, e anche durante la guerra fredda, gli interessi principali degli Stati Uniti hanno riguardato i rapporti tra Germania e Russia, perché insieme questi due paesi costituiscono una forza che mette in pericolo gli interessi degli USA. Il nostro obiettivo principale deve essere quello di evitare l’unione tra i due”.

La Germania non è compatta dietro le scelte di campo dell’attuale classe dirigente e inizia a compiere passi in direzione di Mosca, grazie all’azione di politici e gruppi che hanno un’altra visione dei processi storici e del posizionamento di Berlino nello scacchiere mondiale, all’ingresso dell’epoca multipolare. Come ho scritto qualche giorno fa, il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha invocato una neo-Ostpolitik con la Russia. Steinmeier, inoltre, contrariamente ai suoi colleghi europei, ritiene che sia la Nato a provocare Putin facendo tintinnare le sciabole ai confini russi.

Queste fratture dimostrano che non c’è unità d’intenti sul futuro strategico della nazione tedesca e che si vanno risvegliando potenti istinti autonomisti (di cui i crucchi potrebbero farsi portabandiera in tutta l’area dell’Unione). Tuttavia, i settori conservatori che preferiscono non separarsi dalla via “americana” sono ancora solidissimi, tanto nella capacità di controllo sociale che in quella di condizionare la pubblica opinione.

Ma il peso concreto degli interessi sovrani tedeschi sta corrodendo alcune delle scelte ideologiche precedenti, dettate da motivi di debolezza geopolitica ormai superati. Forse, alle spalle di Steinmeier, si stanno coagulando spinte contrapposte a quelle ufficiali che intendono modificare gli equilibri internazionali per avvicinare Russia e Germania ad un destino comune . Un brutto affare per la Casa Bianca che, infatti, fa pressioni in senso opposto: militarizzando la periferia europea e cercando d’ingabbiare economicamente e finanziariamente l’Ue (con il TTIP e non solo) ed i suoi vicini esterni. Insomma, quello che sembra antirusso è spesso antitedesco o entrambe le cose.

Fonte: Conflitti e Strategie

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